Durante l’esecuzione di Toxicity, con la sua scarica di energia, vi è un attimo in cui il silenzio pesa molto più del rumore.

È una frazione di secondo infinitesimale, che precede l’esplosione della voce di Serj Tankian attraverso i continui e schizofrenici cambi di ritmo impressi al suono.

In quel millisecondo di vuoto, l’Ippodromo SNAI La Maura di Milano, con le sue settantottomila anime, smette di respirare.

Ventun anni fa, quando queste canzoni ridefinivano i confini del rock, i System of a Down non stavano cercando di scalare le classifiche.

Stavano piuttosto cercando, dolorosamente, di esorcizzare un secolo di oblio e genocidio armeno tra le palme artificiali di Los Angeles.

Oggi, avvolta nella nube di polvere che avvolge una notte di di luglio in un ippodromo, la loro musica continua a essere esattamente questo: lo specchio rotto, storto e insanguinato in cui l’Occidente è costretto a guardare il riflesso del proprio collasso.

Ma prima di arrivare al loro live, è tempo di andare sotto palco agli I-Days. Vieni con me. Se non ci conoscessimo, sono Corrado Parlati e ti do il mio più cordiale benvenuto su MentiSommerse.

QUEENS OF THE STONE AGE: IL PRIMO ATTO DELLA TEMPESTA

Dopo l’energia gotica e sludge metal dei rinati Acid Bath e un deejay set infuocato di Ringo e Alteria, arriva il momento dei Queens of the Stone Age.

Josh Homme sale i gradini con l’andatura di chi ha visto troppe albe e troppi inverni. Quella dei QOTSA è un’indagine ravvicinata nei vicoli ciechi della coscienza americana che seziona lo spazio tra le allucinazioni di Feel Good Hit of the Summer e rarità come The Fun Machine Took a Shit and Died.

Non cercano il consenso, ne studiano invece i punti di rottura attraverso un corpo a corpo primitivo che culmina nel sabba elettrico di A Song for the Dead.

È il perfetto rito di purificazione preliminare: una prosa viscerale e desertica che sottrae la musica alla polvere del consumo per consegnare i settantottomila presenti, già infuocati e privati di ogni certezza, alla tempesta finale dei System of a Down.

LA CATARSI DEI SYSTEM OF A DOWN

L’inizio del set dei System of a Down è devastante. Le note spettrali di Soldier Side suonano come il presagio di una tempesta, prima che l’ippodromo venga letteralmente squarciato dal boato che accoglie B.Y.O.B.

Se c’è un brano che ha fatto da manifesto ideologico dell’intera serata, è stato proprio questo, non a caso scelto per iniziare lo show.

Piazzare in apertura quel brano, oggi, significa compiere un atto di onestà intellettuale. In quei versi si consuma il cortocircuito definitivo della nostra modernità: da un lato la macabra, ipnotica spensieratezza dell’Occidente («Everybody’s going to the party, have a real good time»), espressa da un ritornello cantabile con leggerezza, dall’altro il sangue versato nel deserto e quella domanda, reiterata fino allo sfinimento claustrofobico, che risuona come un’accusa universale: «Why do they always send the poor?».

Perché a morire ci vanno sempre i poveri?

I System of a Down, fin dalla prima nota del concerto, hanno sbattuto in faccia a settantottomila persone il paradosso di un mondo che balla mentre intorno tutto brucia, collegando idealmente la critica ferocissima all’imperialismo di vent’anni fa alle macerie dei massacri in corso nel mondo contemporaneo.

È la constatazione, amara e lucidissima, che la festa di cui cantano è esattamente quella a cui stiamo partecipando tutti, mentre fuori dal recinto dell’ippodromo la storia continua a mandare al macello gli stessi identici disperati, cambiando solo la nazione da cui vengono estratti a sorte.

La sezione ritmica di Shavo Odadjian e John Dolmayan, unita alle chitarre incendiarie di Daron Malakian, demolisce le fondamenta di ogni brano con un impeto quasi punk.

Sopra queste macerie, le linee vocali di Serj Tankian danzano con un’eleganza teatrale, che sembra appartenere a un’altra epoca.

Usando il grottesco, il sarcasmo feroce e un’ironia tagliente, come nel caso delle accelerate di Chic ‘N’ Stu o alle derive di Violent Pornography e I-E-A-I-A-I-O, che scatenano un pogo energico e contagioso, la band trasforma il concerto in un dispositivo di destabilizzazione di massa.

“Can you say, “Brainwashing?” It’s a non-stop disco” è il verso che meglio di tutti esplicita questo concetto.

Se B.Y.O.B. definisce i confini geopolitici del massacro, l’esecuzione di Genocidal Humanoidz sposta il conflitto su un piano quasi metafisico, trasformando La Maura nell’arena di uno scontro ancestrale.

