Cardiff, tarda primavera 1971. Pino è appena tornato da una gita scolastica. Ha ancora addosso l’odore dell’autobus, della salsedine e della pioggia inglese.
In tasca non ha più un soldo, i suoi scellini li ha spesi tutti per un disco. Un 45 giri, per la precisione, contenente una canzone che aveva ascoltato pochi giorni prima e di cui si era innamorato. Won’t Get Fooled Again.
Sale in camera, chiude la porta. Appoggia il disco sul piatto. La puntina scende. L’introduzione elettronica apre le porte verso nuovi mondi potenzialmente infiniti.
Lui si siede sul letto, chiude gli occhi, ascolta.
Poi fa ripartire il disco, prende la chitarra, prova a seguire il pezzo. Magari sbaglia, ma ci riprova. Rallenta il disco nella testa.
Cerca gli accordi.
Non può nemmeno immaginarlo, in quel momento, ma quarant’anni dopo, quella stessa canzone, la suonerà dal palco, affiancando gli uomini che in quel pomeriggio guarda come fossero dèi.
Questa è la storia di come un ragazzo che aveva fame di musica è diventato uno dei musicisti più importanti del rock contemporaneo.
Uno dei bassisti più ascoltati, rispettati, cercati della musica moderna.
Un artista che ha suonato con The Who, D’Angelo, BB King, Pino Daniele, fondendo il soul con il jazz, con il blues, con il pop, con il rock, senza mai perdere l’orientamento della sua bussola.
In quella stanza, però, è solo un ragazzo con una chitarra in mano, un disco da ascoltare, un cassetto pieno di sogni e una fame enorme di suoni.
E oggi, quel ragazzo è passato sulle frequenze di Rock or Dust per ripercorrere con noi la sua straordinaria carriera.
Stiamo parlando di Pino Palladino, che ha gentilmente rilasciato un’intervista ai nostri microfoni.
INTERVISTA ESCLUSIVA A PINO PALLADINO
Partiamo dalle origini. Ti ricordi il momento in cui hai capito che il basso non sarebbe stato solo uno strumento, ma una strada da seguire?
In realtà ho iniziato suonando la chitarra, avevo circa 14 anni. Poi, verso i 17, un mio amico mi suggerì di provare con il basso. Mi disse: “Secondo me saresti bravo”.
Così ho iniziato a suonarlo intorno ai 18 anni.
Credo che la prima volta in cui ho capito che poteva diventare una strada da seguire per tutta la vita sia stata durante una delle mie prime sessioni in studio, in Galles, in uno studio chiamato Rockfield Studios, che è piuttosto famoso. Era la mia prima vera sessione.
Ricordo di aver indossato le cuffie e di aver provato a suonare insieme alla traccia, con il batterista e con la band. E ricordo di aver pensato: “Wow, è divertentissimo”.
Per me era tutto molto naturale. Mi sentivo subito a mio agio. Avevo una buona idea di quello che volevo suonare e, ogni volta che provavo qualcosa, nelle cuffie suonava benissimo.
Credo che sia stato quello il momento in cui ho pensato per la prima volta: “Se potessi essere pagato per fare questo, sarebbe incredibile”.
Mio padre lavorava nella ristorazione, e io pensavo che forse avrei seguito la sua strada. Ma è un lavoro durissimo. E la musica, certo, è faticosa, per tutto quello che comporta: viaggi, attese, stress, tutte queste cose.
Però, per me, poter suonare il basso ed essere pagato per farlo… è stato probabilmente il primo momento in cui ho pensato: forse potrei davvero farlo come lavoro.
Ogni progetto che hai toccato — da D’Angelo a Elton John, da Jeff Beck a John Mayer — parla un linguaggio diverso. Quando entri in studio o in tour, qual è il filo narrativo che cerchi di tenere saldo? Come costruisci una “voce” dentro mondi così lontani?
Per me, tutta la musica è uguale. Voglio dire, non sono il primo a dirlo: sono sempre le stesse dodici note, tutti usiamo le stesse dodici note.
Quindi, qualunque sia il genere, la prima cosa a cui fanno attenzione le mie orecchie è la sequenza degli accordi, l’armonia. Ho un buon orecchio, riesco a sentire le armonie e so già come trovarle sul basso. Per me è una cosa molto naturale.
A quel punto, la domanda successiva è: come posso inserirmi dentro questa musica portando anche qualcosa di mio? Non voglio semplicemente suonare sopra il brano, riempirlo, dominarlo. Voglio stare all’interno dell’atmosfera e nella situazione musicale, ma allo stesso tempo esprimere qualcosa.
A volte può essere qualcosa di più elaborato, un abbellimento, una frase, un lick che cattura l’orecchio. Altre volte può essere solo un piccolo movimento che collega due accordi.
Sono sempre alla ricerca di modi per rendere una canzone interessante, qualunque sia il genere.
LA CHIAMATA DEGLI WHO
Raccontaci del momento in cui ricevi la telefonata per sostituire John Entwistle. Che idea avevi allora del ruolo del bassista, e in che modo quell’esperienza ha cambiato per sempre il tuo modo di stare dentro una band?
