Entrando alla Sala Assoli per l’ultima rappresentazione di “S-Enz”, spettacolo ideato e magistralmente interpretato da Giovanni Ludeno, si ha la sensazione di trovarsi esattamente nel punto in cui la scena smette di rappresentare e torna a evocare.

All’interno del panorama del teatro a Napoli, “S-Enz” – esattamente come la produzione teatrale di Enzo Moscato – si inserisce come un’operazione stratificata, che sfugge tanto alla commemorazione quanto alla semplice rilettura.

È il concetto di “ritornanti” che si fa concreto: i trapassati possono tornare a fare visita, nei sogni, a chi non li ha mai ascoltati e anche a chi non ha smesso di farlo, tornando a vivere il tempo presente. E allora si comprende che non è l’attore a fare lo spettacolo, ma è lo spettacolo a fare chi lo porta in scena, perché la poesia prende vita e diventa la risultante scenica di una ricerca parallela che attraversa tempi e spazi, destinata a un tratto comune che richiede sconfinamento, cammino, forza e attraversamento di confini e frontiere.

Moscato, tra i più radicali drammaturghi italiani contemporanei, ha costruito negli anni una lingua scenica in cui dialetto, filosofia e marginalità urbana convivono in un equilibrio instabile e potentissimo. La sua scrittura – spesso accostata per tensione poetica a quella di autori come Ruccello o Viviani – è un sistema linguistico complesso, una vera e propria architettura semantica che attraversa il sottosuolo di Napoli e lo restituisce come spazio metafisico.

In questo senso, S-Enz non tenta di “spiegare” Moscato. Ludeno costruisce una drammaturgia per frammenti, lavorando su testi come Luparella, Partitura, Occhi gettati e Gli anni piccoli, evitando qualsiasi linearità narrativa. Il risultato è una partitura che alterna tensione e rarefazione, sostenuta dalle musiche dal vivo di Paolo Polcari, mai invasive ma profondamente integrate nel respiro scenico. La componente visiva, curata da Roberto Cyop, introduce un ulteriore livello di lettura, traducendo la complessità linguistica di Moscato in una grammatica visiva digitale instabile, quasi liquida.

È però nel lavoro sulla voce che si gioca la partita più interessante. Ludeno non imita, non cita, non replica, ma opera per sottrazione. È una voce che vibra tra elegia e tensione urbana, che diventa popolare, colta e a tratti popolaresca, sospesa tra lamento e invettiva, mantenendo sempre una qualità materica, quasi fisica.

A un certo punto lo spettacolo tocca delle corde diverse, entra in campo una tonalità di pensieri che come una vibrazione muscolare corre lungo l’intera sala. I pensieri in questione fanno capolino sulla scena in modo molto diverso dal fil rouge tenuto fino a quel momento: da schiamazzi, voci del dialetto, frenetici affreschi di vita quotidiana, giungono parole raffinate, latinismi, neologismi.

La parte filosofica di questo poetico ritratto di Moscato si apre con una questione: cos’è il tertium – cos’è, in breve, l’interludio tra la vita e la morte, la giovinezza e la vecchiaia, la luce e la notte. La terza via tra gli opposti diventa ossimoro, paradosso dei limiti della conoscenza, non è l’irenica divaricazione del “giusto mezzo”, ma una dilacerazione entro i cardini già strappati del fenomeno visibile e del suo negativo inafferrabile, di ciò che si manifesta e di quanto soggiace al di là di ogni contraddizione, di ogni sagoma e taglio dicotomico.

E se, a buon diritto, dopo varie battute, viene citato Eraclito, interessato per la sua “armonia invisibile” oltre la guerra di tutte le cose, ancora più sferzante è la citazione del Nietzsche di Al di là del bene e del male: “tutto ciò che è profondo ama la maschera”. Un inno alla superficie, come forma suprema di abisso, magma sfumato che esala verso le più apparenti questioni, dando profondità pure a quanto si stila come labile ed effimero, e, viceversa, consegnando alla leggerezza ogni ponderoso macigno.

La poetica filosofica di Moscato si fa portavoce della più aspra delle domande, quella dell’intermediazione dialettica entro quanto appare tappato nel vicolo cieco della propria contraddizione, senza sbocco, senza poter sbracciare nell’irrevocabile, con l’acutezza di chi sfila via l’irreversibilità a ogni direzione, dal basso verso l’alto, dal fondo al suo suolo, non temendo di avventurarsi troppo in là con lo sguardo.

Questo passaggio rappresenta il cuore teorico dello spettacolo, il momento in cui S-Enz esplicita la sua natura più profonda: non un omaggio, ma una riflessione sulla soglia. È qui che il lavoro di Ludeno si allinea maggiormente alla poetica di Moscato, intercettandone la tensione filosofica e rilanciandola in chiave contemporanea.

L’operazione funziona proprio perché accetta il rischio della frammentarietà. Non cerca coerenza narrativa, ma una coerenza energetica, creando un flusso unico fatto di impulsi diversi.

S-Enz si impone come uno degli esperimenti più significativi degli ultimi anni nel campo della riattivazione del repertorio contemporaneo. Non monumentalizza Moscato, lo scompone, lo espone a un nuovo ritmo, a una nuova temperatura scenica.

Perché Moscato, oggi più che mai, non è un autore da conservare. È un autore da attraversare e da vivere. E S-Enz lo dimostra con lucidità, evitando ogni retorica e restituendo al pubblico un’esperienza che non si limita a essere vista, ma chiede di essere abitata.

di Corrado Parlati e Annamaria Pacilio

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