C’è un’immagine che sembra uscita da un film in onda su Italia 1 di sabato sera, o forse da un sogno febbrile in una notte con troppa pioggia: un cane in camicia da notte. È un’immagine grottesca, fuori posto, che stride con la pretesa di perfezione estetica a cui siamo stati educati. Eppure, è proprio in quello scarto, in quella sensazione di essere “fuori tempo” o “fuori luogo”, che si annida la verità dei DLEMMA.
I DLEMMA sono Emma Leggieri (voce), Elisa Leggieri (chitarra), Emma Sola (basso) ed Edoardo Leggieri (batteria): una genealogia di sangue e di suono che ha scelto il grunge non per nostalgia di Seattle, ma per necessità di resistenza.
Il loro primo album, Keep Me Out, è un manifesto sulla distanza necessaria. Mentre il mondo ci spinge a essere costantemente reperibili, trasparenti e “filtrati” come le facce di cui cantano in Alien, i DLEMMA rivendicano il diritto di chiudere la porta.
La loro non è una fuga, è una fortificazione. In questo dialogo, attraversiamo i loro “giorni vuoti”, l’alienazione di una generazione iper-connessa e quel dilemma creativo che, per fortuna, non hanno ancora intenzione di risolvere.
Partiamo da un’immagine precisa: nel vostro album “Keep Me Out” c’è un brano che si intitola “Dog in a Nightgown”. C’è qualcosa di profondamente cinematografico e, allo stesso tempo, grottesco in questo titolo. È la metafora di un’inadeguatezza che diventa punto di forza? Chi è, oggi, il “cane in camicia da notte”?
“Dog in a Nightgown” affonda le radici nel vissuto personale di Emma. In questo brano, l’inadeguatezza non è subita, ma rivendicata come un punto di forza: è stata la chiave che le ha permesso di evolvere e maturare. Più che un manifesto sul miglioramento personale, la canzone è l’istantanea viscerale di un’esperienza spiacevole trasformata in arte. Chi sia oggi il “cane in camicia da notte” preferiamo non svelarlo esplicitamente; preferiamo che siano gli ascoltatori a rintracciarne l’identità tra le pieghe del testo, dove abbiamo seminato diversi indizi.
In “Alien” cantate: “You say you love me but you don’t know / You say you get me but you don’t show”, mentre Dahlia affronta le crepe e le instabilità dei rapporti umani ed Empty Days il senso di isolamento che ne deriva. Viviamo in un’epoca in cui siamo tutti iper-connessi, ma, come possiamo anche sentire dai vostri testi, siamo sempre più in uno stato di paralisi e isolamento. Qual è la vostra visione dell’alterità oggi?
Dal nostro punto di vista, viviamo in un’epoca in cui i rapporti umani sono densi di sovrastrutture che raramente lasciano spazio alla genuinità. Paradossalmente, l’eccesso di comunicazione ha generato una sorta di paralisi relazionale: c’è uno scarto enorme tra come una persona si presenta dietro uno schermo e come agisce nella realtà. Molti dei nostri testi esplorano proprio questa crepa, un tema che ci tocca profondamente poiché ne facciamo esperienza quotidiana sulla nostra pelle. L’alterità oggi sembra essere diventata una proiezione digitale, più che un incontro reale.
In “Unaware” il tema è l’alienazione e la difficoltà di comunicare. Com’è nato questo brano e quali sono state le principali fonti di ispirazione per la sua realizzazione?
“Unaware” è un brano a cui teniamo moltissimo e, in linea con il resto dell’album, nasce dalla penna e dalle esperienze di Emma. L’ispirazione scaturisce da quella sensazione di smarrimento e impotenza che si prova davanti a situazioni che ci lasciano attoniti, quasi paralizzati.
È un sentimento che sentiamo molto vicino alla condizione giovanile attuale: quel senso di alienazione non è un caso isolato, ma una frequenza costante con cui molti nostri coetanei si trovano a fare i conti.
