Sul palco del Teatro Augusteo non sale solo Tullio De Piscopo. Sale una storia che su quel legno ha già preso vita e lasciato tracce.
Prima di lui, dietro quelle quinte e su quelle tavole, c’era suo padre Giuseppe. Giovane, con una batteria davanti e il ritmo della città di Napoli nelle vene e tra le mani. Suonava nell’orchestra del Teatro San Carlo, sotto la direzione del Maestro Anapeta.
Il 2 aprile, quel testimone fatto di legno e pelli è nelle mani di suo figlio, che celebra i suoi primi ottant’anni e una carriera fatta di successi, composizioni raffinate, incontri ai limiti del surreale con i giganti della musica.
È ideologicamente una traiettoria che si ricompone, una liturgia laica che attraversa una carriera e finisce per raccontare l’identità stessa di una città capace di essere, insieme, porto di mare e avanguardia.
Il battito del vicolo, il sound di un mondo
La storia di Tullio De Piscopo non inizia nei conservatori patinati, ma tra le polveri di Porta Capuana e l’eco stretta di Vico Foglie a Carbonara.
È lì che il suo groove ha preso forma, nutrendosi dei rumori della strada, delle voci provenienti dalle finestre dei quartieri, prima di diventare leggenda grazie a una batteria comprata a cambiali: duemilaecinquecento lire al mese per acquistare uno strumento con annesso il diritto di sognare.
Sul palco dell’Augusteo, Tullio non ha portato solo la sua straordinaria tecnica, ma l’album dei ricordi più preziosi. Ogni canzone è stata introdotta da un aneddoto, un racconto, un momento intimo e personale.
Ha evocato il fratello Romeo, che l’assenza ha trasformato in presenza silenziosa e costante, e ha intrecciato il suo racconto con quello dei giganti che hanno camminato al suo fianco.
Quando le note di Libertango sono esplose nel teatro, rispettando il timing originale che Tullio scolpì insieme ad Astor Piazzolla, si è percepita chiaramente quella connessione tra il Sud del mondo e il Sud dell’anima. “Quando la suonano vanno tutti di corsa, ma dove devono andare?”, dice Tullio ridendo.
Tra “Santo” Andamento Lento e l’eredità del Neapolitan Power
Il concerto ha vissuto di contrasti perfettamente armonici. Dalle atmosfere oniriche di Namina e la freschezza di Stop Bajon — perle nate sotto l’egida di Pino Daniele e Willy David in quel piccolo capolavoro che fu Acqua e Viento — si è arrivati al presente. La presenza sul palco di LDA e AKA7even non è stata un’operazione di marketing, ma un passaggio di consegne. I due giovani artisti, visibilmente contratti dall’emozione, hanno affiancato il maestro su quello che lui chiama, con un misto di ironia e devozione, il “Santo Andamento Lento“.
A suggellare il peso culturale di questa serata, e nel dettaglio di questa nuova versione del brano più famoso del canzoniere di De Piscopo, è arrivato il riconoscimento del MEI, consegnato da Renato Marengo e Nando Misuraca: il premio per il miglior live assoluto di Sanremo 2026. Un riconoscimento meraviglioso per un uomo che ha passato la vita a scardinare le regole del pop con la complessità del jazz.
La drum conversation finale dedicata a Pino Daniele
Ma il cuore politico e poetico dell’evento si è palesato nell’inedito Miranda e e nell’incedere tanto energico quanto struggente di Destino e speranza, omaggio a quel nucleo primordiale del Neapolitan Power che vedeva in James Senese e Pino Daniele i suoi pilastri.
Il momento più alto, tuttavia, è arrivato con il buio. Per un minuto intero, le luci si sono spente. Al centro della scena è rimasta solo la batteria, illuminata da un unico raggio, e lui, Tullio. Una “drum conversation” solitaria dedicata a Pino Daniele. Un ritmo nato seguendo i battiti più profondi dell’anima, come accadeva ai Bagaria Studios.
In quel dialogo fatto di piatti e rullanti, non c’era solo tecnica, c’era il pianto di un amico e l’orgoglio di una città che, nonostante tutto, continua a battere il tempo, a tenerlo con un ritmo unico e a dominarlo.
