Una lattina schiacciata comincia a rotolare sull’asfalto bagnato di Londra. Siamo nel cuore della zona Ovest. Un suono secco, metallico, si ripete con insistenza. È un’eco di ciò che resta quando qualcosa ha già finito di esistere.
Poi entra un battito dub, sporco, a bpm bassi. Non accompagna la scena, la traspone in musica.
All’inizio del ventunesimo secolo, mentre il pop accelerava verso l’iper-visibilità costante e la cultura dell’immagine iniziava a diventare una forma di pressione sociale, Damon Albarn e Jamie Hewlett scelgono di prendere la direzione opposta: sparire.
Quando nascono i Gorillaz, nel 2001, il progetto viene letto come un esperimento collaterale. Venticinque anni dopo, la prospettiva si ribalta: non stavano scappando dal mondo.
Stavano costruendo il dispositivo per osservarlo mentre cambiava forma.
I Gorillaz non sono una “virtual band”, ma un concetto che ha anticipato la crisi dell’identità, la frammentazione culturale e la trasformazione del pop in linguaggio globale instabile.
In attesa di vederli sul palco de “La prima estate” a Lido di Camaiore, il prossimo 27 giugno, abbiamo deciso di fare un viaggio nel loro mondo.
Il cemento e la maschera: l’alienazione come grammatica
Tra le note di Demon Days, si costruisce uno spazio chiuso, ai limiti del claustrofobico. Non una città reale, ma la sua versione filtrata, percepita.
Brani come Tomorrow Comes Today o Kids with Guns non raccontano storie lineari: loop ipnotici, bassi dub, voci che sembrano arrivare da un’altra stanza. È una grammatica dell’alienazione, costruita più per sottrazione che per esposizione.
Qui avviene il primo scarto decisivo.
La scelta dei personaggi animati, come 2D, Murdoc, Noodle, Russel, non è un espediente visivo, ma strategia per neutralizzarne l’ego. Nel momento in cui il pop inizia a costruire valore sulla presenza costante dell’artista rendendolo protagonista di un Truman Show musicale, i Gorillaz fanno il contrario: rimuovono la presenza fisica, per rendere più leggibile il contenuto. È una forma di resistenza.
E infatti Dirty Harry, sotto la superficie groove, lavora già su temi come guerra e propaganda che venticinque anni dopo la fanno da padrone. Non c’è mai retorica fine a sé stessa, ma la tensione politica è costante, scorre come un fiume sotterraneo nella città.
Se Demon Days è il referto medico di un’epidemia urbana, “Feel Good Inc.” è il punto di non ritorno.
Tutto ha inizio con un’esplosione maniacale, una risata registrata quasi per errore in studio, mentre i De La Soul cercavano di farsi scherzi a vicenda.
Quel tic nervoso diventa il battito cardiaco di una società che sta crollando, incapace di accorgersi che la propria terapia è in realtà il primum movens della malattia. Il brano è il racconto di una prigione di platino dove la felicità è diventata un’industria pesante e gli esseri umani si muovono “damn-ass free”, maledettamente liberi di consumare immagini e orizzonti effimeri all’interno di una città malinconica, mentre attendono che un display si illumini (“all I wanna hear is the message beep”) per ricordarsi di esistere.
Dall’altra parte, il ritornello spezza la gabbia ed evoca il simbolo del Mulino a vento, ispirato ai paesaggi industriali e oscuri di William Blake: un’isola di purezza acustica ed eterea dove l’amore è ancora gratuito (“love forever, love is free”), proprio perché è l’unica cosa che l’Azienda, la Feel Good Inc., non può mettere a bilancio.
Ma è un’utopia sotto assedio: il tempo fa tic-tac (“it is ticking, falling down”), l’orologio dell’apocalisse corre e il flusso rap dei De La Soul ripiomba sul brano come un attacco chimico a base di gas esilarante e tute antiradiazioni, imponendo il dogma del capitale: “Don’t stop, get it, get it”, produci, consuma, accumula finché non avrai la testa piena di soldi e vuota di senso per poi… chissà.
Abitando il sistema fino a diventarne un fenomeno di massa, Albarn non critica il capitalismo restandone fuori, ma ci costringe a ballare sulle sue macerie, dimostrando che la maschera dei Gorillaz non serve a nascondere il volto dell’artista, ma a rivelare la mostruosità del nostro.
Plastic Beach: l’estetica del collasso
Plastic Beach è l’apertura totale sul disastro. Immaginate la scena: una distesa di polimeri di plastica che brilla sotto un sole ormai malconcio e, poco al di sopra, una villa fortificata dove Albarn raduna i sopravvissuti della cultura pop.
In Plastic Beach, l’isola è il punto di raccolta di tutto ciò che il mondo ha scartato: generi musicali dimenticati, icone sbiadite, tecnologie obsolete. Il miracolo pedagogico dei Gorillaz sta nel dimostrare che il detrito non è la fine del racconto, ma la sua materia prima.
Non c’è nostalgia per la natura incontaminata, perché ormai non è rimasto più nulla. Esiste solo la capacità di costruire bellezza con ciò che resta sulla riva dopo la tempesta. È qui che arriva la lezione più dura: vivere il collasso senza smettere di orchestrarlo.
L’album è strutturalmente barocco: ospiti da ogni angolo del mondo, orchestrazioni stratificate, elettronica e tradizione che convivono senza mai fondersi completamente. Qualche esempio? Snoop Dogg, Gruff Rhys, Bobby Womack, Mos Def, Lou Reed, Mick Jones e i De La Soul.
