Per Giulio Nenna, producer dietro i successi di Irama, Rkomi e Shiva, l’uomo da quaranta certificazioni e direzioni d’orchestra nei templi della musica italiana, il ritorno a casa non ha un sapore nostalgico.
Con il nuovo album In My Past Lives (anticipato dal singolo Recuerdos de Ti), Nenna compie un atto coraggioso: spegne le parole per lasciar parlare i suoni.
Abbiamo scambiato due chiacchiere con lui per capire come si fa a passare dalle luci stroboscopiche dei grandi palchi al silenzio di uno studio dove la musica non serve a vendere, ma a ricordare chi siamo stati. Tra tango, malinconia viscerale e una ricerca quasi archeologica dell’anima, Giulio ci racconta perché, oggi più che mai, abbiamo bisogno di una musica che non ci spieghi tutto, ma che ci lasci lo spazio per respirare.
Il tuo nuovo progetto viene descritto come un’immersione in una “luce mediterranea”. Dopo anni passati a costruire le architetture sonore dei grandi successi pop italiani — mondi spesso fatti di luci stroboscopiche e ritmi serrati — come hai ritrovato questa luminosità più naturale e arcaica? È stata una riscoperta solitaria o una necessità di tornare a una “chiarezza emotiva” che il mercato discografico tende a volte a offuscare?
Sì, credo siano state entrambe le cose: la necessità di intraprendere un percorso più solitario, per potermi di nuovo misurare con me stesso, ma anche un’esigenza più profonda. Ho amato molto il lavoro nel pop degli ultimi anni, perché mi ha dato tanto, insegnandomi a essere essenziale, diretto, a comprendere il valore più genuino della semplicità e dell’immediatezza.
Però, dentro di me, sentivo da tempo il bisogno di tornare a una forma di verità più nuda, meno legata alla funzione, all’urgenza del mercato. Riscoprire la natura rituale, meditativa e profonda della musica, piuttosto che il suo utilizzo all’interno di una logica prevalentemente di intrattenimento.
Il Mediterraneo, per me, non è solo un’immagine estetica: è un modo di sentire. È una traccia antica, emotiva, fatta di silenzio, spazio, terra, vento, memoria. Ho ritrovato questa dimensione scrivendo a contatto con la natura del Sud e poi producendo il disco in maniera totalmente indipendente; registrandolo nel mio studio di Milano dove ho potuto seguire il solo ritmo della mia ispirazione e del mio sentire.
In questo senso sì, è stato anche un ritorno a una chiarezza emotiva che a volte il sistema discografico, inevitabilmente, tende a comprimere. Non per colpa di qualcuno, ma perché il pop vive di immediatezza, velocità, cicli; mentre io, qui, avevo bisogno di permanenza, profondità e struttura.
Passare dalla scrittura di hit per artisti come Irama o Rkomi a un album interamente strumentale sembra un atto rivoluzionario. In un’epoca in cui la parola e il messaggio immediato dominano il consumo musicale, cosa ti ha spinto ad affidarti esclusivamente ai suoni? Può essere anche un modo per lasciare all’ascoltatore lo spazio per scrivere il proprio personale “racconto visivo”?
Più che un atto rivoluzionario, per me è stato un atto necessario. In un’epoca in cui la parola rischia di essere spenta e depotenziata dal suo continuo essere usata e ripetuta, il non-detto diventa il custode delle emozioni più profonde. La musica, allora, diventa un catalizzatore potentissimo: può accendere dentro ogni essere umano i suoi sentimenti, i suoi ricordi, le sue emozioni più intime e incontrollate.
Credo che l’arte si incontri soprattutto nel silenzio, in uno spazio e in un tempo che consentano quel raccoglimento necessario per entrare davvero in contatto con noi stessi e riscoprirci come individui, piuttosto che come semplici consumatori.
Oltre a questo, la musica strumentale non ha alcuna barriera linguistica: quando la ascolti, la senti oppure no. E proprio in questo sta la sua verità. Non impone un significato univoco, ma lascia all’ascoltatore uno spazio libero, in cui poter scrivere il proprio racconto visivo, emotivo, interiore.
In Recuerdos de Ti, descrivi l’unione tra le sonorità mediterranee e il tango argentino. Sono due territori dell’anima legati alla nostalgia, ma anche a una vitalità feroce. Come sei riuscito a far convivere l’energia passionale del tango con la malinconia più intima dei tuoi ricordi, senza che l’una soffocasse l’altra? C’è un momento preciso della tua vita, che ha innescato questa fusione?
Io vivo nei ricordi. E i ricordi vivono nel mio presente. Forse sono proprio i ricordi la ricchezza che più di ogni altra inseguo.
In Recuerdos de Ti mi interessava mettere in relazione questi due poli, la carne e il fantasma, che in fondo sono due facce della stessa medaglia. Mi piace immaginare il corpo come una nave che attraversa onde e tempeste per condurre lo spirito verso il luogo a cui è chiamato.
