Il suono metallico di una sbarra che batte contro un’altra. Il respiro affannato di Mariano Rigillo che riempie il vuoto del Mercadante. Non è teatro, è una cella di un metro per due sotto il sole di Pisa.

Ezra Pound sta urlando contro i “nuovi re” del mondo, e la sua voce graffia come una puntina su un vinile rovinato.

Immagina di aver scritto i versi più alti del secolo e di ritrovarti chiuso in una gabbia senza libri, senza carta, con una macchina da scrivere che usi illegalmente e la mente che corre verso Venezia, mentre i piedi affondano nel fango di un campo di prigionia.

Ezra Pound è l’uomo che ha probabilmente visto la luce, ma ha scelto l’ombra sbagliata per raccontarla. Resta solo la parola. Una ghianda di luce nel buio.

Mariano Rigillo, al Teatro Mercadante di Napoli, non mette in scena un santino né un mostro, ma l’ossessione di un uomo che ha cercato la coerenza nel caos. Il “resta” di Pound è la sua capacità di denunciare il marcio del sistema finanziario attraverso la purezza cristallina del verso. Portarlo alla luce oggi significa chiederci se siamo ancora capaci di reggere il peso della Bellezza quando questa abita in un corpo scomodo.

La regia di Leonardo Petrillo opera una scelta radicale: toglie tutto per lasciare la Parola. La scena è spoglia, elude sé stessa. Ci sono video che montano e smontano la materia, distorsioni sonore che ricordano che la realtà è una frequenza disturbata. In questo vuoto, Pound è un leone in gabbia. Ma la sua gabbia non è solo quella di ferro del campo di prigionia americano a Pisa; è la gabbia della sua stessa visione del mondo.

L’ossessione di Pound per l’usura

Pound aveva un’ossessione: l’usura. Per lui non era solo un problema economico, era un peccato contro la natura. L’usura è ciò che sporca la linea del disegno, ciò che impedisce al contadino di avere una casa di buona pietra. Traslate tutto questo ad oggi: l’usura è la mediocrità che divora il merito, è il rumore di fondo che cancella la profondità.

Rigillo dà voce a questa rabbia profetica. Non c’è nostalgia per il regime, c’è il dolore di un intellettuale che ha visto il marcio del capitale e ha cercato un argine nella direzione sbagliata. Ma quando Anna Teresa Rossini inizia a declamare i Cantos, la politica diventa polvere. Resta la metrica, l’altezza di un linguaggio che dialoga con Omero, con Confucio, con le acque di Venezia.

Affascinante e stridente al contempo è la relazione tra arte e usura, più volte richiamata dal monologo recitato.

Un’interazione che si rivela insolubile dalle parole stanche e avvinte del poeta, che vede ripiegata la voluminosa ellissi di cultura e storia nel pacchetto riquadrato della vendita consumistica. La dirompenza di un grande patrimonio culturale viene così resa un mero stilema, ben spendibile e gestibile per definire un antefatto, sfruttato in Europa nell’esodo disumanizzante dei totalitarismi, ignorato invece dalla “ricerca della felicità” della “superficiale” America, “traditrice” verso le sue stesse promesse di libertà primo-costituzionali.

La frustrazione di non poter fare altro dell’arte che non una conoscenza solitaria – corroborando proprio la solitudine di cui soffre il Pound così inscenato – denuda e ricuce la ricchezza interiore del fatto culturale in un povero, esteriore sfarzo di grandiosità. Per “interiorità” si intende poi la supremazia delle emozioni sulla ragione: nelle parole evocate da Anna Teresa Rossini, “l’emozione unisce; la ragione divide”, è non la ratio calcolante e reificante, ma l’angoscia e la gioia condivise in immagini, parole, suoni a fare dell’umano un tutt’uno.

Lo spettacolo ci invita allora a una domanda: cosa fa davvero “cultura”? Concetto e utilità pratica sono metafora infatti della fredda gabbia in cui è rinchiuso il poeta, non certo vettrici della vera conoscenza, ma fruizioni usuranti, di contro alla mobile e pervasiva potenza della condivisione emozionale. Viene così anche contestualizzata la magniloquenza dei grandi poemi omerici, in particolare della discesa nell’Ade e dell’incontro di Odisseo con Tiresia, resa nell’impressionante rappresentazione visual e nella voce piena di pathos di Rossini.

La durezza oracolare di Tiresia si sovrappone alla parola profetica del poeta ingabbiato, alla sua voce rotta e isolata, a volte accecata perché senza obiettivi: il futuro è ormai già passato; l’arte è chiusa nella sua stessa mercificazione; la scelta di una politica umanitaria rimbalza tra i poli senza relazione di governi disfunzionali.

E allora, nella chiusura, così esplicitata all’inizio, del tempus tacendi, e giunto invece al tempus dicendi, il poeta denuncia, ormai in ritardo, la lezione appresa da un mondo lontano, rivestita di autoironia e vezzo biografico: storia e cultura inestricabilmente si intrecciano, dando alla poesia un destino più importante di una semplice malinconia.

Venezia o il Silenzio Finale

Lo spettacolo ci porta per mano da Rapallo al manicomio di St. Elizabeths, fino all’agognato ritorno in Italia. Venezia è il termine del viaggio. La città della bellezza e della nostalgia. È qui che Pound sceglie il silenzio. Un silenzio che Rigillo rende palpabile, trasformando la ricerca del vuoto in un atto di dignità estrema.

Non è un processo giudiziario, quello che va in scena al Mercadante.

Pound ha “reso le cose coerenti” solo a sprazzi, ammettendo la sua inadeguatezza nel far fluire carità e amore. Eppure, in quel metro per due di cella, ha scritto alcuni dei versi più alti del secolo scorso. Ha dimostrato che la poesia non può essere incarcerata, perché non appartiene a chi la scrive, ma alla luce che riesce a trattenere.

Uscendo dal teatro, la sensazione è quella di aver assistito a un’orazione civile che supera le barricate. Pound ci interroga sulla nostra capacità di reggere il peso della Bellezza quando questa è “sporca”. Ci interroga sulla nostra libertà. Siamo davvero più liberi di lui, nelle nostre gabbie invisibili fatte di consensi e algoritmi? O siamo solo più bravi a nascondere le sbarre?

Corrado Parlati

Annamaria Pacilio

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