Quando Nanna Bryndís Hilmarsdóttir alza gli occhi al cielo, a metà concerto, la Luna è esattamente lì, tra il Vesuvio e le pietre di un Anfiteatro unico al mondo. «Guardavo la Luna e pensavo quanto fosse magico suonare in un posto del genere», sussurra al microfono, con timidezza, e in quella frase pronunciata a mezza voce c’è tutta l’emozione degli Of Monsters and Men nella notte del 24 giugno.
Le note soffuse e indisturbate, le antiche rovine di Pompei accarezzate dalla sola luce della mezzaluna: il concerto provoca il fortunato incontro tra il placido raccoglimento interiore di un’Islanda glaciale e la calda radura sud italiana di un antico impero globale. Qui il mondo è concentrato e ancora in tumulto per il sottosuolo della vita più recondita. Gli Of Monsters and Men parlano una lingua al di là del tempo e dello spazio.
Già le prime luci sonore rompono con delicatezza la quiete brulicante di sussurri e bisbigli. Il collettivo islandese, tornato in Italia a sei anni dall’ultimo lavoro per l’esclusiva del centro-sud targata B.O.P. Beats of Pompeii (qui il calendario completo), ha fatto la scelta più coraggiosa: dedicare esattamente metà della scaletta (nove brani su 18) al nuovo album All Is Love and Pain in the Mouse Parade, evitando di cadere nel rischio del revival, sempre dietro l’angolo quando si tratta di preparare un concerto in una location del genere. L’inizio del concerto squarcia la curiosità anche di chi credeva di trovarsi lì per il mero ascolto di una qualunque canzone: è un manifesto programmatico in cui la band apre con Television Love, la traccia che inaugura il nuovo capitolo discografico. È un suono diverso, asciutto, figlio dell’isolamento creativo nel loro studio in Islanda e della produzione di Josh Kaufman. La chitarra acustica non è più uno scudo dietro cui nascondersi, ma uno strumento chirurgico per indagare il legame viscerale tra amore e dolore.
È invece subito musica profonda, che prende dalle viscere e taccheggia il silenzio, mastica il vuoto ricantandone un’insonne prosodia di emozioni. È davvero difficile sottrarsi al muro di sensazioni suscitato. Il fulcro emotivo della serata si concentra in un trittico centrale spiazzante: la nudità quasi claustrofobica di Tuna in a Can, l’urgenza ritmica di Kamikaze e la densità filosofica di Human. Sul palco, la dinamica tra la voce di Nanna e quella di Ragnar Þórhallsson si muove secondo un principio di “yin e yang” vocale, evitando la precisione geometrica, per cercare la verità del contrasto, specchio di una band che ha attraversato i traumi della fama globale degli anni 2010 per ritrovare il senso profondo del fare musica insieme.
Dirty Paws e Crystals arrivano a metà set, collocate non come fuochi d’artificio per il finale, ma come tappe di una storia collettiva. E quando esplode l’immancabile Little Talks, la hit planetaria da oltre un miliardo di stream perde la sua natura di tormentone per trasformarsi in un dialogo terapeutico tra solitudini, amplificato dai cori avvolgenti del pubblico che riempie le gradinate di pietra. Vigile resta l’intera platea destando dal sonno ogni battito di cuore addormentato.
È su Love, Love, Love che si richiama alla parola “amore”: un pezzo che stupisce, che è perfettamente calzante per il grande abbraccio tra pubblico e palco, quasi una mezzaluna che specchiava di voluminosa umanità quella invece fioca e solitaria del cielo. Il finale viene quindi richiesto in piedi: in un istante si rompono le gerarchie del numero di poltrone e il solo orecchio si anima accalcandosi davanti alla fonte sonora del palco, subissato dal sorriso di Nanna, che scende tra la folla travolta da mille mani che la sfiorano.
Il finale vero e proprio è un cerchio che si chiude senza concessioni al bis di cortesia. Dopo l’alienazione di Visitor, la band affida i saluti all’oscurità post-rock di Fruit Bat. Niente ritornelli liberatori, ma una coda strumentale densa e spigolosa che svanisce nel silenzio di Pompei. Sulle distorsioni di pedali di chitarra struggenti e dalle manopole stirate a mille giunge la chiusura, un climax che non lascia alcun frammento di vissuto scevro dall’impatto sonoro.
Sotto la Luna di Pompei, la band islandese non ha celebrato la propria storia: ha dimostrato di essere ancora un antidoto necessario alla velocità del mondo esterno. Gli Of Monsters and Men assumono il controllo della perdita di controllo di ogni emozione; travolgono gli scavi e riscrivono il capitolo di una mitologia fuori dalla storia.
Of Monsters and Men – La scaletta del concerto a Pompei
Television Love
Dream Team
King & Lionheart
Tuna in a Can
Kamikaze
Human
Styrofoam Cathedral
Alligator
The Actor
The Block
Mouse Parade
Dirty Paws-
Crystals-
Ordinary Creature.
Little Talks
Visitor
Love Love Love
Fruit Bat
A Giulio Di Donna – Hungry Promotion va un sentito ringraziamento
Articolo a cura di Corrado Parlati e Annamaria Pacilio
