ESCLUSIVA – Easy Street Records, la culla del grunge: intervista a Matt Vaughan

ESCLUSIVA – Easy Street Records, la culla del grunge: intervista a Matt Vaughan

Non una semplice intervista, ma un’istantanea di Seattle scattata un secondo prima dell’esplosione del Seattle Sound e della rivoluzione firmata Microsoft e Amazon, quella che abbiamo realizzato a Matt Vaughan, fondatore e proprietario di Easy Street Records, più volte citato da Rolling Stone tra i migliori negozi di dischi d’America.

Photo by Ryan Cory

La nascita di “Easy Street Records”: molto più di un negozio di dischi

Ho aperto il negozio più o meno nell’87, nella Seattle Ovest. Avevo sui 19 anni, all’epoca. Durante I primi anni ’80 avevo lavorato in due diversi negozi di dischi, uno nei sobborghi di Bellevue (la parte est, prima dell’avvento di Microsoft), l’altro nella zona dei collari blu, la Seattle artistica.

Erano tanto distanti quanto poteva portarti la linea degli autobus, ma io vivevo proprio nel mezzo, sulla Capitol Hill, per cui non mi sembrava così male. Entrambi i negozi erano in crisi, uno dei due sembrava destinato a chiudere e il proprietario dello stabile faceva certe minacce, ma tutti i dischi erano ancora sugli scaffali.

Il mio capo, che era pure il mio patrigno, era a disintossicarsi dall’uso di droga, a quel tempo, ma qualcosa andava fatta.

Nello stesso momento, nell’altro negozio, la moglie del proprietario stava avendo una relazione con uno degli impiegati e quando lui la scoprì chiese il divorzio. Mi lanciò le chiavi, una sera, e mi disse: “tu sembri uno che ci sa fare, con queste cose… Se mi risani il debito, il negozio è tuo, parlane con tua madre”, e se ne andò.

L’ho rivisto un’unica volta da allora. E quindi ho tenuto il secondo negozio e gli ho dato il nome del primo, così sono potuto entrare subito nel business come uno conosciuto, e non ho dovuto risalire la cresta da capo. Tutti quelli che lavoravano lì si licenziarono, per cui sono stato da solo per un po’.

Quando il mio patrigno terminò la riabilitazione provò a darmi una mano, ma poi si trasferì fuori città. Convinsi un paio di amici di scuola ad aiutarmi in quei primi tempi. Misi un letto sul retro, poi piano piano presi in affitto una casa con un amico, a pochi isolati dal negozio. Ho cambiato il logo di Easy Street e mi sono spostato in fondo alla strada nel 1989, dove sto tuttora.

Quando ho cominciato, nell’87, I CD erano un formato nuovo, e un sacco di vecchi negozi non erano sicuri sarebbe durata. Costavano anche di

Con Jonathan Poneman (in TAD shirt)

più. Alcuni di quelli della vecchia guardia erano passata attraverso il vinile, 8-track, musicassette, e se vendevano anche materiale video, gli erano passati sottomano i laserdisc, Betamax, poi le VHS. E quindi, a prescindere dai problemi personali che avevano portato i miei capi a chiudere o cedere le loro attività, un sacco di negozi di dischi stavano chiudendo.

Come se non bastasse, l’economia negli U.S. era stagnante, e da qui emergono I fannulloni della generazione X. Di cui poi faccio parte anche io. Andavo all’università di Seattle, ma mi scoprivo a cercare qualcosa che fosse mia, invece di ciò che mi avrebbe tradizionalmente offerto un’educazione universitaria. Non era quello che volevo, semplicemente. Molti di noi erano venuti su cinici, disillusi, contro le istituzioni. Seattle non era ancora quella di Microsoft, Starbucks o Amazon. Costruivamo aeroplani, bevevamo birra Rainer, andavamo a sciare, fumavamo erba e ci facevamo di droga quando non ne potevamo più.

Seattle ha un sacco di quartieri diversi, ognuno con la propria identità. La King County Metro (la linea del Bus), ti può portare ovunque, proprio come a New York, ed è quello che facevamo. Potevi avere amici in ogni angolo di Seattle. Credo che questo sia stato determinante per la nascita di alcune band e ci fece apprezzare la nostra città e quello che rappresentava.

