Firenze, 1986. Nelle cantine umide di via de’ Bardi l’aria è satura di fumo e di un’elettricità che non cerca la scarica facile, ma la tensione costante. I Litfiba sono a un bivio. Se Desaparecido aveva messo a fuoco i colori di una New Wave mediterranea, fatta di sogni infranti e sparizioni forzate, 17 Re rappresenta l’esplosione dell’io. Non è più solo il racconto di chi manca all’appello, ma la vertigine di chi resta e deve fare i conti con la propria molteplicità.
La Trilogia del Potere raggiunge qui il suo apice emotivo. Se il primo capitolo negava l’autorità attraverso il silenzio degli scomparsi, 17 Re la seziona dall’interno, esplorando la schizofrenia di un potere che si fa personale, psicologico, onirico. È un passaggio cruciale: la band abbandona le sponde sicure del genere per avventurarsi in un album che non ha eguali nella storia del rock italiano.
Un’opera che troverà poi la sua evoluzione politica e terrena in Litfiba 3, prima di iniziare la trasformazione nei quattro elementi primordiali degli anni ’90.
Oggi, a quarant’anni di distanza, quel vinile doppio non è polvere. È un organismo vivo che pulsa sotto la testina.
Riascoltiamo 17 Re quarant’anni dopo: cosa ci dice oggi?
Il basso di Gianni Maroccolo in “Resta” è il battito cardiaco dell’opera che accelera nel vuoto. La preghiera di chi non vuole rassegnarsi all’assenza, un grido che fissa il punto esatto in cui l’attesa diventa ossessione: restare è ancora oggi l’atto di resistenza più estremo. “Una parte di me, quella più vicina al nulla”
In Re del silenzio le tastiere di Antonio Aiazzi ci riportano dritti agli anni ’80, ma il trionfo dell’isolamento suona ancora più attuale rispetto a quarant’anni fa. Piero Pelù canta la sovranità su se stessi, quella che si conquista solo quando si smette di cercare l’approvazione del mondo. Sono lontani la gioia e la malinconia, “ogni pensiero non ha più peso dell’aria che si confonde in me. Quando tutto è qui, quando tutto è fermo, non chiedo pietà, chiedo di lasciare che tutto passi, perché non so più amare”. È la solitudine che si fa corona.
Cafè Mexcal e Rosita è un’allucinazione sonora, un racconto di fuga e di identità che si sfaldano sotto un sole nero, Vendetta si regge su un ritmo tribale, quasi ossessivo. La vendetta non è un atto fisico, ma una condizione mentale. È l’energia cinetica repressa che trova sfogo in un rock che comincia a farsi più muscolare, anticipando la rabbia che la band porterà sui palchi di tutto il mondo. Tango diventa una danza pericolosa sull’orlo del baratro, in cui la sensualità si mescola al presagio di una caduta. È un tango sporco, metropolitano, dove i corpi si cercano non per amore, ma per non sentirsi soli mentre il pavimento trema; Come un feticcio è desiderio che si concretizza. I Litfiba esplorano qui il lato oscuro del possesso attraverso una musica ipnotica, che si sviluppa attorno a un’idea fissa di un bisogno che non trova mai pieno soddisfacimento.
Pierrot e la Luna è la malinconia si fa maschera, un omaggio alla fragilità in una notte che sembra aver fermato il tempo. Pierrot è l’artista, colui che osserva il mondo da una prospettiva sfasata, consapevole che la sua unica guida è un astro lontano e indifferente. “Sono ancora qui non mi spezzo mai, potrei vivere nel sogno di volare, lanciandomi a cavallo delle scie, alzandomi come sabbia come un frammento che cade lontano” sono versi di una canzone che rappresenta una delle vette compositive più alte della fase new wave di Pelù e Ghigo.
Febbre è lo specchio di quegli anni ’80 che stavano accelerando verso un’a fine’evoluzione incerta. Una corsa contro il tempo dove il sudore si mischia all’ansia di non arrivare mai in tempo.
