C’è un’attesa che non ha nulla a che vedere con la pazienza, ma molto con la resistenza. È l’attesa di chi aspetta un figlio, un contratto che non sia precario, o semplicemente il momento giusto per spaccare il silenzio con una chitarra distorta. I 7RNR (7 ‘e renar’) portano nel nome il destino di chi deve raccogliere i frutti del proprio lavoro, ma nelle otto tracce di Attese, il loro disco d’esordio, ci ricordano che prima del raccolto c’è il sudore, la rabbia e la “funa corta”.
Power trio atipico (Gio alla voce, Carlo alla chitarra e Toni alla batteria), i 7RNR fondono la densità claustrofobica dei vicoli napoletani con la solitudine selvatica dell’entroterra irpino. Il loro è un alt-rock viscerale, un “cambio manuale” lanciato a 200 all’ora contro un’epoca che ci vorrebbe macchine iper-connesse e senza identità. In un mercato musicale che spesso sembra il catalogo di un brand di lusso, loro scelgono di dar voce al fruttivendolo che si spezza la schiena, a chi vive “senza sciorta” ma con la dignità intatta.
Abbiamo incontrato la band per capire cosa resta in mano dopo aver attraversato rancori, relazioni tossiche e decadenza sociale. Quello che ci hanno restituito è un lancio di pietra senza nascondere la mano: un atto di pura verità romantica e violenta.
In Attese cantate: “Dint’a ‘sta vita fatta d’attese eterne, chella ca vuò è sempe irraggiungibile”. C’è una tensione costante tra il desiderio di fuga e la condanna a restare. In un’epoca che ci vuole iper-connessi e velocissimi, il vostro rock sembra invece rivendicare il peso specifico della frustrazione. Questa attesa è una condizione necessaria per far nascere una “cazzimma” che sia davvero autentica?
L’attesa che abbiamo attraversato riguarda molteplici sfumature delle nostre vite, quando ti trovi senza troppo potere con la volontà di cambiare le cose. Come aspettare il momento giusto che però non si sa quando arriverà.
L’attesa di un figlio, l’attesa del disco, l’attesa di non essere più precario, l’attesa per la prossima idea, l’attesa della vita che ci vuole lì perché dobbiamo essere pronti a cogliere il massimo da ogni cosa.
Da qui, probabilmente, nasce quella rabbia, che poi si traduce in “cazzimma”, che accompagna il nostro sound.
Il vostro suono nasce dall’attrito tra la densità dei vicoli di Napoli e il silenzio delle distese irpine. In Dueseiotto parlate di correre a 200 all’ora sulla superstrada per fuggire dalle perdite di tempo. Come si conciliano nel vostro DNA sonoro la rabbia della metropoli e la solitudine selvatica dell’entroterra? Quali sono stati, nel corso degli anni, i vostri punti di riferimento che hanno influenzato il vostro gusto musicale e personale?
In questo brano c’è tutta la voglia che abbiamo di liberarci dalle cose che non vanno.
Tutto passa attraverso la valvola di sfogo che magicamente appare durante le suonate in studio.
I nostri riferimenti musicali, negli anni, probabilmente non sono mai cambiati. Gli ascolti personali sono molto diversi, ma su poche cose ci troviamo d’accordo come sul sound dei Royal Blood, dei Black Keys, dei Queens Of Stone Age, sui Led Zeppelin e sulla genialità di John Bonham. Il nostro DNA abbraccia questi artisti completamente.
Oro et Laboro spoglia il lavoro dalla sua retorica nobilitante per restituirci la fatica fisica: “stongo già surato si penso a stasera, e nun saccio se vale ‘a pena, me sento male, s’è spezzata ‘a schiena”. In un mercato musicale spesso popolato da narrazioni di lusso ostentato, voi scegliete di parlare di chi “fatica sempe e m’ammanca ‘o tiempo”. È possibile trovare una forma di bellezza, o di “ricchezza interiore”, dentro un sistema che ci consuma e poi ci lascia, come dite voi, “senza sciorta”?