Sì, è stata una giornata folle, perché mi trovavo in un hotel a Philadelphia, e quella stessa settimana avevo lavorato a un disco di Common. Lo stavo co-producendo con lui e con alcuni miei amici: Questlove, James Poyser e Jeffrey Johnson. Ci stavamo divertendo moltissimo.
Avevamo praticamente finito il disco, quindi ero in camera, stavo preparando la valigia e stavo per tornare a casa. Ho chiamato mia moglie per dirle che sarei rientrato presto, giusto per sentirla.
E lei mi disse: “Guarda che ti hanno appena chiamato per una cosa che riguarda gli Who. Forse è meglio che ti sieda, perché a quanto pare John Entwistle è morto”.
Quando me lo disse, rimasi sotto shock. Conoscevo John Entwistle un po’, non eravamo amici stretti, ma ci eravamo incontrati alcune volte. Era un personaggio rock iconico, una persona molto divertente, davvero spiritosa, e anche un musicista geniale.
Poi mia moglie mi disse: “Ho dato il tuo numero all’hotel al management degli Who, ti chiameranno”. Poco dopo, infatti, mi chiamò il loro manager e mi disse: “Immagino tu abbia sentito la notizia”. Gli risposi di sì. Poi aggiunse: “Ho una domanda per te. Devi rispondere sì o no. Non abbiamo tempo da perdere. Puoi suonare con gli Who all’Hollywood Bowl tra tre giorni?”
E io dissi sì. Non ci pensai nemmeno troppo. Volevo aiutare i ragazzi, anche perché conoscevo già Pete Townshend, avevo lavorato spesso con lui. Per me era una cosa enorme.
Due ore dopo ero già su un aereo per Los Angeles per incontrare Pete. E da lì è cominciato tutto.
Per quanto riguarda i momenti speciali, ce ne sono stati tantissimi. Ma quello che non dimenticherò mai è quando, mentre suonavo, guardavo verso sinistra sul palco e vedevo Roger Daltrey far girare il microfono in modo quasi pericoloso. Vedevo Pete saltare in aria, alto più di un metro, mentre suonava la chitarra. Quell’immagine è ancora impressa nella mia mente.
Da ascoltatore, prima ancora che da professionista, cosa hanno rappresentato per te i The Who? E cosa rappresentano oggi, dopo averne fatto parte?
A volte, quando suonavo dal vivo con The Who, mi sembrava di sognare. Avevo comprato Won’t Get Fooled Again quando avevo circa 15 anni.
Ero in gita scolastica, e mio padre mi aveva dato qualche scellino per mangiare. Andammo in autobus fino a Stratford-upon-Avon, la città dove è nato William Shakespeare. Era una visita didattica.
Quei soldi avrei dovuto usarli per comprarmi un panino, ma la prima cosa che feci fu entrare in un negozio di dischi e comprare quel singolo, perché lo avevo sentito pochi giorni prima. Pensai: “Oddio, posso comprarlo con questi soldi. Non importa se non mangio”.
Ecco, questo è quello che ricordo. Passare da quel ragazzino lì a trovarmi su un palco con questi musicisti, ed essere parte della band per quattordici anni… è stato incredibile.
TRA PINO DANIELE, D’ANGELO E B.B. KING
E di Pino Daniele, invece, che ricordi hai?
Amico, con Pino era tutto speciale. Lo amo davvero tantissimo. Ci siamo… sì, ci siamo connessi profondamente su quell’album. Credo che sia stata la prima volta che ci siamo incontrati, in realtà.
Stavamo registrando a Carimate, in uno studio lì, a nord di Milano. Avevamo fatto un disco con Paul Young. L’ingegnere del suono, Alan Goldberg, gestiva anche lo studio.
Poco prima che finissimo l’album con Paul Young, mi disse: “Pino Daniele sta per venire qui a registrare, e mi ha chiesto informazioni su di te”.
E io risposi: “Allora per favore, coinvolgimi. Voglio far parte di questo disco”.
Conoscevo già i suoi album, e per me era sempre stato impressionante che un artista italiano avesse suonato con musicisti come Alphonso Johnson, Steve Gadd e tanti altri incredibili, che venivano in Italia a suonare nei suoi dischi.
Penso che sia stato uno dei primi artisti italiani a lasciare davvero il segno tra i musicisti di tutto il mondo.
Quando l’ho incontrato per la prima volta, ho pensato: “Oddio, questo ha suonato con Steve Gadd, Alphonso Johnson, con tutti questi mostri”. E ci siamo capiti musicalmente subito.
La sua voce… una voce bellissima, davvero. Era un tipo funky, aveva groove.
Ho sempre avuto l’impressione che, a volte, la musica di Napoli rifletta elementi della musica nordafricana, per via dei movimenti dei popoli nella storia. E nella musica di Pino sentivo tante cose che mi affascinavano: quelle influenze nordafricane, certe scale particolari che usava.
