Se un disco riesce a far ballare un finlandese sognando il Mediterraneo e un napoletano sentendosi cittadino del mondo, immergendosi nelle acque mediterranee che portano sabbie provenienti dalle spiagge di ogni regione del medioriente, allora quella non è più solo musica. È un atto di resistenza contro l’intolleranza.
People of the Moon dei Nu Genea è la trascrizione su pentagramma di quel disorientamento che si trasforma in una nuova identità, in culture millenarie che si rinnovano di continuo. Dai vicoli di Napoli e dal battito che emerge dal profondo della sua attività vulcanica fino alle Medina sparse nel medio oriente fino alle Cuevas andaluse e i locali di pescatori delle regioni portoghesi che danno sull’Atlantico, il disco unisce linguaggi e popoli sotto lo stesso cielo e in un unico suono.
Qui, la “luna” non è un satellite, ma una zona d’ombra della coscienza dove le convenzioni sociali finiscono e la lingua si fa universale, mescolando portoghese, spagnolo, napoletano e arabo con la stessa naturalezza con cui il Vesuvio sfuma verso il mare.
A1 – Acelera (ft. María José Llergo)
Il disco si apre con un’increspatura andalusa. Non è il classico flamenco da cueva, ma un contrasto perfetto tra la precisione del groove napoletano che incontra l’imprevedibilità del canto gitano. La voce di María José Llergo scivola su un testo nato da uno spagnolo immaginario, quasi onomatopeico, per poi farsi carne e desiderio.
A2 – Onenon (ft. Tom Misch)
Nato da un incontro fortuito a Londra e da un reel di Instagram con una linea di basso che quasi omaggiava Pino D’Angiò, come raccontato dai Nu Genea in questa intervista, questo brano incanala un brit-funk profondamente mediterraneo. Misch porta con sé la malinconia produttiva del Nord Europa, la immerge nelle acque calde della produzione di Aquilina e Di Lena avvicinandola alla saudade, generando un incrocio tra l’estuario del Tamigi e il Golfo di Napoli.
A3 – Puleza (ft. Fabiana Martone)
Qui si torna a casa, ma con la consapevolezza di chi ha visto troppo per restare uguale. La voce di Fabiana Martone è la bussola che riporta le storie popolari di Napoli al centro del villaggio. Sintetizzatori vintage e una linea di basso panciuta ci ricordano che il funk è una questione di postura, non solo di genere. È l’energia di Nuova Napoli che si evolve in una melodia che guarda tanto attraverso le finestre delle case dei vicoli di Napoli quanto a quelli delle Medine sparse nel medio-oriente, una trascrizione di storie di gente comune filtrate attraverso una lente musicalmente colta.
A4 – Celavì (ft. María José Llergo)
Le textures anatoliche e le chitarre highlife si fondono in un brano che rifiuta ogni etichetta. È la dimostrazione che la musica dei Nu Genea è ormai un organismo vivente che respira influenze afro-cubane senza mai perdere il proprio baricentro emotivo.
A5 – Carè
La melodia si riprende il trono e lo consegna di nuovo alla voce di Fabiana Martone. Carè è un esercizio di sottrazione e bellezza è la traccia che funge da cerniera, un momento di sospensione prima di tuffarsi nel lato B. “Si cade ‘o munno, mantiеneme ca me parе ‘e cadé”. C’è una dignità antica in questo pezzo, un richiamo alle radici che non sono mai polvere, ma linfa vitale per il presente.
Insieme a Puleza, Carè è il brano che idealmente collega “People of the Moon” a “Nuova Napoli” e Bar Mediterraneo”.
B1 – People of the Moon
La title track è il manifesto politico e poetico dell’album. Cantata in inglese e in spagnolo su una struttura ritmica latina, riflette una resistenza che scorre nel profondo. I “People of the Moon” siamo noi quando spegniamo il rumore di fondo e iniziamo a ballare per catarsi, non per fuga.
B2 – Ma tu che bbuò
Un ritorno al dialetto come lingua franca della strada. Le influenze turche si intrecciano ai mandolini, firma ormai inconfondibile del duo. È un pezzo che “sporca” la perfezione del disco con l’urgenza della domanda, con quella curiosità antropologica che è da sempre il motore della loro ricerca.
B3 – Sciallà
Pubblicato come primo singolo, Sciallà, guidato da una linea di basso travolgente e da fiati che ricordano i suoni delle tradizioni popolari, ha anticipato la direzione del disco: un movimento fluido che non cerca lo scontro, ma l’armonia. È l’invito a lasciarsi andare, a trovare una libertà che non ha bisogno di spiegazioni, ma solo di un groove che sappia sostenere il peso dei nostri sogni e delle ambizioni.
B4 – Shway shway (ft. Celinatique)
Forse il brano più affascinante del disco. La voce della franco-libanese Celinatique cattura quello che Di Lena definisce “flusso orbitale”. È un omaggio all’afrobeat di Tony Allen, misurato e complesso. Il termine “shway shway” (piano piano), che foneticamente richiama l’espressione “sciuè sciuè”, diventa un mantra contro la velocità dell’era digitale, un elogio della lentezza e della cura artigianale del suono.
B5 – Ondas do mar (ft. Gabriel Prado)
È la chiusura perfetta: dopo aver viaggiato nello spazio interiore della luna, torniamo a riva. Trasformati, vivi, finalmente liberi di guardare le onde dell’Atlantico infrangersi sulla riva al tramonto. Gabriel Prado scopre la sua voce in un brano in portoghese che è un movimento ciclico, come le maree.
People of the Moon è la conferma che i Nu Genea non sono un fenomeno passeggero legato a un revival nostalgico. La loro è musica che resiste al tempo perché non cerca di inseguirlo.
È un’opera densa, ritmicamente umana, che usa il groove per smantellare le frontiere. Non ci sono alieni in questo disco, solo esseri umani che hanno deciso di guardare il mondo da una prospettiva diversa. E sotto la luce della luna, per la prima volta, tutto sembra avere senso.
