La prima immagine che Jungle Julia, al secolo Giulia Covitto, sceglie per raccontarsi non è un palco pubblico, ma un tavolo.
Ha sei o sette anni, indossa gli enormi occhiali del nonno e un mantello costruito con la carta dell’uovo di Pasqua. È Capodanno e canta davanti alla famiglia. Ride mentre lo ricorda.
Da quella bambina colorata alla cantautrice che oggi attraversa il buio, il corpo e la spiritualità nelle canzoni di Vespro, Lode e Ora Nona il passo non è poi così lungo. È cambiato il linguaggio, ma è intatto il desiderio di cercare.
Perché, ascoltando Jungle Julia nel corso della nostra chiacchierata, si ha la sensazione che la nascita di nuove domande conti più delle risposte. E forse è proprio questo il filo invisibile che tiene insieme tutta la sua musica.
Chiudiamo gli occhi e torniamo indietro. Qual è la prima immagine che ti viene in mente pensando al momento in cui hai iniziato a cantare come Jungle Julia?
Ora mi è tornata in mente l’immagine di che cantavo sul tavolo di mia nonna con il mantello fatto con la carta dell’uovo di Pasqua.
Ed eri bambina, quindi…
Sì, sei o sette anni, credo. Occhialoni giganti di mio nonno, mantello fatto con l’uovo di Pasqua… Non so, mi ricordo che ero molto colorata. Era Capodanno.
In Demonio canti: «Non si scappa mai dal demonio che ti fa compagnia». Oggi siamo abituati a pensare che le nostre ombre vadano sconfitte o eliminate. Tu sembri suggerire qualcosa di diverso: che certe parti di noi vadano prima di tutto riconosciute. Chi è quel demonio?
Allora, io sì, sono a favore dell’accettare le proprie zone d’ombra, accettarle e soprattutto riconoscere che esistono, perché altrimenti le metti sotto il tappeto e faranno sempre parte di te.
Chi è il mio demonio? Non so se posso risponderti a questa domanda. Diciamo, non è una vera e propria persona, ma sono più delle caratteristiche che io cerco nelle persone; spesso sono quel tipo di caratteristiche di autosabotaggio che vedo negli altri.
Mi ha insegnato ad accettare tutte le mie sfaccettature e a volerle. Anche ad odiarmi, se serve farlo in certi momenti. Lo reputo un sentimento normale e naturale come gli altri
Tra Carne, Al buio e Sonno ho avuto la sensazione che, nelle tue canzoni, il corpo non sia mai l’opposto dell’anima, ma quasi una strada per raggiungerla. Il desiderio, la fragilità, il sonno, perfino il dolore sembrano appartenere alla stessa ricerca. Qual è la tua visione della spiritualità?
Non credo che il corpo sia qualcosa che si contrappone all’anima; questa visione è stata superata da secoli, fortunatamente. Il corpo è il mezzo attraverso cui siamo nel mondo: viviamo, tocchiamo, gustiamo, ridiamo e piangiamo.
Per me la spiritualità è un esercizio fondamentale per rapportarci con noi stessi e con quello che non vediamo. Con ciò che non sappiamo spiegare a parole eppure esiste.
È semplicemente ricerca di senso slegata dai dogmi religiosi.
In Le Formiche attraversi Rousseau, De André, Giovanni Truppi e perfino le istruzioni di un telecomando. Quali sono state, nel corso degli anni, le tue principali fonti di ispirazione, non solo musicali, ma anche cinematografiche e letterarie?
In letteratura mi vengono in mente Pessoa, Cortázar, Pasolini, la Allende, Tabucchi, Céline. Jorge Luis Borges.
In musica Battiato, fondamentale, Giovanni Truppi, Nada, ai loro tempi i Marta sui Tubi, PJ Harvey, Radiohead, White Stripes, Idles, Fiona Apple, Fleetwood Mac. Ultimamente tanta musica latinoamericana tradizionale.
Ispirazioni cinematografiche Lynch e Tarantino ovviamente, Fellini, Jodorowsky, Wim Wenders. Anche Paolo Villaggio.
Tra Vespro, Lode e Ora Nona non c’è mai la sensazione di una guarigione definitiva, ma quella di un attraversamento. Tutte le copertine che accompagnano simbolicamente il percorso dei brani sono state realizzate su pellicola da Pippo Moscati e sono state scattate davanti a tre diverse chiese. Cosa rappresentano per te questi tre luoghi?
La chiesa è un luogo sacro, come tutti quelli in cui si professa una fede. Fa parte della mia storia, da piccola ho fatto anche grandi dormite sulle panche di legno della chiesa di Orbetello.
Comunque è uno di quegli spazi che l’uomo ha costruito per cercare, e dove passa tantissima vita e morte.
Mi piaceva l’idea che i tre capitoli fossero accompagnati da tre luoghi sacri, quasi come tre tappe di un viaggio interiore.
Le chiese che abbiamo scelto con Pippo non hanno un’importanza particolare nella mia storia: sono state scelte soprattutto per la loro architettura e per come quest’ultima si rapportava al significato dei tre capitoli.
Abbiamo lavorato su come la luce, in base all’ora del giorno, mi illumina. Poi c’è stata la coincidenza di aver scelto la chiesa all’interno del Niguarda per “Ora Nona”, e l’ospedale è un luogo di passaggio della vita, così come lo è Ora Nona, un momento di passaggio e trasformazione.
A Jungle Julia e Gaia Alessandra Sala – About Ent. va un sentito ringraziamento