Oro et laboro è ricco di concetti che riguardano stati d’animo generati da lavori usuranti (mentali e fisici). In questo caso specifico, il pezzo fa riferimento alla vita di un fruttivendolo che si spacca la schiena per poi restare con nulla in mano.
Rispetto al mainstream, che ormai in alcuni generi sembra essere diventato un racconto scritto da brand di lusso per gli artisti, ci sentiamo molto più vicini a chi cerca di raccogliere il frutto del proprio lavoro, nonostante le difficoltà derivanti dalle spese che crescono e del sostenere la propria famiglia in questo scenario.
In un sistema che ci vuole consumare come i prodotti che propone, bisogna avere dei filtri per valutare la realtà per ciò che è davvero. Questo pezzo è come la sveglia delle 4.30am che è sicuramente scomoda per iniziare la giornata di lavoro, ma necessaria.
In Who-zapp c’è un verso che sembra il cuore della vostra filosofia: “te sì abituato a essere macchina, mo’ tuorne ‘o cambio manuale”. Com’è nato questo brano e quale messaggio porta con sé?
Who-Zapp è una domanda provocatoria, mezza in inglese “WHO” (chi) e mezza in napoletano “ZAPP” (zappa). Chi zappa?
Nell’epoca dell’iper connessione, in cui ci si perde nell’infinite scrolling e nella voglia di diventare influencer (spesso del nulla), ci opponiamo a questa logica che induce i più giovani a valorizzare la volgarità nella sua forma più estrema. Il voler tornare al “cambio manuale” è un invito a tornare ad essere umani e di spogliarsi dell’abbrutimento indotto dai tempi che corrono.
Finimondo pone una domanda brutale: “simmo uòmmene o animali?”. Descrivete una società che tira la coperta corta mentre la terra trema. “Attese” è un disco sembra suggerire che la dignità non sia qualcosa che si compra, ma qualcosa che si difende nudi, spogliandosi dei compromessi. Qual è il “compromesso” più pericoloso che un artista oggi deve evitare per non finire a essere “cenere” prima del tempo?
Crediamo che la dignità non sia una cosa che si può acquistare sulle piattaforme, nessuno te la consegnerà a casa velocemente grazie all’abbonamento premium.
Stiamo vivendo oltre le possibilità che ci offre la Terra: una situazione in cui ogni anno ci vede consumare sempre più presto le risorse allocate, vorrebbe, quantomeno, un intervento dei governi nel trovare una soluzione idonea. E invece, siamo qui, a consumare senza compromessi in preda alla prossima distrazione e pochissimi spunti di riflessione su come migliorare il futuro.
Per quello che ci riguarda e per tornare all’arte, il compromesso più pericoloso che si possa incontrare è snaturarsi per vendersi secondo la moda che corre: è la strada dell’appassimento culturale e musicale.
Il vostro nome richiama una carta di potere, ma anche l’archetipo dell’uomo che osserva i frutti del proprio lavoro. Dopo aver attraversato i temi del tradimento (Rancore), della decadenza sociale e delle relazioni tossiche (Little Monster), cosa resta in mano ai 7RNR? Attese è il momento del raccolto o è solo l’ennesima trincea da cui sparare distorsioni per sentirsi ancora vivi?
Attese, paradossalmente, è la realizzazione di quel desiderio che avevamo nei confronti del “disco”. È anche un momento di “raccolto” inteso come confronto con l’underground di cui ci sentiamo parte da sempre. Allo stesso tempo, per citarti, preferiamo abbattere quelle trincee che oggi vedono la musica live ostacolata da molti fattori (come la scarsità dei luoghi dedicata alla musica emergente) con le distorsioni che abbiamo e trovare il punto di unione con gli amanti del genere. Questa è una delle cose che ci rende più vivi in assoluto.
In conclusione, Attese è il momento del bilancio o è solo la prima pietra lanciata contro una vetrina che volete mandare in frantumi?
Attese, anche se può essere violento nelle distorsioni e crudo in alcuni concetti che vengono espressi, in realtà nasconde un filo conduttore romantico: è un sogno che vede la luce del sole dopo tanti avvenimenti avversi. Un momento di pura verità che svela chi siamo, un lancio della pietra senza che la mano venga nascosta.
