C’è un contrasto quasi visivo che attraversa la traiettoria di Rosita Brucoli.

Da un lato la provincia pugliese, il silenzio di una stanzetta, un disco di Niccolò Fabi che gira nel lettore e quella telefonata da Torino che sposta l’asse del destino per una ragazza che ha dovuto fare da genitore ai propri silenzi.

Dall’altro, la verticalità caotica di Milano, le aule del Conservatorio Verdi e una voce che, quasi di nascosto, entra nelle case di milioni di italiani attraverso lo schermo di una televisione, prestando il proprio talento ai jingle delle campagne pubblicitarie più note. Un’operazione segreta, infiltrata tra le abitudini quotidiane e i consumi della classe media.

È esattamente in questa frattura, tra la purezza della provincia e il cortocircuito del commercio, che nasce l’urgenza dell’ultimo singolo della cantautrice classe ’99, Pubblicità, realizzato insieme a Giulia Mei e prodotto con Alessandro di Sciullo e Ramiro Levy.

Se l’industria discografica contemporanea ha ormai assunto le sembianze di un enorme supermercato dove le canzoni vengono trattate come merci deperibili, intercambiabili e modellate sull’altare dell’algoritmo, Rosita Brucoli sceglie la via della provocazione lucida.

Non lo fa con il ditino alzato della nostalgia sterile, ma analizzando i meccanismi di un consumismo estremo che costringe gli artisti all’omologazione e alla censura dei propri lati oscuri in nome di una felicità da slogan motivazionale.

Dopo aver esplorato i chiaroscuri della crescita precoce e della dipendenza affettiva nel denso e viscerale Siamo Stati Guai, l’artista pugliese torna per smontare i mantra della superficie.

Insieme a lei c’è l’attitudine sfrontata di Giulia Mei, chiamata a spingere il contrasto un passo più in là, per rivendicare un’idea di canzone che sia ancora atto di giustizia, spazio di resistenza politica e, soprattutto, verità emotiva.

L’abbiamo incontrata per andare oltre la superficie del mercato, scavando dentro le ferite, la memoria e il bisogno di non accontentare nessuno a tutti i costi.

Non parliamo di musica per ricordare il passato. Parliamo di musica per capire chi siamo adesso. Rosita, chiudiamo gli occhi e torniamo in Puglia. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che scrivere canzoni non sarebbe stato un semplice passatempo, ma un modo per sopravvivere a qualcosa?

È successo in un momento molto particolare. Avevo nello stereo un CD di Niccolò Fabi e, due giorni dopo, ricevo una chiamata da Torino: era il Reset Festival che mi chiedeva di partire per lavorare proprio con lui, a un mio brano. Ero nella mia stanzetta, come sempre, e all’improvviso mi sono sentita chiamata da una sensazione estremamente positiva nei confronti della mia musica. È stato uno di quei momenti in cui qualcosa dentro di te cambia prospettiva.

In “Siamo stati guai” chiedi: “Avremo un premio per questo?”. È una domanda che sembra riguardare tutti quelli che hanno attraversato qualcosa di difficile. Oggi credi che il dolore restituisca davvero qualcosa oppure è una bugia che ci raccontiamo per andare avanti? Hai mai avuto paura che trasformare certe ferite in canzoni significasse perderle per sempre?

Credo che il dolore possa aiutare chi riesce a trasformarlo, perché apre il portale delle emozioni di un certo livello. Purtroppo, però, il dolore non rende automaticamente saggi: la sua trasformazione è un processo lungo e complesso. Alla seconda domanda rispondo di no: non ho mai avuto paura di perdere quelle ferite scrivendone. Semmai ho avuto paura di imprimerle in qualcosa che le racconta e, in un certo senso, le cristallizza per sempre.

In “Non vuoi più drogarti alle feste” dici una frase potentissima: “Io che ho fatto da genitore alla mia”. Quanto pesa crescere troppo presto? Se guardi indietro alla Rosita bambina, cosa vedi che poi si è trasferito nelle tue canzoni?

Sono stata una bambina che ha dato pochi problemi. Nelle canzoni, però, potevo essere tutto ciò che non riuscivo a essere nella vita reale: ribelle, sfrontata, coraggiosa e persino problematica, nel senso più normale del termine. Così ho portato nel mio lavoro le ferite della bambina che ero, quasi come un modo per restituire loro giustizia.

In “Crisi di panico” dici che la musica ti ha salvata dalla dipendenza affettiva. Ricordi il momento in cui hai capito che stavi chiedendo agli altri qualcosa che avresti dovuto imparare a dare a te stessa?

Purtroppo ho imparato piuttosto tardi cosa significhi avere amor proprio. Quando non ce l’hai, non ti fidi di te stessa e non riesci ad affidarti alle tue risorse. È una condizione mentale che occupa molto spazio. Quando inizi a fidarti davvero di te, scopri di poter essere una buona amica per te stessa. Ed è una sensazione emozionante.

In “Mantra” attacchi tutte quelle formule che promettono felicità immediata. Quando hai capito che alcuni messaggi motivazionali possono diventare una forma di censura emotiva?

Quando ti impediscono di dire la verità. Solo quando riesci a raccontarti la verità, anche rispetto ai dolori più profondi, puoi davvero comprenderti meglio. La sincerità non passa soltanto dalla positività.

Hai detto che nessuno meglio di Giulia Mei poteva portare la provocazione di “Pubblicità” un passo più in là. Che cosa avete riconosciuto l’una nell’altra?

In Giulia Mei riconosco una grande coerenza e un forte coraggio artistico e politico. Sono una sua fan, ma soprattutto ammiro la sua attitudine sfrontata, il suo non voler accontentare nessuno a tutti i costi. È una caratteristica che negli artisti mi piace moltissimo.

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