Tre storie imperdibili (più bonus track) su Kurt Cobain

Tre storie imperdibili (più bonus track) su Kurt Cobain

È successo che mettere tutto sotto l’ombrello del grunge è stato un modo semplice per classificare ciò che stava accadendo. C’era il rock dark e melodico (Screaming Trees, Alice in Chains), duro e pesante (Soundgaden, TAD), forte e ironico (Mudhoney) e c’erano gruppi che divennero le più grandi band rock del pianeta per un periodo: Nirvana e Pearl Jam.
(Da “Grunge, da tutta la vita: intervista a Travis Hay“)

In una Seattle a metà tra l’essere una nuova Liverpool e una Laurel Canyon di inizio anni ’90, un attimo prima del boom targato Amazon-Microsoft-Starbucks, emergeva un giovane Kurt D. Cobain, un personaggio che, qualche anno dopo, inzierà a essere componente di tutte – o quasi – le Santissime Trinità del rock.

E se la bandiera della SubPop è stata innalzata anche sullo Space Needle, una buona parte del merito è suo.

Kurt Cobain smells like Teen Spirit

È l’agosto del 1990, siamo ad Olympia, e un gruppo di baldi giovani ha appena deciso come trascorrere la notte: a intrattenerli saranno l’alcol e i graffiti.

Slogan rivoluzionari e femministi, graffiti di cui – forse – è meglio non riportare per esteso il contenuto.

I due giovani in questione sono Kurt Cobain e Kathleen Hanna, che da un paio danni aveva dato vita alle Bikini Kill e, di lì a poco, si imporrà come una delle leader del fenomeno Rrriot girls.

Per chi non le conoscesse, si tratta della risposta, tutta al femminile, alla scena grunge che stava prendendo piede in quel periodo.

Ma torniamo alla nostra storia: quando i due sono tornati nell’appartamento di Kurt, hanno continuato a parlare della rivoluzione adolescenziale e a scrivere graffiti, questa volta sui muri di Kurt.

Fino a quando Hanna non si decide a scrivere cinque parole: “Kurt smells like Teen Spirit”.

“L’ho preso come un complimento”, ammetterà Kurt: “pensavo che fosse una reazione alla conversazione che stavamo portando avanti, ma in realtà significava che odoravo come il deodorante. Non sapevo che lo spray deodorante esistesse, l’ho scoperto mesi dopo l’uscita del singolo”.

Insomma: nessuna ribellione, nessun complimento, né tanto meno spiriti adolescenziali: Kurt aveva un odore simile a quello del “Teen spirit”, deodorante utilizzato da Tobi Vail, ex fidanzata di Kathleen, nonché membro delle Bikini Kill. Se non ne avete mai sentito parlare, continuate la vostra lettura e ne capirete l’importanza.

Poche settimane prima delle registrazioni, Kurt compose un’ultima canzone. Inizialmente non venne presa benissimo dai membri della band, ma verrà scelta come lead single di “Nevermind” e pubblicata il 10 settembre 1991, dopo essere entrata in rotazione radiofonica un paio di settimane prima.

Il titolo? Smells like teen spirit.

La storia è stata raccontata anche in un episodio di “Drawn&Recorded”, che riportiamo di seguito:

Il release party di Nevermind e l’intuizione di Matt Vaughan all’Easy Street Records

Ero al release party di Nevermind dei Nirvana, il 13 settembre del 1991. Si tenne in un piccolo bar gay chiamavo Re-Bar, giù a Seattle. Non potevano esserci più di una quarantina di persone. A tutti noi piacevano I Nirvana, ma c’era ancora qualcosa che non ci convinceva, in loro. E anche se quello era un release party, il disco non uscì se non il 24 settembre, una data che poi avrebbe visto anche l’uscita di “Saturation” degli Urge Overkill e “Blood Sugar Sex Magic” dei Red Hot Chilli Peppers, e c’era più aspettativa per l’uscita di questi dischi.

Nessuno di noi aveva sentito molto di Nevermind, al tempo del release party. Sub Pop era in crisi, stavano cercando di vendere parte della compagnia alla Warner Brothers, e questo disco stava uscendo con Geffen, la Sub Pop era relegata ad un ruolo sussidiario. Perciò, c’era un po’ di preoccupazione nell’aria che I Nirvana stessero perdendo smalto o il loro spirito nudo e crudo e stessero per andare con una major. E poi, sembrava che l’etichetta principe della scena stesse per fallire. Eravamo tutti un po’ pessimisti riguardo al futuro della band.

Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, a Seattle sembrava ci fosse la gestapo. Procurarsi una licenza per vendere alcolici costava un sacco di soldi. C’erano un sacco di pub, taverne e club che vendevano solo birra. Anche il Re-Bar era uno di questi posti. Quando i Nirvana arrivarono per la loro festa, non si trattennero poi molto. Rimasero solo un po’ a festeggiare con i loro amici della Sub Pop. A quanto pare, avevano portato qualche alcolico dei loro nel club e stavano virando al brillo.

