C’è una frase, nascosta tra le risposte di questa intervista, che forse racconta meglio di qualsiasi recensione il mondo di Mattia Labadessa.
«Mi interessa ricordare quanto profonda sia la superficie».
È una chiave di lettura per tutta la sua opera.
Da anni Labadessa racconta l’ansia, la solitudine e il desiderio di essere amati attraverso un uomo-uccello che osserva il mondo con stupore e malinconia.
Nelle sue canzoni succede qualcosa di simile: le grandi questioni dell’esistenza non arrivano sotto forma di manifesti filosofici.
Si presentano mentre aspetti qualcuno alla stazione di Montesanto, davanti a un cappuccino ormai freddo, con il telefono scarico in tasca e una notifica che non arriverà.
Nei suoi brani il dolore non ha niente di eroico, si presenta piuttosto come goffo, ironico, quotidiano. Vive nei ritardi, nelle attese, nelle sigarette fumate per ingannare il tempo. Eppure proprio in quella normalità riesce a diventare universale.
Abbiamo parlato con Mattia Labadessa di musica, di Napoli, dell’ossessione per il futuro, della paura della morte e di quel difficile equilibrio tra ironia e vulnerabilità che attraversa da sempre il suo lavoro.
Ne è nata una conversazione che parla molto meno di canzoni e molto di più di cosa significhi essere umani.
INTERVISTA ESCLUSIVA A LABADESSA
Non parliamo di musica per ricordare il passato. Parliamo di musica per capire chi siamo adesso. E ascoltando le tue canzoni si ha spesso la sensazione che tu abbia trasformato l’ansia contemporanea in paesaggio urbano. Montesanto, la Cumana, i bar, i cappuccini, le sigarette, i telefoni scarichi. Ti ricordi il primo momento in cui hai capito che la musica poteva diventare linguaggio?
Ho capito che la musica poteva essere un’altra forma d’espressione per la mia “arte” (perdona le virgolette, faccio sempre fatica a definirla così) nel momento in cui ho preso il microfono in mano, a casa di un amico che tutt’oggi mi accompagna nella creazione dei brani e nei live, e ho cantato, male, senza sentirmi giudicato.
Era quello, credo, il grande filtro da superare: il giudizio. Quando la musica si è avvicinata al disegno, ovvero quando entrambi i modi di comunicare mi hanno fatto sentire al sicuro, ho capito che sì, potevo cantare. E potevo usare il canto per raccontarmi ancora.
In Montesanto c’è una cosa molto forte: il protagonista continua ad aspettare anche dopo l’umiliazione. Gli sputano in testa, il telefono si spegne, l’altra persona sparisce. Eppure lui resta lì. Secondo te oggi siamo diventati emotivamente dipendenti dall’attesa?
Siamo da sempre emotivamente dipendenti dall’attesa, per un fattore molto semplice quanto terrificante: la morte. Tutti viviamo consapevoli di quello che ci aspetta, il gran finale; tutti ascoltiamo, osserviamo il tempo, scandendo ogni minuto delle nostre giornate. Credo che l’attesa ci accompagni, che l’attesa sia il motivo per il quale siamo riusciti a rimanere in piedi in mezzo al nulla. Una delle cose più difficili da fare nella vita è vivere il presente. Per alcuni è una missione, per altri utopia. La nostra estrema difficoltà nel realizzare e camminare nel “qui e ora” è una prova tangibile del fatto che l’attesa, la speranza, un futuro inesistente, siano la benzina che ci permette di muoverci, creare, esistere.
La stazione nelle tue canzoni sembra quasi un luogo spirituale. È il posto del transito, delle persone che partono, delle occasioni perse. Che rapporto hai con gli spazi urbani di Napoli, che nelle tue canzoni narri in una maniera lontana dallo stereotipo folkloristico, ritraendola quasi stanca, romantica, precaria, notturna?
Napoli è un grande mistero per me. La temo da poco e l’amerò per sempre. Non rientro in quella categoria di persone che prende Napoli e la pone sul tetto del mondo.
Riconosco la sua poesia, sono grato della “magia” che mi ha donato, e credo che il mio modo di esprimermi e il fatto che funzioni derivino molto da questa città.
Allo stesso tempo, come dicevo, Napoli mi spaventa. Non so rispondere, quindi, alla tua domanda. Napoli non la vivo, la assorbo come una pianta, ci metto piede ogni tanto, quando mi sento spavaldo, e sogno di averla in mano, mentre la guardo da lontano. Come mi dico spesso, “un giorno troverò le risposte che cerco a Piazza Dante”.
In Cappuccini fai una cosa molto difficile: trasformi un’ossessione sentimentale in comicità senza svuotarla emotivamente. Quanto è importante l’ironia per sopravvivere?
