Quattro giovani irlandesi arrivano sul tetto del mondo, poi decidono di fare un percorso all’indietro. Alla ricerca delle loro radici musicali, che fino a quel momento sembrava poggiassero sul punk o sulla new-wave. Ed invece, ripercorrendo la rotta dei loro antenati, mettono la prua ad ovest, verso gli Stati Uniti. Idea bizzarra e anche un po’ snob: o almeno questa è l’accoglienza che la critica riservò all’uscita di Rattle And Hum degli U2 nel 1988.

Un album-documentario, una sorta di colonna sonora della tournée di The Joshua Tree in giro per gli States. Alla riscoperta del blues, del soul, del gospel. Tra gli artisti di strada di Memphis e le chiese di Harlem, dalle pareti a strapiombo sull’Oceano della East Cost, al confronto-omaggio con i fantasmi di Jimi Hendrix e John Lennon. Una raccolta di eventi, suoni e situazioni che appare un po’ improvvisata e a tratti pretenziosa («Charles Manson rubò questa canzone ai Beatles e noi adesso gliela restituiamo»). O forse semplicemente auto-celebrativa.

Ma, come scrisse Rolling Stone, “Rattle and Hum è stato concepito per essere un disco in continuo movimento, piuttosto che un lavoro coerente. Programmato per esaltare la storia degli U2 e gioire della miriade di influenze che la band aveva cominciato a confessare con The Joshua Tree“.  Rattle and Hum è dunque una sintesi, oltre che una sorta di catarsi. E’ l’apice di un percorso iniziato con la dark-wave di Boy, passato per la rabbia esistenziale e politica di October e War, proseguito nelle  atmosfere prima decadenti e poi poetiche di The Unforgettable Fire. Infine, l’approdo al blues di The Joshua Tree, il disco dell’immortalità.

Rattle and Hum si pone alla fine di questa lunga galleria, ed è inevitabile che risultasse un po’ slegato, pomposo e frammentato. Ma l’approccio forse un po’ intellettualoide che lo accolse ha spesso sorvolato, e troppo rapidamente, sul grande impatto di un disco che resta una pietra angolare nella storia di una grande band. Gli U2 non avevano una matrice blues, ma il giovane irlandese Bono Vox lo sapeva cantare: non un dettaglio da poco.

Gli album non possono essere analizzati singolarmente, bensì bisogna leggerli all’interno di un percorso. Per questo è possibile farne una valutazione completa soltanto dopo molti anni. Nel caso degli U2, bisognerà aspettare il 1991. Ossia, quando un look totalmente nuovo ed un sound diverso (ma pur sempre riconoscibile) rappresentarono la cornice dell’epocale Achtung Baby, disco della svolta. L’intelligenza di cambiare strada quando la si è percorsa tutta, come sarebbe successo qualche anno dopo con Pop, del 1997. Dopodiché si sono perse le tracce degli U2, ma questa è un’altra (triste) storia.