Nel pop contemporaneo, ossessionato dall’autotune e da superfici digitali talmente levigate da non lasciare impronte, Michele Bravi sceglie di rimettere le mani sulla materia ruvida dei burattini e sulla consistenza del legno.

Sulle crepe che esso contiene. Sui chiodi invisibili che tengono in piedi la scenografia della vita quotidiana quando i riflettori si spengono.

Commedia Musicale è un disco con cui Bravi prende la grande tradizione sinfonica, quella delle aperture orchestrali maestose, capaci di evocare i palchi di New York e le visioni psichedeliche, e la fa scontrare, volutamente, con la goffaggine dell’essere umani.

Il risultato è una verità tenerissima ed eccezionalmente storta, che supera gli stereotipi delle vite perfette, che si vedono solo nei film.

Mentre il cinema internazionale si accorge di lui (lo vedremo a Cannes nel cast di Roma Elastica di Bertrand Mandico, accanto a Marion Cotillard), l’artista umbro decide di fare la mossa più anticonformista possibile nel mercato discografico di oggi: rivendicare il diritto all’errore, all’inadeguatezza come ultima forma di resistenza culturale.

Dai labirinti burocratici e civili di Genitore 3 fino alla liberazione grottesca della traccia finale, Insuccesso, Bravi ci costringe a guardare dentro le nostre frizioni emotive.

Lo abbiamo intercettato per smontare questo teatro di burattini, asse dopo asse. Per capire se, alla fine di questa tragicommedia, l’unico vero lieto fine possibile non sia semplicemente ricominciare a cantare.

Anche a costo di inciampare nei propri pensieri.

In un’epoca che ci vuole performanti, levigati e sempre “in bolla”, tu scegli di aprire il sipario su una quotidianità buffa e goffa. C’è una dignità quasi sacrale nel tuo “eroe contemporaneo che inciampa nei propri pensieri”. Perché oggi l’inadeguatezza è diventata l’ultima forma di resistenza culturale e, forse, l’unico modo onesto di stare al mondo?

A 31 anni posso dire che quella che tu chiami “inadeguatezza” o più “goffaggine” è, in realtà, il mio modo di stare al mondo. Per molto tempo ho provato a combatterla, a nasconderla, a raddrizzarla. Cercavo di apparire sempre all’altezza, sempre performativo, come se esistesse un copione da rispettare per essere considerati “giusti”. Il punto è che abbiamo interiorizzato una visione quasi cinematografica della vita: lineare, ritmica, coerente. Ma la realtà quotidiana non assomiglia affatto a quel film. È storta, sbilenca, buffa, a volte persino grottesca. E quando smetti di opporle resistenza, puoi perfino imparare a giocarci, accettando la goffaggine come un atto di verità, non come un difetto da correggere. ‘Prima o poi’, per esempio, nasce proprio da lì: da quella tenerezza degli “inadeguati” che non riescono a rispettare il copione che avevano immaginato.

Hai definito Commedia Musicale come un’opera che ambisce ai grandi palchi di New York ma che, guardandosi allo specchio, si scopre un teatro di burattini “teneramente sgangherato”. In questa frizione tra l’imponenza dell’orchestra e la fragilità del legno, dove risiede per te la verità dell’opera? È nella perfezione del registro sinfonico o nelle crepe della struttura “sgangherata”?

La narrativa di Commedia Musicale nasce proprio da quella frizione: da una parte la maestosità sinfonica, dall’altra la ruvida materia umana fatta di persone che si sentono fuori posto, di vite che non seguono mai la linea retta che ci aspetteremmo. È in questo contrasto che si rivela la verità dell’opera. Gli arrangiamenti di Alterisio Paoletti, con le loro contraddizioni emotive e le improvvise aperture orchestrali, raccontano un viaggio quasi psichedelico dentro una quotidianità buffa e comicamente goffa. È un mondo che non ha paura di mostrarsi fragile, stonato, “sgangherato”, ma che proprio per questo riesce a restituire tutte le sfaccettature dell’umano.

Genitore 3 non sembra una canzone politica nel senso stretto del termine. Scrivere un dialogo a un figlio che non esiste è un atto di speranza o una presa d’atto di una solitudine collettiva? Come si educa alla felicità una vita che è ancora solo un’idea nel mezzo di un rumore sociale così violento?