Brani come On Melancholy Hill funzionano esattamente su questo scarto: una melodia limpida, quasi innocente, sospesa sopra un paesaggio che è già compromesso.
Se la collina è di plastica, il dolore che ci si siede sopra è spaventosamente umano. Con “On Melancholy Hill”, Albarn firma la ballata definitiva sul naufragio della civiltà, dove l’albero sintetico e la solitudine immobile del lamantino diventano i simulacri di un mondo in cui persino la natura è andata perduta. Eppure, sotto la melodia liquida, pulsa l’accettazione più dolce e disperata del secolo breve: l’invito a rassegnarsi con grazia (“If you can’t get what you want / Then come with me”).
Quando i sottomarini circumnavigano il vuoto globale, l’altro smette di essere un’opzione e diventa l’unica zattera possibile (“you are my medicine”); un miracolo pop che trasforma il detrito dell’esistenza nella cura per non farsi cancellare dal vento.
I Gorillaz, qui, fanno qualcosa di raro: trasformano il collasso in linguaggio accessibile senza neutralizzarlo.
The Fall: quando si rompe la percezione
Registrato quasi interamente in tour, su iPad, durante un viaggio negli Stati Uniti, è spesso considerato un lavoro minore. In realtà è uno dei più radicali.
Non c’è più costruzione del mondo, ma la disgregazione della sua percezione.
Le tracce sono frammentarie, incomplete, a tratti suonano come se fossero appunti sonori, registrano un flusso interiore quasi joyciano.
È un disco che anticipa una condizione che oggi è normale: l’incapacità di mantenere una narrazione continua. E arriva prima dello scroll, prima della compressione dell’attenzione, attraverso un disco che suona come un’esperienza già intermittente.
Se Plastic Beach era il mondo che crolla, The Fall è la mente che non riesce più a reggerlo.
Humanz e oltre: la liturgia dell’algoritmo
Con Humanz, The Now Now, Song Machine, Season One: Strange Timez e Cracker Island, il progetto entra nella sua fase più esplicitamente contemporanea.
La struttura cambia ancora: non più album come opere chiuse, ma tanti piccoli flussi, episodi, collaborazioni continue.
È il riflesso diretto di un ecosistema culturale che non è più lineare.
In Cracker Island, Albarn lavora apertamente sul concetto di culto: identità costruite, appartenenze simulate, senso di comunità che nasce da dinamiche artificiali. È una trascrizione in musica del presente. Eppure, anche nel caos, resta una funzione chiara: i Gorillaz continuano a fare da filtro, prendendo una realtà iper-frammentata per riscriverla in forme ancora leggibili.
L’Ascesi del Residuo: The Mountain e il ritorno alla Terra
L’ultima inquadratura è fissa, quasi contemplativa. Non c’è più il montaggio frenetico dei pixel di Cracker Island; resta solo il riverbero di un coro che sembra cantare da una grotta millenaria.
Con The Mountain, i Gorillaz compiono l’atto più radicale della loro intera traiettoria: scelgono il silenzio. In quest’album, Albarn e Hewlett non cercano più di riempire il vuoto, ma di abitarlo.
Anti-star system: l’identità come costruzione instabile
C’è infine un elemento che appare quasi profetico: nel momento in cui la cultura digitale trasforma ogni individuo in un micro-brand, i Gorillaz restano fedeli alla loro scelta originaria di stare un passo indietro rispetto allo star system. Nessun volto reale, nessuna identità fissa, solo personaggi che hanno trovato l’autore necessario per dar loro vita propria.
È una riflessione precisa e anticipatoria su ciò che sarebbe diventata l’identità pubblica: qualcosa di costruito, modulabile, spesso totalmente sconnesso dal corpo e dall’anima che lo abita.
In questo senso, i Gorillaz non hanno previsto solo il collasso culturale, ma la crisi dell’io e dell’ego.
Dopo il detrito
Se c’è una traiettoria che attraversa tutta la loro discografia, non è lineare. Non è nemmeno evolutiva nel senso classico. È una progressiva perdita di appigli.
Dalla città chiusa dei primi lavori, all’isola di plastica, alla percezione frammentata, fino alla spiritualità sintetica degli ultimi anni, ogni fase rimuove un livello di stabilità, un appiglio, un punto che fino a un attimo prima appariva fermo.
Eppure, qualcosa resta.
I Gorillaz non servono a spiegare il mondo. Servono a renderlo abitabile, anche quando smette di avere senso, anche quando non resta altro che ballare sui detriti seguendo una linea di basso irresistibile o un flow che mescola America e Giamaica.
Prendere ciò che il mondo scarta, come suoni, identità, linguaggi, paure, e costruirci sopra una forma che possa ancora essere condivisa.
Non per salvarsi, ma per restare umani al punto da riuscire ancora a riconoscersi.
The Mountain Tour – I Gorillaz arrivano in Italia
Per celebrare 25 anni di carriera e far ascoltare il nuovo album “The Mountain” dal vivo, i Gorillaz saranno protagonisti di due concerti imperdibili in Italia. Di seguito le info:
27 giugno 2026 – Lido di Camaiore (LU) – Festival La Prima Estate (c/o Parco Bussoladomani) (qui tutte le informazioni sui ticket, questo il sito ufficiale del Festival)
25 luglio 2026 – Trieste, Piazza Unità d’Italia (Sito Ufficiale Vigna PR, sito ufficiale FVG Music Live, qui i biglietti)