Non c’era quella Guerra di quartiere come la potevi trovare a Boston, a Los Angeles o a New York. Non ci facevamo notare poi tanto, noi della Pacific Northwest, ed eravamo lontani dell’essere una di quelle città che popolano le top 10 americane per popolazione, negli anni ’80. Seattle ed il Northwest sono essenzialmente gli ultimi avamposti degli Stati Uniti, siamo relativamente una città nuova di quella che chiamiamo America, e tendiamo ad essere progressisti, spiriti liberi, e in qualche modo direi persistenti. Molto di tutto questo ci viene proprio dall’essere così isolati dal resto del paese. Perciò, tendiamo a costruirci da soli i nostri binari.

Per l’età che avevo, conoscevo piuttosto bene la scena musicale. Non posso dire di aver predetto l’ascesa del pop, ma ne ero abbastanza convinto da lasciare la scuola e provarci. Era a quel tempo che la Sub Pop Records cominciò a commercializzare i 7° singles, i Sub Pop Singles Club e poi dischi interi.

C’erano anche diverse piccole etichette e alcuni club che supportavano quella svolta, così come un paio di stazioni radio e qualche settimanale. Allo stesso tempo, mi stava andando bene con I vinili, le musicassette e ora anche i CD. Ciò mi permise di mettere da parte un po’ di contanti e farmi notare tra i negozi della città. Così ci siamo trovati ad ospitare release party, a fare da vetrina per le nuove uscite, e poi ad organizzare veri

Pearl Jam dal vivo all’Easy Street Record, nel 2005

e propri live nel negozio.

La Seattle West è stata la casa di un sacco di musicisti e di band, compresi i TAD, Mudhoney, The Accused, Young Fresh Fellows, Soundgarden, e alcuni membri dei Pearl Jam. Inoltre, un sacco di gente che poi è entrata nell’industria musicale viveva qui.

Easy Street è stata tipo la culla culturale di un sacco delle cose che sono successe da queste parti.

Il primo incontro con Eddie Vedder

Matt Vaughan ed Eddie Vedder

Ho incontrato Eddie per la prima volta quando andai ad aiutare alcuni amici che suonavano con i Gruntruck, dovevano aprire per quella che allora era la nuova band del momento, i Pearl Jam. Era una serata storica per i Pearl Jam, era un po’ la loro rivelazione al mondo, e volevano registrare la performance, il video di “Even Flow” viene da lì.

In molti non conoscevano Eddie, era nuovo in città, veniva da San Diego. Venne da noi nel backstage dopo il soundcheck, ci passò una cassetta di birre e disse qualcosa tipo “è un onore avervi qui, ragazzi, grazie davvero, la prossima volta potrebbe tranquillamente capitare che apriremo noi per voi! Eccovi un po’ di birre, e prendete pure quello che volete dai camerini, ecc. Ecc.”

E noi pensammo oddio, questo ragazzo è proprio gentile, se lo mangeranno vivo là fuori. Cavolo, se ci sbagliavamo. Dopo quella performance I Pearl Jam erano chiaramente sulla strada giusta e sarebbero diventati internazionali di lì a poco.

Eddie si comprò un posticino nella Seattle West, è venuto spesso alle feste e ai live della Easy Street. Ci invitava spesso a casa sua a giocare a basket e correre attorno alla casa.

Eddie comprava un sacco di musica ed è stato uno dei primi sostenitori del mio cafè, accanto al negozio, in un’epoca dove davvero ce n’erano a milioni di posti dove sedersi. I primi anni è stata dura. Recentemente, abbiamo aggiunto un omaggio a Eddie sul menu, la “Eddie Feta” – la ricotta è sua.

Qui lo sapevano tutti che ogni tanto Eddie passava dietro al bancone e si divertiva a fare un turno.