Il tango ha una forza viscerale, sensuale, quasi teatrale, ma allo stesso tempo è profondamente caratterizzato dalla nostalgia. Le sue sonorità si intrecciano con le nostre radici e insieme evocano un tempo lontano, in cui l’essere umano sapeva ancora essere autentico e sfacciato, nel bene e nel male, nella passione come nel dolore.
Più che da un momento preciso della mia vita, questa fusione nasce da una stratificazione emotiva: viaggi, ascolti, amori, perdite e soprattutto da quel tipo di nostalgia che non è soltanto tristezza, ma anche intensità. A volte la nostalgia è il modo più potente che abbiamo per sentire che qualcosa continua a vivere – dentro di noi.
Il titolo dell’album, In My Past Lives, suggerisce un’indagine quasi archeologica su ciò che siamo stati. Avendo ottenuto oltre 40 dischi di platino e diretto orchestre sui palchi più prestigiosi, quali sono le “vite” che hai dovuto lasciarti alle spalle per permettere a questo nuovo Giulio Nenna, più cinematografico e riflessivo, di emergere?
Penso di aver dovuto lasciare andare soprattutto alcune immagini di me stesso. Non tanto i traguardi, che restano e per cui sono profondamente grato, quanto l’idea che il mio ruolo dovesse coincidere per forza con ciò che avevo già costruito.
Ho vissuto vite bellissime dentro la musica: quella del produttore, del compositore, del direttore d’orchestra e del performer sui grandi palchi. Sono tutte parti vere di me. Ma a un certo punto ho sentito che non bastavano più a contenere tutto ciò che stava emergendo.
In My Past Lives nasce da questa necessità: smettere di identificarmi soltanto con una funzione e tornare a una voce più interiore, più cinematografica, più riflessiva. Le “vite” che ho lasciato alle spalle non sono state rinnegate; semplicemente, ho smesso di abitarle come se fossero le uniche possibili.
Questo disco, in fondo, è anche questo: il coraggio di ascoltare una parte di me che esisteva da sempre, ma che aspettava il momento giusto per emergere. E che forse arrivava da ancora più lontano, da un’altra vita.
Hai dichiarato che la “memoria emotiva” è la nostra vera e unica ricchezza. In un mondo che corre verso il futuro e l’oblio digitale, la tua musica sembra voler fermare il tempo. Se questo disco dovesse essere la colonna sonora di un film non ancora girato, che tipo di umanità vorresti raccontare attraverso le tue note? Qual è l’immagine, o il frammento di bellezza vissuta, che speri resti impresso in chi ascolterà l’album dal 17 aprile?
Vorrei raccontare un’umanità ancora capace di sentire il mistero delle cose. Un’umanità fragile, ma non svuotata. Persone capaci di attraversare il tempo, l’amore, la perdita, la trasformazione in modo significativo, non con rassegnazione e calcolo.
Se questo disco fosse la colonna sonora di un film non ancora girato, mi piacerebbe che raccontasse esseri umani in bilico tra memoria e destino, tra radici e metamorfosi.
La mia musica non vuole fermare il tempo. Vuole piuttosto renderlo percepibile. Essere nel presente non significa fissare l’attimo, ma guardare con fermezza al senso delle cose, alla loro anima, alla loro essenza, più che al loro mutare contingente.
Vorrei che questo disco facesse sentire che ogni istante vissuto davvero contiene qualcosa di infinito. E forse la bellezza che spero resti a chi ascolta è proprio questa: la sensazione che nulla di ciò che abbiamo amato si perda davvero.
Se dovessi scegliere un’immagine, direi questa: una luce calda che attraversa una stanza vuota; oppure il vento su una terra antica spaccata dal sole; oppure ancora qualcuno che guarda l’orizzonte e sente, senza saperlo spiegare, che dentro di sé esistono molte vite.
Mi piacerebbe che il disco lasciasse questa traccia: non un messaggio chiuso, ma un’emozione che continua ad abitare chi ascolta, e che lo porti a desiderare di perdersi ancora, fidandosi della direzione delle proprie emozioni e del proprio destino, ritrovando la propria umanità.
Guardando alle tue past lives, quali sono stati gli ascolti che ne hanno prevalentemente influenzato il gusto?
I miei ascolti vengono da mondi molto diversi, e credo che il mio gusto si sia formato proprio in questa convivenza. Ho attraversato con amore la musica rinascimentale, quella barocca, la musica da camera e l’opera. Ho trovato una parte profonda della mia identità avvicinandomi alla musica popolare del Mediterraneo, al flamenco, a certe sonorità antiche.
Anche tanti anni di pop mi hanno insegnato il senso della sintesi e dell’impatto emotivo immediato. Sicuramente il cinema e la grande scrittura per immagini hanno avuto un peso enorme: Ennio Morricone sopra tutti, per la capacità di rendere immortale un’emozione con pochissime note.
In fondo, i miei ascolti non sono mai stati guidati dai generi, ma dall’intensità. Mi hanno sempre attratto le musiche che sanno evocare, che aprono immagini interiori, che non spiegano tutto ma lasciano spazio al sentire di ciascuno. È lì che riconosco davvero casa.
