Il metal, spesso, viene raccontato attraverso il rumore. Le Hellfox, invece, sembrano usarlo per ascoltare meglio il silenzio.
Dietro il doppio cantato che alterna melodie e growl, dietro i riff taglienti e le atmosfere cupe, la band costruisce da anni un percorso che parla soprattutto di ciò che accade dentro le persone: la rabbia che diventa sopravvivenza, la vulnerabilità nascosta dietro un’armatura, la memoria, la terapia, il lento tentativo di riconoscere tutte le versioni di sé.
Con l’uscita di The Spectrum of Human Gravity, questo viaggio interiore si arricchisce di nuove immagini e nuove domande. C’è una dea che accoglie gli esclusi, una creatura che affonda tra i ricordi, una bambina ferita che incontra finalmente la propria guaritrice. Simboli che non cercano risposte definitive, ma invitano ciascuno a riconoscere le proprie fratture.
Abbiamo incontrato le Hellfox – soprattutto Greta Antico, voce della band – per parlare di ciò che resta quando la musica smette di essere un genere e diventa uno spazio in cui imparare, poco alla volta, a guardarsi dentro.
Non parliamo di musica per ricordare il passato. Parliamo di musica per capire chi siamo adesso, come siamo arrivati fino a qui. Chiudiamo gli occhi. Torniamo al 2019, ai primi giorni delle Hellfox. Qual è stata la prima emozione che avete capito di voler trasformare in suono? E, soprattutto, quando avete capito che questa band non avrebbe parlato di evasione, ma di fratture emotive?
Bellissimo questo throwback e certamente l’idea del costruirsi man mano è molto nostra. La prima emozione in assoluto, per quanto mi riguarda perlomeno, è stata la curiosità. Volevo capire dove potessi spingermi e come mi sarei sentita una volta “esposta” la parte più intima di me… Per quanto riguarda le tematiche Non è stata una decisione voluta, semplicemente è successo, io sentivo di dover esprimere certi nodi e le ragazze mi hanno seguita. Sicuramente abbiamo preso una strada tosta per quanto riguarda i nostri contenuti, ma siamo state fortunate perché c’è tanta gente che percepisce le cose in modo molto simile al nostro e ci supporta.
Our Lady Of Sorrows sembra una preghiera pagana pronunciata da qualcuno che non trova più posto nel mondo umano. La figura della dea che emerge dal testo non consola: pretende sacrificio, devozione, trasformazione. Che cosa rappresenta davvero questa entità? Qual è il vostro rapporto con la spiritualità?
Our lady è stato uno dei primi testi scritti per Hellfox, è una rilettura della natura leopardiana, madre e matrigna. Una figura a cui pregare quando si è al limite e che pretende qualcosa in cambio. Volevo partire da una citazione colta ma affondandola nella realtà quotidiana, la natura a volte è generosa e si offre, dall’ altra parte invece è capace delle peggiori catastrofi senza curarsi dei suoi figli. Trasliamo la figura della natura in qualsiasi altra (non amo scrivere testi troppo descrittivi, ognuno può vederci ciò che vuole) e il gioco non cambia.
Parlo a nome mio, mi sento una persona molto spirituale ma poco religiosa se vogliamo dirla così, amo pensare che siamo tutti connessi ma che il divino sia qui ed ora (potremmo definirmi panteista come Spinoza ahah)
Nel testo c’è una frase potentissima: “Your rage is our gift to those who doubt Hades has a queen”. Sembra quasi un manifesto identitario. La rabbia, per voi, è distruzione o sopravvivenza?
La rabbia è stata per anni l’unica cosa che ho potuto provare, l’unica emozione che riusciva a superare il blocco. In questo caso la rabbia è ciò che la divinità regala al suo devoto, ma nella nostra quotidianità ha sempre meno spazio, grazie a tanto tanto lavoro psicologico.
Your Name racconta qualcuno che indossa il proprio dolore “come un mantello nero”. In The Warrior, The Child, The Healer invece emerge una frase devastante nella sua semplicità: “Nobody should see me cry”. Sulla base della vostra esperienza, come si attraversa la paura di mostrare vulnerabilità senza trasformarla in armatura?
Ci sto ancora lavorando, pazienza che la risposta arriva, prima o poi.
The Warrior, The Child, The Healer sembra il racconto di una guerra interiore tra diverse versioni di sé: la guerriera che si protegge, la bambina ferita, la guaritrice che finalmente ascolta. Come nasce un brano così intimo?
Nasce dal mio percorso di terapia che mi ha portato a guardare, riconoscere e accettare tutte quelle parti di me che non avevo ancora conosciuto. La guerra a volte è ancora in atto ma qualcosa si sta muovendo, tanto che non parlerei più di guerra ma di ricerca di equilibrio.
Seaweed Braids dà l’impressione di muoversi sott’acqua: tutto è lento, malinconico, distante. La creatura sommersa del testo sembra qualcuno intrappolato nei propri ricordi. Che rapporto avete con la memoria dentro questo nuovo disco?
Torniamo alla prima domanda così, avere memoria di chi si è stati, di chi si ha amato e di cosa ci ha fatto brillare gli occhi ci permette di essere a pieno noi stessi.
Mi sono immaginata un moderno Amleto che ripensa alla sua Ophelia, inseguito dal leviatano, duplice entità: mostro della depressione o ricerca della pace…
Se doveste descrivere le Hellfox attraverso un solo fermo immagine, quale sarebbe? Una stanza vuota dopo una crisi? Le luci fredde di un palco prima di entrare? O qualcuno che finalmente trova il coraggio di guardarsi allo specchio?
G: Credo che io personalmente veda Hellfox come l’ultima scena del video di seaweed Braids, un abbraccio pieno di accettazione e consapevolezza.
P: Se dovessi pensare a un fermo immagine della band, lo immaginerei come un riflesso sull’acqua: qualcosa di mutevole e in perenne balia degli eventi, distorto ma profondamente confortante. È un’immagine che non ti lascia indifferente, anzi, ti spinge a volerci entrare dentro, a esplorarla.
G: noi coi baffoni