Il release party di Nevermind e l’intuizione di Matt Vaughan

Ero al release party di Nevermind dei Nirvana, il 13 settembre del 1991. Si tenne in un piccolo bar gay chiamavo Re-Bar, giù a Seattle. Non potevano esserci più di una quarantina di persone. A tutti noi piacevano I Nirvana, ma c’era ancora qualcosa che non ci convinceva, in loro. E anche se quello era un release party, il disco non uscì se non il 24 settembre, una data che poi avrebbe visto anche l’uscita di “Saturation” degli Urge Overkill e “Blood Sugar Sex Magic” dei Red Hot Chilli Peppers, e c’era più aspettativa per l’uscita di questi dischi.

Nessuno di noi aveva sentito molto di Nevermind, al tempo del release party. Sub Pop era in crisi, stavano cercando di vendere parte della compagnia alla Warner Brothers, e questo disco stava uscendo con Geffen, la Sub Pop era relegata ad un ruolo sussidiario. Perciò, c’era un po’ di preoccupazione nell’aria che I Nirvana stessero perdendo smalto o il loro spirito nudo e crudo e stessero per andare con una major. E poi, sembrava che l’etichetta principe della scena stesse per fallire. Eravamo tutti un po’ pessimisti riguardo al futuro della band.

Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, a Seattle sembrava ci fosse la gestapo. Procurarsi una licenza per vendere alcolici costava un sacco di soldi. C’erano un sacco di pub, taverne e club che vendevano solo birra. Anche il Re-Bar era uno di questi posti. Quando i Nirvana arrivarono per la loro festa, non si trattennero poi molto. Rimasero solo un po’ a festeggiare con i loro amici della Sub Pop. A quanto pare, avevano portato qualche alcolico dei loro nel club e stavano virando al brillo.

Il gestore del locale sembrava molto nervoso, aveva aperto quel posto da meno di un anno e non si poteva permettere nessun tipo di problema con la polizia. Ricordo Geffen che diceva qualche parola e poi portava velocemente la torta di fronte alla band. Loro si fecero vicino e cominciarono a prendere pezzettoni di torta e infilarseli in bocca. Una volta finita la torta, pareva che qualunque cosa fosse commestibile all’interno del club volasse da una parte all’altra: ci trovavamo nel mezzo di una lotta col cibo! I gestori si arrabbiarono molto, presero la band e la scaraventarono fuori la porta e urlarono a Susie Tenant “Ci avevi detto che non ci sarebbe stato nessun problema!”. I ragazzi ridevano sul marciapiede.

Mi venne data una cassetta in anteprima, al party. L’ho ascoltata ogni giorno per i successivi 10 giorni, fino all’uscita ufficiale del disco. Fortunatamente, avendo ascoltato la cassetta, sapevo già che ci trovavamo di fronte un successo garantito, alla Easy Street ne avrei venduti tantissimi, quindi feci in tempo a fare un grande ordine mentre gli altri negozi che non ne avevano idea ne presero poche copie, e andarono tutte vendute in un attimo.

Un anno dopo, dopo che “Nevermind” era diventato un successo internazionale ed I Nirvana erano definitivamente consacrati rock star, stavo camminando per Madison Park e vedo Kurt Cobain e Courtney Love che guidano nella mia direzione, stava guidando lei, andavano piano. Kurt abbassa il finestrino e mi fa: “Sai dove devo andare per Lake Washington Blvd?”. gli indico la strada, loro continuano dritto, sempre pianissimo. Una settimana dopo scopro che hanno comprato una casa su quella strada, una delle più esclusive di Seattle. Sarebbe poi stata la casa in cui Kurt Cobain si tolse la vita.

I 15 dischi più sottovalutati della storia del grunge

Seattle è stata, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, una sorta di nuova Liverpool: la casa madre di un suono autentico che, troppo spesso, è stato sintetizzato sotto l’etichetta del grunge. Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains, Soundgarden, ma non solo: sono tantissimi gli artisti che hanno sfornato capolavori che hanno contribuito al mito del Seattle Sound, dando voce a un’intera generazione.

Per questa ragione, noi di MentiSommerse.it abbiamo chiesto a Matt Vaughan, fondatore di “Easy Street Records“, di stilare una classifica dei dischi più sottovalutati della storia del grunge. Clicca qui per leggere la classifica.

Intervista a cura di Corrado Parlati e Marzia Figliolia

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Corrado Parlati

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