C’è un’umidità densa, quasi solida, che avvolge l’El Mocambo di Toronto nel marzo del 1977. Non è il solito sudore da stadio, quello delle folle oceaniche a cui i Rolling Stones si sono ormai abituati. È l’odore del club: birra stantia, fumo di sigarette senza filtro e l’elettricità nervosa di trecento persone convinte di assistere al concerto di una band locale chiamata The Cockroaches.
Invece, sul palco salgono loro: Mick Jagger, Keith Richards, Charlie Watts e Ronnie Wood. I Rolling Stones poggiano per una sera nell’armadio la maschera di “più grande rock’n’roll band del mondo” per tornare a essere quello che erano all’inizio: scarafaggi che si nutrono di blues, creature che prosperano nell’oscurità dei sotterranei.
La maschera dello Scarafaggio: Perché The Cockroaches?
La scelta dello pseudonimo non fu solo un espediente per evitare l’assedio dei fan. Fu un atto di guerriglia culturale contro la propria stessa icona.
Nel 1977, mentre il punk inglese dichiarava la morte dei “dinosauri”, Jagger e Richards sentirono il bisogno di sporcarsi di nuovo le mani. Essere “The Cockroaches” significava rivendicare una natura indistruttibile: puoi provare a schiacciarli, puoi cambiare le mode, ma il rock’n’roll degli Stones sopravvive a ogni catastrofe nucleare, proprio come gli scarafaggi.
Quella doppia serata all’El Mocambo servì a ricordare al mondo, e forse a loro stessi, che dietro la facciata dei jet privati batteva ancora il cuore di un gruppo da bar malfamato.
E riprendere oggi quella maschera serve probabilmente a ribadire quel concetto: sono la band più longeva del pianeta, l’unica ad aver suonato insieme per sei decenni, ma hanno ancora tanto da dire.
Frammenti di un’eclissi: il ritorno dei Rolling Stones
Quando sono stati pubblicati sui social i primi scatti dei manifesti affissi a Londra, che annunciavano il ritorno di The Cockroaches, tutti (o quasi) hanno pensato al classico April’s fool, ma gli indizi erano chiari, a partire dal messaggio WhatsApp che si riceveva una volta scannerizzato il QR CODE: please to meet you, hope you guess my name.
L’11 aprile 2026, poi, la maschera è caduta, esattamente come 49 anni prima a El Mocambo: i Rolling Stones sono tornati a muoversi nell’ombra, distribuendo in pochissimi negozi indipendenti – da Camden Town agli italiani SEMM e Discoteca Laziale – un vinile white label ultra-raro.
Sull’etichetta bianca, nessun logo della lingua più famosa del mondo, solo un nome: The Cockroaches.
Abbiamo provato a riassemblare i frammenti digitali che hanno iniziato a circolare freneticamente sul web – audio rubati col cellulare tra i fruscii del giradischi e video sgranati – per decifrare l’identità di Rough and Twisted. Quello che emerge è il primo estratto di un album atteso per l’estate 2026, ancora sotto la regia sporca e vitale di Andrew Watt.
Il prezzo di vendita, quel simbolico £10.07, suona come un segnale lanciato a chi sa ancora guardare sotto i sassi per trovarci la musica.
Rough and Twisted: un corpo a corpo tra Mick e Keith
Rough and Twisted non è una canzone, è un inseguimento. La chitarra di Keith Richards non accompagna il canto, lo sfida. Keith scava un solco profondo nel fango del blues più arcaico, quello delle paludi della Louisiana, con un riff che sembra masticato e sputato fuori con noncuranza.
La voce di Mick Jagger insegue i tagli di Keith, cercando di afferrare quel ritmo che sembra sempre sul punto di spezzarsi e che invece, miracolosamente, tiene. È la dinamica del binario morto: due linee parallele, esattamente come le anime di Mick e Keith e i loro caratteri opposti, che non si incontrano mai ma che corrono insieme verso la stessa direzione.
Rough and twisted: and who the f**k are The Cockroaches?
Il testo di Rough and Twisted è una mappa di disorientamento spirituale. Non è un viaggio verso una meta, ma una deriva consapevole.
“Why don’t you guide me / ‘Cause I don’t know which way to go?”
Jagger canta la cecità di chi ha visto tutto e non riconosce più la strada. Il riferimento alla strada “ruvida e contorta” è la metafora perfetta della loro stessa carriera e, per estensione, dell’esistenza umana che rifiuta le linee rette della convenienza.
C’è un contrasto violento tra il desiderio di bellezza e la realtà del degrado. Si passa dalle acque luminose di Porto Rico e dalla danza di Nijinsky, che diventa simbolo di una grazia folle e sublime, alla crudezza di “rancid rice and bones”.
L’arte degli Stones qui si fa viscerale: il lusso è solo un falso pretesto. La solitudine viene paragonata a un sassofono, uno strumento che urla nel vuoto, mentre i luoghi citati — Natchez, la Sicilia, Roma — non sono destinazioni turistiche, ma tappe di un pellegrinaggio interiore alla ricerca di una lingua che si è dimenticato come parlare.
Il momento più oscuro arriva con la descrizione del club chiamato Conspiracy: un luogo dove regna la tirannia e l’aria è tossica. È la visione di un mondo che ha perso l’incanto, dove l’unica via d’uscita è chiedere di essere guidati ancora una volta, anche se si è “sordi, ciechi e muti”.
In Rough and Twisted, i Rolling Stones ci dicono che non c’è redenzione senza attraversare il fango. E che a volte, per ritrovare la luce, bisogna avere il coraggio di scendere in profondita e muoversi come scarafaggi.