Apapaia è forse uno dei manifesti di ribellione più puri del disco. “Cambiare un’idea è un destino”, cantano i Litfiba. È l’inno all’affermazione di sé, al rifiuto delle etichette, che parte dal familiare per analizzare il mondo che circonda ogni essere umano. È il coraggio di essere diversi da se stessi ogni giorno, un concetto che la critica dell’epoca accolse come una vera dichiarazione d’indipendenza artistica.
Univers è avvolta da un freddo cosmico. È la New Wave che guarda alle stelle ma vi trova solo un vuoto siderale. La voce di Pelù si fa eterea, quasi distaccata, mentre la band costruisce un muro di suono che sembra non avere fine.
Sulla terra Si torna al fango, alla carne, alle radici. Il ritmo si fa primitivo, un richiamo ancestrale che ci ricorda che, nonostante i voli pindarici, i nostri piedi restano ancorati al suolo. È la forza bruta della terra che reclama i suoi figli.
Ballata trasfigura un racconto popolare. La narrazione si fa folk, ma con una tensione elettrica sottotraccia che impedisce qualunque tipo di nostalgia bucolica. È una storia di vinti che non hanno smesso di sognare.
Gira nel mio cerchio è ritualità pura. La batteria di Ringo De Palma detta tempi che sanno di rito sciamanico. È l’invito a entrare in un mondo altro, dove le regole della logica sono sospese e conta solo il movimento rotatorio dell’anima.
Cane è un urlo feroce con la rabbia di chi non accetta di essere addomesticato. “Ululo di notte ai vicoli, pisciando sulle vostre carezze, mordo i cani come me, e sento di non essere colpevole”: è uno dei momenti in cui i Litfiba diventano animali politici, pronti a mordere la mano che li nutre se questa cerca di mettergli il guinzaglio, ponendo le basi per il mood che dominerà Litfiba 3 (qualche esempio? Tex, che sembra ancora più attuale di quanto non lo fosse 38 anni fa, e “dittatura e religione che fanno l’orgia sul balcone” di “Santiago”).
Oro nero è l’oscurità che diventa risorsa. Non è solo il petrolio, è la materia grezza dell’inconscio che viene estratta per alimentare la creazione. Un brano denso, viscoso, che chiude il cerchio sulla natura corruttibile del potere.
Ferito diventa la conclusione perfetta: il dolore non è una fine, ma il punto da cui entra la luce. Il disco si chiude con una consapevolezza matura: siamo tutti feriti, ma è proprio in quella cicatrice che risiede la nostra unicità. “Grande capo bianco vuole carne da cannone, e che sia bello morire insieme”.
Il fantasma di Via de’ Bardi: l’enigma svelato di “17 Re”
Per quarant’anni è stato uno dei segreti meglio custoditi delle cantine di via de’ Bardi. La canzone “17 Re” era stata esclusa da una tracklist perché allora ritenuta fuori asse rispetto alle altre gemme. Oggi, quell’ultimo rintocco emerge dal fango per chiudere un cerchio magico e politico.
Il brano esce a gamba tesa per raccontare i mostri che la luce genera oggi, in quel “vecchio teatro” di guerra e pace che si è trasformato in un videogame globale. Il testo è una sciabolata contro l’amnesia collettiva: “Un uomo è perso senza la sua storia” è il manifesto di una resistenza identitaria che rifiuta il “controllo totale” dei nuovi eserciti di lacchè e droni.
Piero Pelù e i Litfiba tornano a graffiare il presente evocando lo Shah-mat, lo scacco matto della cultura persiana, contro la spietatezza dei padroni del mondo.
C’è la consueta rabbia lucida e consapevole di Pelù a vibrare tra le righe, piazzando una stoccata diretta a chi “sodomizza la verità”: l’uomo arancione che “gioca a fare il padrone e sodomizza…la verità” suona profetico, in una società di tutti vincenti e coinvolti auto-assolti.
17 Re è un disco coraggioso, sfrontato,e che, in quanto tale, ancora oggi ci insegna che non esiste bellezza senza il rischio del fallimento.
Non è un monumento da venerare, ma una mappa da seguire per perdersi tra le note e, finalmente, ritrovarsi con maggiore consapevolezza.