Genitore 3 nasce come una lettera a un figlio che non c’è ancora, scritta dando per scontato che chi parla sia davvero pronto ad accoglierlo. È un pensiero che arriva in un momento della vita in cui, generazionalmente, si comincia a immaginare una famiglia. Quello che ho scoperto, però, è che questo desiderio non riguarda solo me: qualcun altro può entrare nel mio intimo e decidere se io possa o meno diventare genitore. Mi sono scontrato con la realtà socio politica del nostro Paese: alla domanda “Voglio un figlio?” ho dovuto affiancare “Mi è permesso averlo?”. E oggi, per lo Stato, la risposta è sostanzialmente no, se non attraverso percorsi burocratici infiniti. Per me la genitorialità è diventata un modo per porre una domanda più ampia: è giusto che un desiderio così intimo debba essere autorizzato da altri?

In Al di là delle canzoni sollevi il velo: dietro le luci abbaglianti ci sono assi di legno e chiodi. Se la musica è il sogno cinematografico, quali sono i “chiodi” della tua vita a cui non rinunceresti mai, quelli che tengono in piedi tutto l’apparato anche quando le luci si spengono e resti solo con un divano e una lista della spesa?

I miei “chiodi” sono le persone della mia vita. La mia famiglia, i miei amici, quella piccola cerchia che vedo tutti i giorni. Non sono molti — lo ammetto, sono un po’ misantropo — ma sono punti fermi, presenze che non vacillano. Il mio mondo, a volte, può sembrare desolato, ma è solido. Ci sono poche figure, ma sono quelle giuste, quelle che tengono insieme tutto anche quando le luci si spengono, quando resti solo con un divano, una lista della spesa e la versione più semplice di te stesso.

Come un inadeguato dichiara il proprio amore? Il protagonista lo fa in una maniera bizzarra: parlando del proprio funerale. Com’è nata questa canzone e, soprattutto, qual è la tua visione dell’amore oggi?

Funerale è nata come una piccola vendetta affettuosa verso chi mi diceva che scrivo solo canzoni tristi. Mi ero promesso che il brano più felice del disco — forse il più felice che abbia mai scritto — dovesse comunque contenere un elemento di fastidio, qualcosa che incrinasse la superficie. Il funerale, in questo caso, è un modo bizzarro e tenero per dichiarare amore da parte di un inadeguato. Mi interessava proprio questo contrasto: accompagnare una melodia allegra e solare, quasi leggera ad un tema che in Italia è avvolto da un senso di tragicità e intoccabilità. È il pezzo che più racconta il black humour del disco, quel modo un po’ storto ma sincerissimo di guardare ai sentimenti.

“Buona la prima” è il momento più doloroso dell’album: qui il rimpianto degli errori sovrasta l’ottimismo, e la nostalgia del passato si impone sul presente e sul futuro. Se dovessi guardarti indietro e scavare nel tuo passato fino ad arrivare alla prima volta in cui hai preso un microfono per cantare in pubblico, cosa vedi?

Tanta voglia di raccontare le storie. Per me cantare è sempre stato questo: dare voce, per la prima volta, a tutto ciò che mi esplodeva dentro. Nelle storie c’è la curiosità dei dettagli e l’universalità delle emozioni, e credo che già allora avessi intuito che lì, in quel punto d’incontro, c’era nasceva la mia esigenza di esprimere ciò che porto dentro.

Chiudere una “tragicommedia” con un’esplosione disco-dance intitolata Insuccesso sembra un gesto di liberazione punk. È un modo per esorcizzare la paura del fallimento trasformandola in ritmo, o è la convinzione che, alla fine, l’unico vero “lieto fine” possibile sia smettere di preoccuparsi degli spettatori e continuare a ballare in un teatro vuoto?

Con Insuccesso ho voluto, prima di tutto, mettere le mani avanti: se il disco dovesse andare male, posso sempre dire che l’avevo già previsto. Ma la verità è che mi interessava soprattutto creare un contrasto sonoro: chiudere una tragicommedia non con il classico lieto fine, ma con un finale grottesco, quasi liberatorio. Non un happy ending tradizionale, ma un insuccesso che diventa il finale perfetto della mia commedia musicale.

A Michele Bravi e Letizia D’Amato S.r.l. va un sentito ringraziamento

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