GAS, il nuovo progetto Tare, è la finestra su un mondo. Non è solo una questione di suono, che pure è lavorato con una cura quasi ossessiva, quanto di sguardo. Una visione che intercetta il rumore di fondo della contemporaneità e lo trasforma in linguaggio musicale.

Il duo vicentino si muove su una linea sottile: da una parte l’estetica frammentata dei feed, dall’altra una tensione che ne rifiuta la superficialità.

Il risultato è un disco in cui il groove convive con la dissonanza emotiva e il campionamento diventa una forma di montaggio cinematografico.

Li ho raggiunti mentre GAS prendeva forma definitiva. Ne è uscita una conversazione che tiene insieme cucina, glitch, empatia e disciplina.

“GAS” nasce in un’epoca di iper-esposizione, reel infiniti, frammenti di vite decontestualizzati. Voi citate Pirandello e il ‘sentimento del contrario’. A che punto vi siete accorti che dietro quell’estetica c’era un materiale emotivo e politico da trasformare in musica? E come questa consapevolezza è entrata nella scrittura del disco?

Per me (Leonardo) la consapevolezza che dietro ai reel ci sono effettivamente delle persone è arrivata quando mi sono ritrovato davanti il video di un uomo che tenta di fare benzina non alla macchina ma dentro sé stesso… non so se mi spiego.

Guardandolo ho pensato ad un mio zio, persona molto buona e indifesa che convive da anni con una malattia che gli rende impossibile essere autonomo e a volte lo porta ad avere degli episodi che sarebbero da proteggere piuttosto che da condividere in pubblico.

Ho così immaginato che se in un reel al posto di una persona sconosciuta ci vedessi come protagonista questo mio zio, che so essere fragile, non mi verrebbe da ridere, perché conosco la storia dietro il personaggio, mi viene da provare empatia piuttosto, penserei “per me questo è troppo”.

Essere empatici è un pregio, non il contrario, per cui comprendere la persona che hai davanti ti rende più forte. Sapere è potere. Ridere e basta è da cretini.

Nel vostro racconto il cibo è un rito creativo: prove, cucina, conversazioni, tempo condiviso. Non un contorno, ma parte del processo. Quanto questa dimensione domestica e relazionale ha inciso sulla forma di “GAS”? Possiamo dire che alcune scelte musicali nascono più a tavola che davanti agli strumenti?

La presenza del cibo all’interno della nostra musica è merito di Alberto essendo un cuoco di professione. La fortuna è stata ed è ancora oggi poter mangiare quello che cucina. Naturalmente non si tratta mai di piatti usuali, e anche nel caso di una pasta al pomodoro Alberto è capace di preparane la miglior versione.

Per cui “GAS” è l’insieme di molte cose: è l’aspettare che finisca di cucinare e chiacchierare mentre è ai fornelli, e poi mentre si mangia si ascolta musica e si lanciano idee. Ci confrontiamo spesso, per cui uno dei due si può ritrovare a partorire frasi come “questo brano sa veramente di macinato di carne”.

Mangiando e parlando dell’universo culinario è facile collegare le due sfere, e quindi magari un suono ci ricorda un cibo o un sapore. Niente di sensato o di politico, solo la fortuna di essere esposto (parlo per me) ad un alto grado di talento e di amore per la cucina e il cibo, oltre al fatto che la tavola è per molti il luogo della condivisione, delle chiacchere, insomma è il posto giusto dove condividere le idee. Se poi mangi bene tanto di guadagnato per la fantasia e l’umore.

I Verdena per voi sono un riferimento anche metodologico: ossessione per il suono, autocritica, disciplina. In “GAS” emerge una forte cura per l’impacchettamento sonoro, per la “regia” dei brani. Cosa avete imparato davvero da quell’approccio? E più in generale, quali sono stati i principali punti di riferimento per la realizzazione di GAS?

I Verdena sono un punto di riferimento per noi. I Verdena hanno un sound unico per via del loro modo di registrare e di suonare, hanno delle grafiche strafighe, in un loro disco tutti gli elementi che lo compongono sono uniti per presentare in modo solido la loro musica. Ed è proprio da questo che abbiamo preso spunto.

Cerchiamo di registrare usando i suoni che più ci rappresentano, così come siamo devoti alla ricerca di un vocabolario personale. Se Alberto Ferrari dice che bisogna suonare tutti i giorni, registrare le prove e ascoltarle, lavorare sui suoni, avere il Big Muff sovietico e non quello americano, allora lo dobbiamo fare anche noi.

Abbiamo imparato tanto da loro.

Da ragazzini li guardavamo come degli dei e oggi non è cambiato niente. Sono maestri della melodia e della forma, sono come i Beatles ma col batterista che spinge il doppio (senza nulla togliere a Ringo Starr).

Dei loro dischi sicuramente prendiamo come maggior riferimento “Requiem”, “Wow” e “Endkadenz” .

