Bristol, anno duemilanove: l’odore del mare si fonde con quello del carburante delle navi e con il verso dei gabbiani che volano contro un cielo scuro che non promette nulla di buono.

A pochi passi da lì, in un piccolo club, Joe Talbot smette di essere un cantante e diventa lo specchio della sua anima. Stringe il microfono con due mani, come se stesse per scivolargli via da un momento all’altro. Per un attimo abbassa lo sguardo, poi urla.

Non è l’immagine tradizionale del frontman punk-rock a cui la tradizione ci ha abituato: è un uomo che trema, che urla per non implodere, che trasforma il collasso nervoso interiore in una forma di resistenza. Quando gli IDLES saliranno sul palco del Sequoia Music Park di Bologna il 4 luglio come headliner e, il giorno dopo, su quello degli I-Days, prima dei Foo Fighters, non porteranno solo distorsioni e rabbia. Porteranno un excursus musicale sulla fragilità dell’essere umano.

Per capire gli IDLES bisogna accettare un paradosso: il loro punk non serve a distruggere, ma a riparare. Sovvertono completamente l’architettura “no past-no future” dei grandi precursori del genere, compiendo così il gesto più punk che una band possa fare.

Il ground zero: Brutalism

Il punto di rottura, il “ground zero” della loro storia, risale al 2017. Joe Talbot perde sua madre dopo una lunga malattia. In quel vuoto non nasce una riflessione composta, ma un urto che dà vita a Brutalism. Mentre la stampa britannica cercava i nuovi eredi della working class, Talbot rispondeva esponendo sul campo di battaglia le ferite più profonde.

In brani come “Mother”, la rabbia si scaglia verso la freddezza di una società che non sa più gestire il dolore in forma privata. Le chitarre non cercano melodie, ma percuotono ossessivamente. Non c’è nostalgia per il passato, c’è la necessità di sopravvivere al presente.

Lo scandalo dell’empatia: Joy as an Act of Resistance

Nel 2018, mentre la Brexit cambiava il volto dell’idea che il mondo si era costruito della Gran Bretagna, gli IDLES compiono il gesto più sovversivo possibile: scelgono la gioia.

Ma non è la felicità spensierata del pop; è la “gioia come atto di resistenza”, richiamando il lavoro della poetessa Toi Derricotte. L’album omonimo è un manifesto di radicale empatia.

Con “Danny Nedelko” trasformano l’immigrazione in un inno alla fratellanza tra popoli. In questi versi c’è il volto di Danny, non un’astrazione statistica da telegiornale, ma la carne e il sangue di un amico che stringe la mano a Joe Talbot. Gli IDLES prendono il nome di un immigrato ucraino, frontman degli Heavy Lungs, compagno di sbronze e di vita, e lo trasformano in un proiettile di pura empatia.

Il nazionalismo, con i suoi confini ideologici, non viene solo abbattuto, viene ridicolizzato dalla bellezza della mescolanza. La canzone mette in fila Freddie Mercury e il macellaio polacco sotto casa, trattandoli con la stessa sacralità laica. È punk nel senso più nobile del termine: una mano tesa nel fango, necessaria per farti sentire parte di un’unica, disordinata e bellissima umanità.

L’intero album è un invito ad abbracciare e accettare la vulnerabilità.

Il rumore che rallenta: da Ultra Mono a Crawler

Se Ultra Mono (2020) è stato il momento della massima compressione, dove lo slogan rischiava di soffocare la poesia, è qui che emergono anche i limiti. Quando il messaggio si fa troppo esplicito, rischia di perdere complessità.

È una tensione che gli Idles non hanno mai davvero risolto. Con Crawler (2021) la band dimostra di non essere cenere, ma roccia.

Prodotto sotto l’influenza di Kenny Beats e la guida interna di Mark Bowen, chitarrista della band, il disco rallenta i battiti.

In “The Beachland Ballroom”, la voce di Talbot si fa soul, quasi spezzata. Si parla di dipendenze, di traumi autostradali ed impatti esistenziali, di una vulnerabilità estrema che non ha bisogno di distorsioni per ferire.

È la dimostrazione che la loro postura non è una posa: è una ricerca costante di verità, anche quando questa verità è scomoda o silenziosa.

Tangk: L’amore come dissonanza

L’ultimo capitolo, Tangk (2024), è un’incursione in territori inaspettati. È un disco che parla d’amore e connessione, avvolto in una produzione atmosferica e a tratti ipnotica.

Nigel Godrich, storico sesto uomo dei Radiohead, entra ufficialmente in cabina di regia come produttore. Il rischio era alto: perdere l’identità nel tentativo di ridefinirla.

Invece, gli IDLES hanno trovato un linguaggio post-punk che non è più definito dal conflitto, ma dalla cura. Scommettere sul bello in un mondo che premia l’utile.

Gli IDLES arrivano in Italia non per intrattenerci, ma per ricordarci che sotto la corazza di ogni “duro” del rock batte un cuore spaventato che ha solo bisogno di essere riconosciuto.

Non sarà un semplice set nell’ambito di un mega concerto, forse non sarà nemmeno comodo. Quando smettono di urlare, lasciano un vuoto. Ed è lì che inizi davvero ad ascoltarli.

Sarà l’ennesima prova che l’arte, quando resiste al tempo e al dolore, smette di essere polvere e diventa un qualcosa di necessario.

Preparatevi: gli IDLES, al Parco delle Caserme Rosse e all’Ippodromo Snai La Maura, non vi chiederanno semplicemente di fare pogo, vi chiederanno di farlo restando umani, e apriranno al meglio la strada per il live dei Foo Fighters.

IDLES LIVE IN ITALIA – LE DATE DEI CONCERTI

4 luglio – SEQUOIE MUSIC PARK, Parco delle Caserme Rosse di Bologna (qui i dettagli)

5 luglio – COCA COLA I-DAYS, Ippodromo SNAI La Maura (Milano), con Fat Boy e Foo Fighters (qui i dettagli)

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