Kintsugi. Letteralmente: l’arte di rimettere insieme i pezzi utilizzando l’oro. 

Non per nascondere una ferita, ma per esibirla.

Come per dire: qui si è consumato un trauma e proprio qui comincia a sgorgare nuova bellezza.

Ero a Los Angeles quando scoprii che i Linkin Park sarebbero tornati su un palco due settimane dopo, proprio nel giorno del mio compleanno. 

In quel momento, con la testa poggiata sul finestrino del van, la band rientrò potentemente nella mia playlist, con una consapevolezza completamente diversa rispetto a quanto non fosse accaduto anni prima. 

Pochi mesi dopo, il corto circuito tra Numb e The Emptiness Machine ha acceso la scintilla definitiva. 

Sentivo che tra quelle due canzoni, così vicine nonostante la distanza temporale, si nascondeva la fotografia precisa di ciò che stavo provando in quel momento. 

La macchina del vuoto sembrava un revolver capace di girare all’infinito, in un gioco in cui era stato già deciso come ognuno di noi avrebbe dovuto perdere. 

È l’illusione di trovare un’identità, infilandosi dentro un ingranaggio che si nutre del bisogno di approvazione.

Ci anestetizziamo, cambiamo pelle, diventiamo esattamente quello che l’altro si aspetta, pur di sentire quel brivido minimo di connessione.

Ci illudiamo che in qualche modo possa valerne la pena, con una specie di ingenuità rabbiosa e disperata.

“Volevo solo far parte di qualcosa”. 

E il vero motivo per cui questa band non poteva finire in polvere era esattamente qui: Mike e Ches hanno dato voce alle sensazioni di una generazione. 

Se la cosa più difficile era ripartire, Emily è stata la luce giusta verso cui dirigersi per far vivere ancora quel messaggio. 

Anche io, più volte, mi sono chiesto “Don’t know why I’m hoping, so fucking naive”, mentre cadevo tra le false promesse di quella macchina. 

Ed è cosi che, tra i sessantamila possessori di biglietto, mi sono incamminato verso la Visarno Arena. 

Eventi del genere hanno sempre un qualcosa di speciale, si respira un’aria magica già lungo le strade della città, invase da fan indossanti magliette, cappelli e ogni altro tipo di indumento possibile con richiami alla band. Ognuno è lì per un motivo, perché queste canzoni hanno segnato la vita di chi ha scelto di essere lì. 

Dopo un passaggio al truck di Virgin Radio, con la diretta di Ketty Passa, e l’energia travolgente dell’opening di Phantogram e Clipse, questi ultimi da tenere d’occhio per gli anni che verranno, arriva il momento del live. L’atmosfera è elettrica, il trailer del film in uscita in autunno ha già fatto scendere le prime lacrime sui visi in prima fila. 

L’attacco è dei più potenti: si parte da “The Emptiness Machine”, canzone trainante di “From Zero”, arricchita da una nuova intro e da frammenti di “Castle of Glass”, per una carrellata che alterna agilmente canzoni tratte dall’ultimo album a successi senza tempo come “Crawling” e “Somewhere I belong”, tratte da Hybrid Theory. Quella di Firenze è la tappa numero 97 di 100 totali, la macchina è rodata alla perfezione: Han scratcha esattamente come vent’anni fa; Brad, Phoenix e Colin sono il cuore pulsante su cui fluiscono le voci perfettamente complici di Mike ed Emily.

Where’d You Go, cover dei Fort Minor, e Waiting for the end sono balsamo sulle ferite ancora aperte dal 2017, Burn It Down e One Step Closer una scarica di energia pura.

Ma il concerto trova la sua vetta in “Numb”, che nella versione cantata da Emily trova sfumature diverse della stessa rabbia, “Heavy is the Crown”, che tra i pezzi del nuovo album è uno di quelli meglio riusciti dal vivo, e “In the end”. 

Perché la sintesi di tutto è proprio lì: nel vedere Mike scendere nuovamente a prendersi l’abbraccio del pubblico sulle strofe, nella voce di Emily visibilmente emozionata, nel pubblico che con tutta l’emozione possibile canta “I’ve put my trust in you, pushed as far as I can go, for all this, there’s only one thing you should know…”.

I Linkin Park hanno dato voce ai sentimenti di una generazione troppo spesso analizzata con superficialità. Sono entrati nella vita di migliaia di persone, nel mondo, senza spettacolarizzare il dolore o fare sermoni esistenziali, ma facendo percepire un senso di vicinanza a chi li ha ascoltati, come a dire “è possibile che anche tu, proprio come me, possa sentirti così”.

Ed è proprio per questo che la loro storia non poteva finire. A Firenze, come nelle altre 99 date del tour mondiale, quelle crepe sono state riempite d’oro.

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