Insomma, era un artista straordinario, davvero straordinario. E mi sento fortunato ad aver potuto lavorare con lui.
Hai condiviso palco e studio con artisti fondamentali — da Clapton a Gilmour, da Elton John a Pino Daniele. Se dovessi scegliere tre momenti della tua carriera a cui sei più legato, quali sarebbero, e perché proprio quelli?
Suonare con D’Angelo è probabilmente l’esperienza musicale più bella della mia carriera. Ci siamo conosciuti durante una session per B.B. King. Lui non sapeva praticamente nulla di me, io sapevo pochissimo di lui, ma ci siamo capiti subito musicalmente. Non c’era bisogno di parlare.
Ricorderò sempre quel primo giorno in cui abbiamo suonato insieme. Quando lui cantava, io sapevo istintivamente cosa suonare al basso. È successa una cosa speciale: c’era una connessione particolare tra il basso e la sua voce. Da lì è nata una collaborazione che è continuata nel tempo, su diversi dischi e in molti concerti dal vivo. In realtà solo due album, perché dopo ne ha pubblicati solo due, ma tantissimo lavoro live. È stato un momento davvero speciale.
Devo dire però che anche suonare con B.B. King, di per sé, per me sarebbe bastato. Anche se non avessi mai incontrato D’Angelo, partecipare a un disco di B.B. King sarebbe già stato enorme. Amo il blues, e da dove vengo io, a Cardiff, nel Galles del Sud, la tradizione dell’R&B e del blues, quello più classico, è molto forte. Poter suonare con B.B., parlare con lui, passare del tempo insieme… sono cose che non dimenticherò mai.
Un altro momento fondamentale è stato suonare con Herbie Hancock. Sono sempre stato un grandissimo fan di Miles Davis, di Herbie, di Wayne Shorter, di tutta quella generazione incredibile che spingeva continuamente i confini della musica.
Ho registrato con Herbie diverse volte e ho fatto anche un tour con lui. Per me è stato un momento speciale suonare il basso sul palco insieme a lui.
La prima volta che ho suonato dal vivo con Herbie non avevamo nemmeno provato, perché stavo sostituendo un altro bassista. La prima vera volta che abbiamo suonato insieme sul palco è stata su un brano che si chiama Actual Proof, che è piuttosto difficile.
Ricordo che stavo suonando la linea di basso con Vinnie Colaiuta alla batteria. A un certo punto ho guardato dall’altra parte del palco e ho visto Herbie al pianoforte che mi guardava. E ho pensato: “Oddio, adesso ci sono davvero dentro. Sta succedendo davvero”.
Sono stati momenti molto, molto speciali.
IL ROCK OGGI SECONDO PINO PALLADINO
Quando si parla di “rock oggi”, si oscilla sempre tra necrologi e nostalgia. Forse la vera domanda non è se sia vivo, ma come parla, a chi parla, con che postura. Dal tuo osservatorio, com’è il rock nel 2026? Vedi artisti o band che senti davvero autentici dentro questo linguaggio?
È una domanda interessante, perché non credo che il rock sopravviva oggi nel modo in cui io penso al rock.
Quando penso al rock, per esempio, penso ai Led Zeppelin, penso ai Free, poi al progressive rock, come gli Yes, e poi al rock più “spaziale”, come i Pink Floyd.
Tutte queste band… oggi non so davvero quale possa essere un equivalente. Ci sto pensando adesso, mentre parlo.
Ovviamente ci sono gli The Who: loro hanno sempre fatto rock come nessun altro. Quella, per me, è la vera essenza del rock.
Oggi, però, credo che il rock si sia diviso in tantissimi sottogeneri. C’è quello che la gente chiama heavy metal, che probabilmente risale ai tempi dei Black Sabbath. Ma se ascolti i Black Sabbath, in realtà sono anche piuttosto funky. Non sono solo metal pesantissimo. Hanno groove, hanno un suono funky.
Quindi, qual è l’equivalente oggi? Forse band come i Metallica, e gruppi simili. Ma ci sono anche band più recenti, per esempio inglesi, come i Muse. Sì, loro secondo me hanno avuto un impatto enorme.
Sto cercando di pensare ad altri esempi… ma in generale credo che oggi i generi si siano mescolati molto di più.
Puoi ascoltare una band rock che magari usa accordi jazz, oppure accordi progressive, oppure inserisce un basso slap funky dentro un brano rock. È tutto molto più mescolato.
Direi che oggi è tutto più ibrido, più mischiato, e in un certo senso anche più omogeneo.
In conclusione, dopo una vita tra studio e palco, cosa rappresenta per te la musica?
Sì, per me significa ancora tutto. È quello che mi tiene vivo, interessato alla mia vita, capisci?
Sto ancora cercando. Credo di essere ancora in ricerca, musicalmente. Sono ancora affascinato dall’armonia, dalla struttura degli accordi, dal ritmo, soprattutto dal ritmo. È la cosa più interessante che abbia mai incontrato nella mia vita.
Per me, in fondo, è tutto. Io amo semplicemente la musica. È quello che mi mantiene quello che sono.