Da Louis Cole al jazz newyorkese, il vostro immaginario ritmico è molto preciso. Quanto è stato difficile tenere insieme complessità tecnica e fruibilità emotiva, senza scivolare nel virtuosismo fine a sé stesso?

Non cadere nel tecnicismo fine a stesso, in gergo “essere riccardoni”, è molto facile per noi in realtà perché fondamentalmente non ne siamo capaci.

Nessuno di noi due è un musicista professionista e questo può portare a cose sia positive che negative.

Positive perché non aver studiato al conservatorio non significa per noi non studiare in generale, significa scegliere su cosa porre attenzione e cosa mi interessa imparare, specialmente se è per fini personali.

Il lato negativo è che questo preclude tutte le situazioni professionali dove è richiesto di saper leggere uno spartito o eseguire determinati brani che noi non sapremmo fare.

Tutto sta nel capire quale posto si vuole occupare nella musica, e fortunatamente c’è posto per tutti, basta essere disciplinati e seri, sia che si faccia prog, pop o jazz.

Brani come “Fettine”, “Dubai” o “Poke” mostrano un uso del sample e del parlato che dialoga con l’improvvisazione. Qui pesa anche l’esperienza di “POP”. Quanto quel progetto ha influenzato “GAS” più di quanto si percepisca? E come decidete quando un campione diventa linguaggio e quando resta ornamento?

“POP” è stato un ottimo strumento, oltre che per affinare la ricerca del suono dei TARE, ma anche per una composizione più semplice e diretta, in modo specifico per perfezionare l’utilizzo del sample parlato: trovare il giusto effetto, inserirlo con un ritmo adatto al pezzo, riempire le pause della musica.

I sample che abbiamo scelto spesso arrivano dalla percezione del sentimento del contrario di cui parlavamo prima. Ciò che accomuna la scelta di questi campionamenti è proprio il tema dell’empatia nei confronti di questi ormai diventati personaggi pubblici, che presi fuori contesto potrebbero sembrare folli, ma sono pur sempre degli esseri umani.

Nel caso di “Fettine” il sample viene distrutto, frammentato, riavvolto, così da diventare più ornamentale ma restando fedele allo stile di “GAS”.

“GAS” è attraversato da una vera costellazione di musicisti della scena. Non sembra networking, ma relazione reale. C’è un incontro particolare, avvenuto per la realizzazione di questo disco, di cui volete parlarci? E in che modo questo ecosistema ha modificato la vostra idea di progetto Tare?

Per noi lavorare con artisti che sono anche degli amici è sempre prezioso, stiamo cercando di farlo anche con la stesura del nuovo disco. Con loro, oltre a esserci un rispetto e una stima reciproca a livello artistico e musicale, c’è anche un sincero interesse nel coltivare i rapporti al di fuori del mondo musicale. 

Un incontro particolare che mi viene in mente riguarda la registrazione del solo di voce di Antonio Bettini su “Spagetti”. Era venuto in saletta per esplorare questo nuovo pezzo e dopo aver cenato assieme abbiamo montato un microfono in cucina e gli abbiamo detto: “canta quello che ti senti”. Per fortuna abbiamo premuto REC: la take sul disco inizia con lui che ride per come sta cantando.

Guardando il vostro percorso, da “Notturno” a oggi, passando per “POP”: cosa avete finalmente messo a fuoco con “GAS”? Se doveste raccontare questo disco a voi stessi del 2019, cosa gli direste oggi, senza retorica e senza sconti?

La grande differenza con “GAS” è che nel 2019 abbiamo iniziato suonando e registrando “Notturno” tutto in due. Dal secondo EP in poi, invece, abbiamo sempre preferito collaborare con vari nostri amici musicisti che stimiamo. La presenza di altre persone ha sempre arricchito il progetto, questo lo abbiamo imparato e stiamo proseguendo su questa strada.

Altri aspetti di crescita riguardano la consapevolezza che stiamo scegliendo di farne una professione, al momento è una sfida non una certezza. Questo aspetto porta con sé tutta la dimensione del lavoro: avere relazioni con chi collabora con te e magari non suona nessuno strumento ma è fondamentale per dare voce al progetto, gestire l’economia del gruppo e la logistica, più un sacco di altre cose. E a noi fare tutto questo piace parecchio, soprattutto sapere che, per quanto precaria, “la macchina” che stiamo muovendo prende la direzione che decidiamo noi, e che ogni grammo di cura che le dedichiamo deve arrivare da noi due, non ci sono regole o direttive esterne. Sapere di avere qualcosa da fare bene e di cui curarsi con impegno dà senso alle nostre vite.

“GAS” è stato un importante punto nel nostro percorso e ne siamo orgogliosi, in questo momento però le nostre attenzioni sono tutte rivolte al nuovo materiale a cui stiamo lavorando e che esiste grazie a “GAS”. Non vediamo l’ora di vederlo crescere.

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