È uno dei pochissimi squarci di presente discografico concessi dalla band, un pezzo nato nel 2020 per rompere un silenzio durato quindici anni e finanziare gli aiuti umanitari nell’Artsakh lacerato dalla guerra.

Dal vivo, la canzone conserva intatta la sua natura di requiem a bpm elevati, un proiettile metal di appena due minuti che non concede il tempo di respirare.

Quando Tankian e Malakian intrecciano le voci sul mantra «Beating the devil, we never run from the devil», quel “diavolo” smette di essere mera iconografia d’effetto per assumere le sembianze fin troppo reali dei signori della guerra, di quegli umanoidi genocidi che invitiamo metaforicamente a cena accettando i loro compromessi geopolitici.

Nell’esecuzione dal vivo emerge l’ostinazione di chi rifiuta di scappare o di nascondersi di fronte all’orrore, e che usa il palco non per esibire un trauma, ma per decretare che la persecuzione deve finire adesso.

I System of a Down non hanno mai ceduto alla tentazione di essere una band “politica” nel senso più pigro e canonico del termine.

Non hanno mai distribuito volantini travestiti da canzoni, né si sono prestati a fare da megafono ad agende di partito. La loro è sempre stata una politica del corpo, dell’inconscio e della postura.

Hanno capito, prima e meglio di molti altri, che in un mondo saturato dal rumore mediatico di fondo la vera radicalità non risiede nel messaggio esplicito, ma nella capacità di scardinare la percezione di chi ascolta.

Non ti dicono cosa pensare, ma ti costringono a sentire, attraverso le loro composizioni destrutturate, quanto sia profondamente incoerente il mondo in cui vivi ogni giorno.

Certo, il tempo passa per tutti, anche per i giganti. Laddove la voce di Tankian non può più arrivare con la stessa estensione di vent’anni fa, la band non arretra di un millimetro, anzi avanza: rimodula l’approccio, si fa più quadrata, e il muro del suono si erge, se possibile, ancora più alto e impenetrabile.

I cambi di tempo vertiginosi reggono l’impatto del live con una naturalezza disarmante, mentre episodi come Dreaming e Psycho lasciano spazio a momenti di pura bellezza, con un assolo di chitarra di Malakian capace di incantare e sospendere la violenza circostante.

Quando la scaletta incrocia l’urgenza di Tentative, il brano viene esplicitamente dedicato ai bambini di Gaza.

Sul finale, la tensione accumulata esplode: Malakian urla al microfono un politico e disperato «Shame on Netanyahu», che spoglia la serata da qualsiasi residuo di intrattenimento leggero.

La fine della notte ha il sapore della terra sollevata da migliaia di anfibi che energicamente si infrangono contro il terreno dell’ippodromo.

Si formano gli ultimi enormi cerchi nel prato, si innalza l’ultima, densa nube di polvere mentre le note di Sugar, che arriva dopo Toxicity e War!, mandano in pieno delirio i settantottomila della Maura.

Poi, improvviso com’era iniziato, cala il sipario.

Non pubblicano un album dal 2005, vivono separati da distanze siderali, eppure i loro concerti conservano intatta un’aura di necessità eroica.

Varcare la soglia del mondo dei System of a Down significa, infatti, questo: essere privati delle proprie certezze, costretti a guardare in faccia le contraddizioni del sistema globale come parte integrante di quel medesimo cortocircuito.

I-DAYS 2026 CI RACCONTA QUAL È LO STATO DEL ROCK

Agli I-Days, nei tre giorni di questo weekend, sono state messe in mostra tante facce del rock: dall’indie con venature pop e barocche di Florence and The Machine alla forza distruttiva e al tempo stesso generatrice dei SOAD, passando per la catarsi collettiva dei Foo Fighters, trascinati da un magnetico Dave Grohl che si conferma uno dei frontman più importanti della sua generazione e un Ilan Rubin spaziale, e il punk in versione 2010s degli IDLES.

Proprio gli IDLES sono stati tra i più apprezzati: molto più di una band di apertura tradizionale, il gruppo di Bristol ha portato sul palco degli I-Days un set denso, corposo, sanguigno, che mostra tutti i motivi per cui possono essere considerati uno dei migliori gruppi rock della scena attuale, almeno per quanto concerne i live. Imprevedibili, rumorosi, con un’estetica punk e un repertorio pregno di significati e messaggi che esplode nella finale Danny Nedelko e alla sua storia che celebra la bellezza e l’importanza delle migrazioni per la storia dei popoli.

Perché nel 2026 la vera domanda non è se il rock sia ancora vivo o meno. Ma come parla, a chi si rivolge e con quali posture lo fa.

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