Il fine settimana di Ida, una professoressa di lingue, di origini meridionali, trapiantata a Roma, le esistenze fatiscenti e incomplete di Narciso e Marco, che con la protagonista condividono l’essere irrisolti: sono queste le anime che danno vita a “Week-end”, in scena al Teatro Piccolo Bellini fino al 16 aprile.
Annibale Ruccello lo scrive nel 1983, consolidando quella che la critica accademica definisce la “Nuova Drammaturgia Napoletana”. Insieme a Enzo Moscato, Ruccello strappa il teatro partenopeo dal folklore di maniera per proiettarlo in una dimensione antropologica e psicologica internazionale.
Il testo vince il Premio Idi nel 1983, rivelando un autore capace di mescolare il noir cinematografico alla tragedia greca, il tutto racchiuso tra le mura di un interno borghese.
Week-end: l’esperimento sociologico di Annibale Ruccello
Il testo è concepito come un esperimento sociologico. Ruccello sfida lo spettatore a giudicare Ida come “mostro” o “povera zoppa”, per poi ribaltare ogni certezza nel finale, mostrando come il pertrurbante nasca dal familiare.
Sabrina Scuccimarra incarna Ida con una rabbia apparentemente controllata. La sua zoppia rispecchia il ritmo interiore del personaggio: è l’andatura di chi è rimasto indietro, di chi ha cercato di cancellare le radici sotto una vernice di perbenismo romano, fallendo miseramente nel suo intento.
La sua interpretazione si muove tra il grottesco e il tragico, dove un finto problema idraulico può nascondere un coltello e una lezione di lingue diventa un’invocazione, ma soprattutto incarna il conflitto che prende vita a livello linguistico.
Il suo linguaggio oscilla tra un italiano accademico, forzato e “ostentato”, e un dialetto materno che riaffiora come un trauma mai del tutto risolto. Questa dicotomia riflette la sua postura fisica: un’identità incompleta, un corpo che non riesce a stare al passo con la modernità urbana, che esplode tutta nel monologo finale.
Come il suo predecessore Jennifer, Ida vive un’esistenza in costante oscillazione su una linea sottile che separa le contraddizioni di cui si fa portatrice.
Manuel Severino nei panni di Narciso (l’idraulico) Matteo D’Incoronato in quelli di Marco (lo studente) non sono solo personaggi reali, ma proiezioni dei desideri repressi e delle mutilazioni affettive della protagonista, con cui condividono un’esistenza incompleta.
E poi ci sono i luoghi, altro elemento fondamentale del teatro di Annibale Ruccello. C’è una geografia del dolore che attraversa, come una ferita mai rimarginata, le stanze in cui vivono i suoi protagonisti.
Se il basso di Jennifer ai Quartieri è un bunker kitsch dove il desiderio si consuma tra telefoni che squillano nel vuoto e parrucche bionde, la casa di Ida in Week-end ne rappresenta il gemello asettico, la versione speculare e “perbene” di una medesima catastrofe identitaria.
Non sono semplici scenografie, ma luoghi fisici dove il fuori, rappresentato dai margini di una metropoli che corre e dalla Storia che procede a passo lento e inesorabile, è solo un rumore sordo che rimbalza contro finestre chiuse.
In “Week-end” lo spazio è contratto, segnato da una ritualità ossessiva che tenta di nascondere, sotto una vernice di rispettabilità borghese, lo stesso abisso di alienazione che Jennifer esasperava nel suo basso-prigione.
Entrambe le protagoniste abitano uno spazio in cui l’oggetto quotidiano — un disco jazz, una cornetta telefonica — diventa unico appiglio di una psiche che affanna nel tentativo di darsi una forma.
Ruccello mette in scena una dura realtà del quotidiano: la casa non è più un rifugio, ma il luogo del sacrificio dove l’intimità diventa pubblica tragedia, un antro travestito da fatiscente salotto residenziale in cui la solitudine non trova altra via d’uscita se non nell’esplosione violenta del rimosso.
Ida è la vera assassinata di Week-end
Il breve sguardo sulla condizione esistenziale di Ida, già affiorato in alcuni lapsus della protagonista, viene fatto completamente capitombolare nel monologo finale, che vede sogno e realtà, visione e cognizione intersecarsi visceralmente.
La tragedia di un dolore inascoltato, la sordità di un provincialismo affaticato, la disillusione dei costumi di una società divisa tra pubblico e privato offre una fotografia, in fondo, di tutti e tre i personaggi dell’intera rappresentazione. Ida ne è il fulcro reggente, attraverso cui si fa passare una traiettoria comune, quella del desiderio covato in segreto, lontano dagli occhi del mondo e dalle spie del buon vicinato, e quello dei ruoli indistricabili che vengono assunti in un assetto sociale stringato e congelato in blocchi di prestazioni.
Il desiderio e l’angoscia depennano questa divisione puramente formale. Prestando attenzione alle urla soffocate del monologo sussurrato da Sabrina Scuccimarra, si percepisce bene il dolore dato dalle aspettative che Ida, nella reminescenza onirica della gamba mozzata, ripone in una vita che non ottiene ricompensa né giustizia.
Le aspettative, parimenti, sono quelle della madre, delle sorelle, del paese d’origine, del vestirsi ancora “a lutto” per la perdita del padre, pur ormai via nel tempo e nello spazio da questo quadro: l’occhio del giudizio comune pende come una lama sulla morbida e accondiscende materia del desiderio e lì, in un turbine magmatico, insorge ribelle il senso di colpa, così il delirio.
Ida racconta di sé, ma la sua è anche una narrazione fantastica, un ricordo sformato: è il linguaggio del trauma, che ride di sé nell’autoironia tragica dell’ingiustizia impunita agli occhi di un’innocente, di una Ida, tornata bambina tra le grida e i ricordi, che richiede il conforto di una madre giudicante. Un conforto che è anche vendetta, vilipendio, brusca distanza.
Il più vigoroso desiderio sessuale della protagonista si rivela allora come la più profonda sevizia verso di sé, immaginata sul partner, e, in parallelo, come forma di suprema emancipazione. Nell’incongruo intervallo narrativo tra sogno e realtà, che l’assassinio dei due giovani sia vero o falso diventa dettaglio superficiale: è Ida la vera assassinata, la più debole vittima e la più feroce carnefice del suo stesso – mostruoso e tremendamente umano – intreccio di solitudini.
di Corrado Parlati e Annamaria Pacilio
Un ringraziamento speciale va a Katia Prota – Teatro Bellini