Ohio, 15 agosto 1977. C’è un uomo, si chiama Jerry Ehman. È un astrofisico. Sta guardando i dati stampati da un radiotelescopio che scruta il deep space. A un certo punto, tra milioni di cifre tutte uguali, compare una sequenza. Sei caratteri: 6-E-Q-U-J-5. Un’anomalia. Un picco di segnale durato esattamente settantadue secondi.
Poi, il nulla.
Jerry prende una penna rossa, cerchia quella sequenza e a margine scrive una sola parola, che traduce tutta la sua emozione in tre lettere: Wow!.
Cinquant’anni dopo, tre ragazzi di Teignmouth, Devon, decidono che quel silenzio è durato abbastanza.
È da questa immagine che nasce The WoW! Signal, il decimo album dei Muse.
Negli ultimi anni, la critica più esigente ha trattato i Muse come il parente complottista da evitare durante i pranzi di Natale. Li avevamo lasciati nel 2022 intrappolati nei cliché distopici di Will of the People, ridotti a macchiette orwelliane che urlavano contro i virus mentali e psicopolizie varie.
Perchè mentre ci affanniamo a rincorrere storie e segnali persi tra stelle distanti anni luce dal nostro mondo, Matt Bellamy ha dovuto fare i conti con un crollo molto più vicino e un dolore più intimo.
Perché stavolta i Muse non parlano di alieni o di colpi di stato. Stavolta parlano di quella roba lì, quella che pulsa sotto la pelle. Parlano di un matrimonio che va a pezzi, di due persone che si sono amate e che all’improvviso si scoprono satelliti impazziti, che escono dall’orbita e diventano detriti nello spazio.
Prendete l’apertura di The Dark Forest. L’impatto è monumentale, quasi respingente: sul finale dominano i cori in latino che gridano «Sanctus! Lucifer!» su un’impalcatura barocca e teatrale. Ma se un tempo quel teatro serviva a Bellamy per mascherarsi dietro i massimi sistemi, qui diventa lo scudo emotivo per proteggere la sua vulnerabilità.
Creare un’opera così colossale significa pretendere spazio, costringerti a fermare lo scrolling e scavalcare la dittatura dell’algoritmo con la pura forza della forma.
La forza del disco risiede nella sua schizofrenica coerenza sonora.
Un attimo dopo la pesantezza liturgica dell’intro, la band ti scaraventa sulla pista da ballo con Nightshift Superstar. Il basso di Chris Wolstenholme morde il fegato con un groove funk storto che sembra un parto clandestino tra i Daft Punk dell’era Discovery e i Queen più sfacciati.
I Muse cercano la collisione. Passano dalla rabbia iper-prodotta e quasi industriale di The Sickness in You and I alle venature pop destinate alle radio di Hush, impreziosite dal duetto algido e magnetico con Ellie Goulding.
Ma il vero baricentro emotivo del disco è una doppietta che si incolla all’anima: Space Debris e Shimmering Scars. È qui che la fantascienza si fa intimista. Bellamy usa la metafora dello spazio profondo per descrivere la solitudine dell’abbandono: due amanti che escono dall’orbita reciproca, smettono di farsi luce e si trasformano in detriti che gravitano nel buio.
Quando la voce si spezza sul finale pianistico di Shimmering Scars, capisci che la polvere degli ultimi anni è stata spazzata via.
E poi c’è Cryogen. Per chiunque abbia consumato il vinile di Origin of Symmetry o abbia perso la voce sotto il palco di San Siro vent’anni fa, questa traccia è un miracolo laico. È l’erede legittima di Plug In Baby, ma senza alcuna compiacenza nostalgica.
I Muse non stanno scimmiottando il loro passato per compiacere i vecchi fan, stanno tornando alla loro postura originaria per dare un senso al disordine del presente.
The WoW! Signal non è un album perfetto, ed è bene che non lo sia, e i due concerti che si terranno alla Unipol Dome di Milano il 20 e 21 novembre potrebbero dimostrare un ulteriore upgrade del disco dal vivo.
È un blockbuster emotivo, a tratti stancante nel suo accumulo di stili, ma ha una funzione vitale immensa per la cultura rock di oggi: dimostra che si può scendere dalla giostra della modernità a tutti i costi. Dimostra che quando l’universo intorno a noi si rifiuta di rispondere ai nostri segnali, l’unica soluzione dignitosa non è rassegnarsi al silenzio del feed.
La soluzione è prendere una chitarra, sedersi al pianoforte e alzare l’amplificatore al massimo delle sue possibilità. Non per farsi sentire dagli alieni, ma per essere certi, dentro quel deserto, di essere ancora vivi.