Il gestore del locale sembrava molto nervoso, aveva aperto quel posto da meno di un anno e non si poteva permettere nessun tipo di problema con la polizia. Ricordo Geffen che diceva qualche parola e poi portava velocemente la torta di fronte alla band. Loro si fecero vicino e cominciarono a prendere pezzettoni di torta e infilarseli in bocca. Una volta finita la torta, pareva che qualunque cosa fosse commestibile all’interno del club volasse da una parte all’altra: ci trovavamo nel mezzo di una lotta col cibo! I gestori si arrabbiarono molto, presero la band e la scaraventarono fuori la porta e urlarono a Susie Tenant “Ci avevi detto che non ci sarebbe stato nessun problema!”. I ragazzi ridevano sul marciapiede.

Mi venne data una cassetta in anteprima, al party. L’ho ascoltata ogni giorno per i successivi 10 giorni, fino all’uscita ufficiale del disco. Fortunatamente, avendo ascoltato la cassetta, sapevo già che ci trovavamo di fronte un successo garantito, alla Easy Street ne avrei venduti tantissimi, quindi feci in tempo a fare un grande ordine mentre gli altri negozi che non ne avevano idea ne presero poche copie, e andarono tutte vendute in un attimo.

Un anno dopo, dopo che “Nevermind” era diventato un successo internazionale ed I Nirvana erano definitivamente consacrati rock star, stavo camminando per Madison Park e vedo Kurt Cobain e Courtney Love che guidano nella mia direzione, stava guidando lei, andavano piano. Kurt abbassa il finestrino e mi fa: “Sai dove devo andare per Lake Washington Blvd?”. gli indico la strada, loro continuano dritto, sempre pianissimo. Una settimana dopo scopro che hanno comprato una casa su quella strada, una delle più esclusive di Seattle. Sarebbe poi stata la casa in cui Kurt Cobain si tolse la vita.

A raccontarlo, ai nostri microfoni, è Matt Vaughan, fondatore di Easy Street Records.

Kurt Cobain alla ricerca delle sue origini

Prima dell’ultimo tour, Kurt Cobain ebbe un momento di crisi d’identità: voleva scoprire da dove venissero i suoi antenati, perché nessuno della sua famiglia aveva affrontato la questione.

D’altronde, si sono separati quando Kurt aveva solo sette anni, segnando in maniera importante la sua esistenza.

“Ricordo di essermi vergognato, per qualche motivo. Mi vergognavo dei miei genitori. Non potevo più affrontare alcuni dei miei amici a scuola, perché volevo disperatamente avere la classica, sai, tipica famiglia. Madre e padre. Volevo quella sicurezza, quindi sono stato irritato con i miei genitori per diversi anni per questo motivo

Così, decise di iniziare questo percorso nella maniera più facile e diretta possibile: prese un elenco telefonico degli Stati Uniti e iniziò la ricerca.

Cobain… Cobain… Cobain… nulla. Non riuscì a trovare nessuno.

Nonostante tutto, non perse la speranza: inizia a cercare Coburn, il cognome più vicino, dato che gli era stato detto che i due cognomi avevano la stessa radice.

E, al secondo tentativo, arriva la svolta: un’anziana signora, residente a San Francisco, gli racconta che aveva già indagato sul passato della sua famiglia, e che Coburn, e quindi Cobain, venivano da un paesino dell’Irlanda, vicino Cork.

Sì, avete letto bene: nel cuore pulsante della contea ribelle.

Cobain riflette su questa cosa. Come spesso accade, anche se metti da parte apparentemente una cosa, la mente continua, inevitabilmente, a lavorarci.

Durante il tour europeo, arriva il momento di fare i conti col passato, con la sua storia, con le sue origini. Quella giornata, Kurt l’ha raccontata ai microfoni di Guitar World, in una delle lost interviews reperibili sul suo sito ufficiale:

Il cognome originale era Cobain, ma i Coburn l’hanno cambiato in seguito all’immigrazione negli USA dalla contea di Cork, il che è una vera coincidenza, dato che, quando siamo stati in tour in Irlanda, abbiamo suonato proprio a Cork e sono stato tutto il giorno in giro per la città.

Ero confuso, non mi ero mai sentito tanto spirituale in vita mia. È stato un sentimento stranissimo. Ho un amico che era con me quel giorno, può testimoniare come fossi sul punto di piangere per l’intera giornata.

Da quel momento, ho avuto come la sensazione di essere irlandese.

L’ultima apparizione in Italia

Siamo nel febbraio del 1994. Il giorno dopo il suo ventisettesimo compleanno, per Kurt Cobain inizia quella che sarà la sua ultima leg italiana. Si inizia al PalaPanini di Modena, si termina a Milano: nel mezzo, ovviamente, una tappa nella Capitale, dove tornerà per le Roman Holidays, che di vacanziero, però avranno ben poco.

Per fortuna, qualcuno ha ripreso per intero la tappa al PalaGhiaccio di Marino, consegnando un documento di valore unico a tutti gli appassionati di grunge e non solo, che vi riportiamo di seguito:

A cura di Corrado Parlati e Marzia Figliolia

Corrado Parlati

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