Se non ridessi continuamente di me stesso e delle piccole “tragedie” che mi addobbano non farei questo lavoro. E se pure lo facessi, non sarebbe altro che un racconto senza spunti, forse senza un senso per quanto mi riguarda.
L’ironia è il mezzo che mi permette di sentirmi protetto nel momento in cui mi apro, uno scudo tra me e il pubblico (e tra il me che scrive e il me che vive).
Vorrei che tutti si prendessero continuamente per il culo, che si ridimensionassero. Il mondo sarebbe un posto decisamente migliore se la smettessimo di prenderci sul serio.
Secondo me Letto Panorama è uno dei tuoi pezzi più pesanti emotivamente, perché sotto l’ironia parla apertamente della paura della morte e della dissoluzione. Come nasce questo brano?
Letto Panorama nasce nel modo più banale e al contempo più incredibile: l’ho sognato. Ricordo benissimo quel momento, dovrei avere ancora il video: mi sveglio una domenica (tardissimo), con ancora in testa il ritornello di Letto Panorama, prendo il telefono, faccio un video e registro tutto. Subito dopo, comincio a scrivere le strofe.
Forse avevo sognato anche quelle: le ho scritte di getto, come se stessi calcando dei solchi già presenti sul foglio (l’ho scritta sulle note del telefono, però concedimi un’immagine più romantica). Sì, è decisamente il mio brano più pesante emotivamente: è anche l’unico in cui il mio amore non è rivolto a un essere umano ma a l’esistenza tutta.
C’è una linea che unisce Tiziano Ferro di ‘Non me lo so spiegare’ alle tue canzoni: uomini fragili che non hanno paura di apparire ridicoli nel dolore. Quali sono stati, negli anni, i tuoi punti di riferimento musicali e letterari?
C’è una sola risposta a questa domanda: Burial. Un compositore londinese che produce musica elettronica, musica che mi ha accompagnato (e continua a farlo) negli anni. I suoi brani riescono in qualche modo a farmi passeggiare tra i suoni, mi parlano, mi conoscono e io mi riconosco in loro. “Stolen Dog – Kindred – Ashtray Wasp – Come down to us”, per citarne alcuni, sono pezzi che mi hanno in qualche modo cambiato la vita.
Ho scoperto Burial quando sono entrato all’Accademia di Belle Arti, in un momento di crescita importante, in cui ero ancora pregno di entusiasmo e di fame. Devo molto a Burial. Anche a Tiziano Ferro, dai. E entrambi non sanno manco che esisto. Va bene così.
Le tue canzoni sembrano dire una cosa molto precisa: il dolore non arriva mai in modo elegante. Arriva mentre fai colazione, mentre guardi il telefono, mentre entri in un bar. È questa la parte della vita che ti interessa raccontare?
Mi interessa parlare dell’ovvio, di ricordare e ricordarmi costantemente quanto profonda sia la superficie, di quanto abbiamo dimenticato che la verità (la vita) sia banale.
Siamo troppo capricciosi (e ci diamo troppa importanza) per accettare che tutto ciò che ci circonda adesso sia finzione e che le cose che diamo per scontate siano la realtà. Mi interessa parlare di un uomo uccello nato senza ali.
Di un pomeriggio a contemplare una parete illuminata dal sole, e non della notte da leoni.
TOUR SUDATICCIO 2026 – LE DATE DEI CONCERTI DI LABADESSA
Nel 2019 Labadessa intraprende il percorso musicale pubblicando singoli diventati voce della scena indie italiana come “Montesanto”, “Dovremmo prendere un cane” e “Tra le giostre”, in cui attraverso versi profondamente veri viene descritto il suo sentire interiore.
Dopo un intenso tour invernale nei club completamente sold out, con il “Tour Sudaticcio – Primavera Estate 2026” Labadessa porterà sui palchi di numerosi festival italiani il proprio progetto facendo tappa lungo lo stivale insieme alla sua band.
Qui i dettagli degli show di Labadessa:
3 maggio 2026 – Comicon – Napoli (NA) Biglietti
9 maggio 2026 – Asilo Ciani – Lugano (TI) Biglietti
23 maggio 2026 – MI AMI Festival – Milano (MI) – Biglietti
4 giugno 2026 – Testaccio Estate – Roma (MI) Biglietti
20 giugno 2026 – Dlen Dlen Festival – Arsita (TE) Biglietti
25 giugno 2026 – Flowers Festival – Torino (TO) Biglietti
30 giugno 2026 – Dopofestival – Napoli (NA) Biglietti
10 luglio 2026 – Ribalta Marea – Cesenatico (FC) Biglietti
1 agosto 2026 – Lightblue Festival – Realmonte (AG) Biglietti
11 agosto 2026 – Color Fest – Lamezia Terme (CZ) Biglietti
29 agosto 2026 – Casa delle Arti – Conversano (BA) Biglietti
More TBA – Date in Aggiornamento
