C’è un numero che Dave Grohl ha iniziato a contare ossessivamente. Quattrocentotrentadue.
Sono le sedute di terapia che ha affrontato nell’ultimo anno e mezzo. Sei giorni a settimana, per settanta settimane.
Provate a immaginarlo. L’uomo definito per decenni come “l’eroe gentile del rock” che si siede in una stanza e vede crollare pezzo dopo pezzo l’architettura della propria immagine pubblica. Ma è proprio lì, da quella crepa necessaria, che è sgorgata nuova musica.
Se But Here We Are era stato l’esorcismo collettivo per la perdita di Taylor Hawkins e di sua madre Virginia, il nuovo album, Your Favorite Toy, è il resoconto di ciò che resta tra le mani di un uomo quando l’incendio si spegne.
Attenzione, però: il nuovo album dei Foo Fighters non è un disco sulla morte. È un manuale di sopravvivenza alle proprie macerie.
La cenere e lo specchio: il senso di un reset
Nella parabola dei Foo Fighters, questo dodicesimo capitolo si inserisce come un atto di onestà brutale. Dopo aver trascinato il mondo intero nel proprio lutto, Grohl, di ritorno dalla seduta di terapia quotidiana, si è ritrovato solo davanti allo specchio, e ha cominciato a fare ciò che da trent’anni gli consente di esorcizzare il dolore, o almeno di conviverci: scrivere canzoni.
Il disco nasce qui: nel silenzio di Encino, senza produttori patinati, con Ilan Rubin (già membro dei Nine Inch Nails) a dettare un tempo più nervoso e metallico, che dirige e modella il sound del nuovo capitolo dei Foo Fighters.
È il passaggio dalla celebrazione del passato alla necessità di capire chi si è diventati nel corso degli anni.
Il manifesto: la title track
La canzone che dà il titolo all’album, Your Favorite Toy, funge da bussola. È un pezzo che sputa adrenalina e ringhia contro la comodità.
“Qualcuno ha buttato via il tuo giocattolo preferito per sempre“, urla Grohl, e quel giocattolo non è altro che la percezione rassicurante che tutti avevano di lui.
Il contributo di Rubin è tellurico: davanti a sé, non ha soltanto il pedale della sua batteria, ma anche un tasto con la scritta “reset”. E allora decide di spingere più forte che può, senza cercare di emulare Hawkins, portando la band verso un territorio hardcore la cui urgenza richiama quella di The Colour and The Shape.
È il suono di un reset creativo che non vuole piacere, ma scuotere, anche a costo di sembrare proveniente da un’altra epoca.
Il battito profondo: “If you only knew”
Se il disco ha un cuore pulsante, quello è If you only knew. Qui Grohl apre le porte della sua nuova creatura agli “amici perduti da tempo“, convivendo con le loro assenze.
Sognare Taylor, Kurt o Virginia non è un atto di malinconia, ma una scossa vitale per leggere il presente.
Nel ritornello, la voce filtrata e inquieta ricorda che la vera materia del disco è il tentativo di dare un nome a quel vuoto intimo che tutti, prima o poi, cerchiamo di colmare dopo aver ignorato.
Sopravvivere all’abisso: “Of all people”
L’episodio più crudo è senza dubbio Of all people. Come rivelato da Rolling Stone, il brano affonda le radici in un incontro spettrale tra Grohl e un vecchio spacciatore di eroina degli anni Novanta.
“Di tutte le persone, tu sei sopravvissuto“, sentenzia il testo.
Da quell’incontro, parte una riflessione violenta sul senso di colpa di chi resta, un corto circuito tra il passato tossico di Seattle e la lucidità spietata di oggi.
Musicalmente è un brano energico, quasi violento, che procede in maniera incessante e racconta che la polvere, a volte, scotta ancora sotto il sole.
La domanda incessante: “Caught in the echo”
“Do I? Do I? Do I? Do I?“. L’apertura del disco con Caught in the echo è un trauma necessario. Questo balbettio ossessivo non è un vezzo stilistico, ma il canto di un uomo appeso a un filo.
“Considera questa una valutazione delle mie allucinazioni”, urla Grohl contro un muro di chitarre che quasi prova a sovrastarlo.
È la dichiarazione d’intenti definitiva, nonostante sia la traccia d’apertura: il disco non è un test, è una conversazione che si snoda tra le pieghe di una psiche che cerca di ricomporsi.
Quel “Do I?” interroga la capacità di un individuo di restare autentico e integro quando tutto intorno crolla.
Gli altri frammenti di un mosaico ferito
Il resto dell’album si muove tra ombre e satire. Window ci regala un Grohl introspettivo, con linee di basso che scavano nel profondo, mentre Child Actor mette a nudo la dipendenza dal successo come un veleno che non sazia mai. C’è spazio anche per la satira politica e sociale in Amen, Caveman, un brano cinico che attacca le maschere che indossiamo quotidianamente.
Your Favourite Toy non è un album perfetto, ed è proprio questa la sua forza. È un disco che accetta la propria fragilità, che rinuncia alla brillantezza a tutti costi per ritrovare l’urgenza che ha caratterizzato la scena in cui Grohl si è formato come musicista e come individuo.
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Qui tutte le informazioni sui Coca Cola I-DAYS.
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