C’è un momento, nel passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, in cui un riff di chitarra smette di essere un sottofondo per diventare una mappa con cui orientarsi attraverso le curve dell’esistenza.
Per Andera, al secolo Diana Andrea Garofalo, classe 2000, quella mappa aveva le note distorte di Come as you are dei Nirvana. Dalla Puglia dei sottosuoli baresi alla Milano delle stanze troppo strette, il suo percorso è una contro-narrazione necessaria: non è solo la storia di una transizione, ma la cronaca di una resistenza artistica.
In un’epoca in cui la musica viene “svuotata” per diventare polvere digitale, Andera riempie i vuoti con il corpo, il basso groove e una penna che non ha paura delle lacrime.
Dall’underground barese alla solitudine di una stanza a Milano. Andera racconta la genesi della sua musica come un atto di autoanalisi necessario: «Riascoltavo quello che scrivevo e scoppiavo in lacrime, perché se qualcosa esisteva in una canzone allora esisteva anche nella vita reale».
Tra funk, resistenze queer e la lotta contro la polvere digitale degli algoritmi, ecco il manifesto di una delle penne più sincere del nuovo cantautorato.
Intervista ad Andera
C’è un’immagine che segna il tuo inizio: tu che a 15 anni compri una chitarra economica coi risparmi dei nonni e passi ore a ossessionare i tuoi con il riff di Come as you are dei Nirvana. In quel momento, in quella stanza a Bari, la chitarra era un’arma per distruggere il silenzio o uno scudo per proteggere ciò che stavi diventando?
Al tempo in realtà non era ancora nessuna delle due. All’inizio la chitarra per me era una curiosità, quasi una sfida. Amavo il fatto di poter creare qualcosa usando le mie dita, era un nuovo modo di esprimermi che non conoscevo. Passavo le ore di notte a suonarla inventando melodie, sempre senza parole. Quelle sono arrivate dopo.
Hai vissuto il fermento dei sottosuoli baresi, una scena “sporca” e vitale che la pandemia ha poi in parte smantellato. Trasferirsi a Milano ha significato passare dal sudore collettivo della sala prove alla solitudine assoluta di una stanza dove è nata “La mia verità”. Come si trasforma la scrittura quando si affronta un processo del genere? Com’è stato il passaggio dal cantare il “fuori” al cantare il “dentro”?
È stato un passaggio tanto doloroso quanto necessario e liberatorio. Fino ad allora non ero mai stata in grado di scrivere davvero di me o di altre emozioni che non fossero la rabbia.
La scrittura in quel periodo mi ha salvato, è diventata un modo per dare realtà a quello che provavo e che mi stava accadendo. Ricordo ancora che mi capitava di riascoltare quello che scrivevo e scoppiare in lacrime, perché se qualcosa esisteva in una canzone allora esisteva anche nella vita reale e quindi dovevo trovare le forze di affrontarla.
Sui social denunci spesso la svalutazione della musica, citando fenomeni come i Ghost Artist o l’appiattimento dello streaming. In un’epoca in cui l’arte è spesso ridotta a “contenuto” per sfamare un algoritmo, come riesci a preservare la materialità del tuo suono – quel mix di Funk, R’n’B e chitarre distorte – affinché non diventi semplice “polvere” digitale?
Credo che il perno del tutto rimanga la mia identità. Finché suonerò io la mia chitarra nei miei dischi si sentirà che quel disco è suonato da me, nel bene o nel male.
Vado molto fiera del fatto che scrivo e arrangio i miei brani, sono le mie creazioni e dentro c’è tutta me stessa.
Inoltre penso che a rendere umana la musica ci sia proprio quel processo di divertimento, nervosismo, sperimentazione e gioia che avviene quando si scrive un pezzo.
Se la musica viene scritta con l’obiettivo di comunicare realmente qualcosa non può essere sostituita da quella fatta da una macchina.
Hai dichiarato che spesso, oltre a chiederti della tua musica, ti si chiede di essere un’attivista a tempo pieno, spostando il focus dalle canzoni alla politica. Questa postura di “rappresentante di una comunità” la senti come una responsabilità necessaria che dà forza alla tua voce o come un limite che rischia di oscurare la tua identità di autrice?