Il passaggio da “Alien” a “Stuck” fino a “Keep Me Out” sembra un percorso di fortificazione. Se nei primi brani c’era la paura di cadere a pezzi (“falling apart”), nel nuovo album la distanza sembra diventare una scelta di difesa consapevole. Avete imparato a trasformare la vulnerabilità in una forma di potere?
La vulnerabilità è senza dubbio il nucleo pulsante di “Keep Me Out”. Ogni brano rappresenta per noi un tassello di crescita, un passo verso una consapevolezza più profonda di chi siamo e di cosa vogliamo comunicare.
Imparare ad accettare la propria fragilità è un atto rivoluzionario e un passaggio necessario in questo percorso, ma non è il traguardo finale.
Abbiamo ancora molta strada da fare, ma oggi guardiamo alle nostre crepe non come a dei difetti, ma come a dei varchi di luce.
Avete respirato l’aria di Londra e poi quella di Roma. Emma, scrivi spesso in inglese per naturalezza biografica, ma ora vi state affacciando all’italiano. Cosa cambia nell’architettura di una canzone quando la lingua smette di essere uno scudo “internazionale” e diventa la lingua del quotidiano, quella che senti parlare al bar sotto casa?
L’italiano è una lingua che ci ha sempre affascinato, ma che al contempo ci incute un certo timore.
Scrivere in italiano significa rinunciare allo “scudo” dell’inglese: le parole diventano nude, trasparenti, immediatamente comprensibili per chi ci ascolta.
C’è la paura di non essere capiti o di esporsi troppo, ma siamo convinti che sia la sfida giusta per questo momento della nostra carriera.
Sentiamo il bisogno di parlare la lingua del quotidiano per accorciare ulteriormente le distanze con chi ci ascolta.
Se doveste restituirmi tre immagini della vostra infanzia londinese, quali sarebbero e perché?
Se dovessimo scegliere tre immagini, diremmo: il grigio metallico del cielo prima della pioggia, il riflesso delle luci sulle strade bagnate e il mix di lingue e profumi.
Queste sensazioni non hanno per noi una connotazione negativa; al contrario, quel clima e quel melting pot culturale ci hanno insegnato ad accogliere il diverso e a trasformare la malinconia in stimolo creativo.
Ci portiamo dentro quella stratificazione di idee e culture ogni volta che scriviamo.
Avete aperto per gli Afterhours alla Cavea dell’Auditorium: un luogo dove il suono deve farsi monumentale. In quel momento, tra il grunge sporco dei vostri inizi e la compostezza di un palco così prestigioso, cosa avete capito della vostra “postura” artistica? Vi sentite più a vostro agio nel fango di un club o sotto le stelle di un’istituzione culturale?
Abbiamo imparato a sentirci a casa su ogni palco, che sia il fango di un club o la cornice prestigiosa di un’istituzione culturale. La nostra “postura” non cambia in base al prestigio del luogo, ma in base all’energia che si crea con il pubblico.
La cosa che ci gratifica di più è vedere le persone venire trascinate dal nostro suono, vederle divertirsi e connettersi con noi.
Che accada sotto le stelle o in un seminterrato, l’obiettivo resta lo stesso: dare il massimo e creare un momento di condivisione autentica.
L’album si chiude con “Don’t Ask Twice”, un inno all’autonomia. Se dovessi guardare indietro, a quel momento in cui avete visto quella scritta “Dilemma” alla mostra di Dalla, cosa direste a quei ragazzi che non avevano ancora registrato una nota? Qual è il “dilemma” che avete risolto e quale, invece, sperate di non risolvere mai?
Dalla nostra formazione a oggi siamo cambiati radicalmente, sia musicalmente che come individui. Se potessimo tornare a quel momento davanti alla scritta “Dilemma” alla mostra di Dalla, non diremmo nulla a quei ragazzi.
Era giusto che fossero spaventati e carichi di aspettative; dovevano scoprire tutto da soli, senza scorciatoie.
Il “dilemma” che abbiamo risolto è quello della direzione da prendere: oggi sappiamo chi siamo. Quello che speriamo di non risolvere mai, invece, è il dubbio creativo: è proprio quell’irrisolto che ci spinge a continuare a scrivere.
