C’è una geografia che non si eredita con il sangue, ma si sceglie con l’istinto. Una mappa invisibile che unisce la pietra calcarea di Ortigia alla terra bagnata di Rio, passando per i silenzi sospesi del Messico. Luigi Orofino si muove dentro queste linee di confine non come un turista della nostalgia, ma come chi cerca una postura, un modo solare e radicale di abitare il presente.
Il suo primo 45 giri – stampato per Megghiu Suli – non è solo un debutto solista; è un manifesto antropologico in forma di vinile. C’è un lato A (Amarello), registrato a Siracusa nella casa di Erlend Øye insieme alla sua comunità di sempre (tra cui Marco Castello), che suona come un pranzo interminabile che si trasforma in danza, un calcio d’inizio collettivo. E c’è un lato B (Eu), concepito in Messico e registrato a Napoli, dove il ritmo rallenta, il cavaquinho si fa confessione intima e lo sguardo si volge all’interno.
Due facce di una stessa medaglia mediterranea e tropicale che rifiutano la frammentazione algoritmica delle playlist per ritrovare il rito fisico dell’ascolto, la pazienza di girare il disco per scoprire chi siamo dall’altra parte.
Il tuo viaggio musicale nasce a Siracusa, ma da anni racconti il Brasile come una sorta di “casa dell’anima”. Mi incuriosisce questa idea, perché spesso pensiamo alle radici come a qualcosa che ereditiamo. Tu, invece, sembri averne scelte altre. Quando hai capito che esistono luoghi capaci di appartenerci ancora prima di averci vissuto?
In realtà sono molto legato alle mie radici, ma mi sento anche un cittadino del mondo, soprattutto nei tempi odierni. Il Brasile è un Paese che ho visitato più volte e che amo profondamente; occupa una parte importante della mia vita, soprattutto dal punto di vista musicale, anche grazie alla scoperta del cavaquinho. Tuttavia, non cambierei mai la mia Sicilia per nessun altro posto al mondo. Non riesco a immaginare di sentirmi appartenente a un luogo senza averlo mai vissuto davvero, senza averlo assaporato nel suo gusto autentico e non solo in quello turistico. Credo che un posto diventi tuo, o che tu possa sentirti parte di esso, solo dopo averlo attraversato e vissuto nel suo tessuto più profondo. Tornando alla musica, il mio primo singolo Amsterdam è cantato in italiano, ma ho voluto scrivere e pubblicare queste due canzoni in brasiliano perché amo moltissimo la musicalità della lingua portoghese. La trovo, per certi aspetti, simile a quella siciliana e, inoltre, la musica brasiliana ha avuto un ruolo fondamentale nella mia ispirazione e nel mio immaginario musicale.
Nella tua storia ritornano continuamente gli stessi elementi: jam session, pranzi interminabili, case condivise, amici che diventano compagni di viaggio. Ascoltando Amarello si ha quasi la sensazione che il vero protagonista non sia una persona, ma la comunità. Oggi, in un mondo che premia sempre di più l’individualismo, pensi che fare musica sia ancora un gesto collettivo?
Per come vivo e penso, la musica è un gesto totalmente collettivo. È un gioco di squadra. Per usare una metafora sportiva, io non faccio Judo ma gioco a calcio con altre dieci persone. La canzone Amarello è stata registrata in questa modalità, con la mia squadra preferita: i miei amici.
In Amarello ripeti: «Preciso coragem, eu quero viver deixando a saudade» (“Ho bisogno di coraggio, voglio vivere lasciando la nostalgia”). Mi sembra una frase che parla a chiunque abbia scelto di partire. Per te la nostalgia è qualcosa da custodire o un luogo in cui si rischia di restare bloccati?
Per me la nostalgia è un bel ricordo da custodire, un momento caro rimasto impresso dentro di me che però non deve trattenere né bloccarmi; al contrario, molto spesso diventa stimolo a fare meglio.
Eu nasce in Messico, Amarello a Siracusa, entrambe guardano al Brasile. Nei tuoi racconti il tempo sembra cambiare ritmo a seconda dei luoghi. Esistono posti che ci insegnano un modo diverso di abitare il tempo? E cosa ti hanno insegnato il Brasile, la Sicilia e il Messico, ciascuno a modo proprio?
Esistono luoghi che insegnano un modo diverso di abitare il tempo, ma purtroppo nel mondo stanno diventando sempre più rari. Nei miei viaggi ho avuto la fortuna di visitare alcuni di questi posti e di passarci del tempo, stravolgendo anche le mie abitudini. Penso inoltre che il mondo sia abbastanza grande e che sia importante, per ognuno di noi, scegliere il posto in cui sentirsi più comodi e davvero a proprio agio.
Brasile, Sicilia e Messico sono tre posti in cui ci vivo molto bene e mi hanno insegnato a vivere in maniera solare e a guardare la vita dalla prospettiva del bicchiere mezzo pieno. In tutti e tre i casi si tratta di popoli cordiali e calorosi.
In Eu dici: «Depois que eu me encontrei, todos querem saber o que aconteceu» (“Dopo che ho trovato me stesso, tutti vogliono sapere cosa è successo”). È un verso che mi ha colpito perché sembra suggerire che trovare sé stessi non sia un punto d’arrivo, ma qualcosa che gli altri percepiscono prima ancora di noi. Tu quando hai avuto la sensazione di aver trovato davvero la tua voce?
Trovare se stessi, in realtà, è un punto di partenza. Gli altri lo percepiscono inevitabilmente, perché lo manifestiamo in modo naturale, emanando energia. Io ho avuto la sensazione di aver trovato me stesso dopo aver imparato a suonare il mio cavaquinho e successivamente a cantare.
Hai scelto di esordire con un 45 giri, una forma che obbliga ad ascoltare due facce dello stesso racconto. In un’epoca dominata dalle playlist e dall’ascolto frammentario, è sembrata quasi una scelta controcorrente. Cosa speri che accada tra il momento in cui qualcuno ascolta Amarello e quello in cui gira il disco per mettere Eu?
Spero che entrambe le canzoni emanano energia positiva. Al primo ascolto, però, si percepiscono due facce completamente diverse, come in una medaglia, o come lo yin e lo yang, il bianco e il nero: due sapori lontani tra loro, ma uniti da un filo logico comune. Ognuno potrà scegliere quella che sente più vicina.La pubblicazione è nata in modo spontaneo, senza pensare alle dinamiche attuali fatte di playlist, singoli e strategie varie. Oggi spesso si ragiona più su aspetti estetici e di mercato che sul puro piacere di fare musica e condividerla.Il 45 giri, invece, è una scelta naturale: fin da piccolo sono cresciuto con i 7 pollici e l’idea di stamparne uno tutto mio mi entusiasma davvero.
Nelle tue canzoni compaiono continuamente il mare, il sole, il cibo, gli amici, la danza. Potrebbero sembrare immagini semplicemente luminose. Eppure ho l’impressione che parlino soprattutto di una cosa: il bisogno di appartenere a qualcosa di più grande di noi. Alla fine, cos’è che stai cercando davvero quando continui a viaggiare?
Per me il viaggio è la scoperta delle cose belle in giro per il mondo: conoscere posti nuovi e persone nuove, assaggiare cibi diversi, ascoltare nuova musica, suonare con musicisti nuovi. È immergersi nelle culture e nelle usanze dei luoghi, coglierne la parte migliore e trovare ogni volta una nuova dimensione in cui riconoscermi, sentirmi a mio agio, sviluppare le mie emozioni e, a volte, trasformarle anche in canzoni.
A Teresa Brancia e Luigi Orofino va un sentito ringraziamento