Entrambe le cose. A volte mi capita di incontrare giovani persone trans che mi parlano dei loro percorsi, mi chiedono consigli o mi dicono addirittura di aver cominciato a cantare dopo aver visto me, questo mi da un’emozione e un orgoglio che è difficile da spiegare a parole. Al tempo stesso rappresentare tutti e farlo nel modo giusto è impossibile, io sono umana e molto spesso sbaglio qualcosa.
La paura di dire la cosa sbagliata nel momento sbagliato c’è sempre, soprattutto in un era in cui tutto è amplificato e distorto dai social.
Detto questo cerco di vivere me stessa, la mia musica e la mia storia nel modo più sincero e naturale possibile prendendo tutto quello di buono che ne scaturisce.
Ti ispiri alla libertà di Caparezza e alla capacità di De André e Guccini di raccontare gli ultimi. Se dovessi scegliere cinque album che hanno maggiormente influenzato il tuo gusto musicale e personale, formando l’artista che sei oggi, quali sarebbero e perché?
Scegliere 5 dischi mi risulta davvero difficile. Sicuramente ammiro il lavoro di Caparezza perchè è sempre riuscito a sperimentare quanto voleva mantenendo un identità chiara, ed è quello a cui aspiro. Per la stessa ragione mi piace molto salmo, in particolare Hellvisback.
Dal punto di vista strumentale mi lascio influenzare anche band oltreoceano come i Paramore e i 21pilots, e sicuramente devo il mio amore per la chitarra a band storiche del rock mondiale come Led Zeppelin, Pink Floyd, Guns’n’Roses, Metallica che hanno caratterizzato tutta la mia adolescenza.
In Occhi al cielo c’è un’energia diversa, quasi un desiderio di fuga verso una normalità luminosa, lontano dagli “occhi ciechi” di chi non capisce l’amore. Dopo aver affrontato i tuoi mostri tra musica e parole, oggi la tua arte è ancora una terapia per guarire o è diventata il manifesto di chi ha finalmente deciso di smettere di nascondersi? È una scelta consapevole quella di vestire il dolore con il funk e il dinamismo o un linguaggio naturale e istintivo?
Penso che la mia musica sia entrambe le cose, però sono resa conto che più vado avanti e più diventa un modo per affermare la mia identità che per raccontare le mie fragilità.
Comunque credo che non smetterò mai di inserire entrambi gli aspetti nei miei brani, come sempre mi lascerò trascinare da quello che provo e da quello che mi accade in un determinato momento della mia vita.
Invece per quanto riguarda la scelta del funk direi di no, mi è venuto molto naturale. Già in altri miei progetti passati c’era la scelta di rappare, se vogliamo, su strumentali funk rock. Non so perchè ma mi viene naturale e mi fa sentire a mio agio, soprattutto quando ho la necessità di essere molto diretta.
Torniamo a “Come as you are”, che resta l’invito più bello che si possa fare a una persona. Riascoltandola oggi, che riflessioni ti porta quel brano e com’è evoluta la visione di Andera, sulla base del suo percorso?
Col tempo ho capito tante cose. In primis che la rappresentazione è probabilmente la forma di attivismo più potente, essere sui palchi in quanto persona trans ha un valore diverso.
Io non ho avuto modelli crescendo quindi so quanto questo può influenzare il modo di pensare di chi guarda. Poi ho capito che l’unica cosa che conta davvero è essere autentici e avere una storia interessante da raccontare.
Credo davvero tanto nel potere comunicativo del mio vissuto e cerco di raccontarlo al meglio delle mie possibilità nelle canzoni ma non solo.
In questi anni ho imparato a conoscere le mie fragilità e i miei limiti, ma anche a come posso fare per arginarle ed espanderli. Sono diventata più ambiziosa e lucida, so che percorso voglio fare e ogni giorno mi muovo nella direzione in cui voglio andare. Credo che questo sia fondamentale a prescindere, qualsiasi cosa si voglia fare nella vita.
