Si abbassano le luci, sul palco del Mercadante c’è solo una bara illuminata. È un attimo sospeso. Come quando, prima di leggere la prima pagina di un libro importante, ne accarezzi delicatamente la copertina.

I poeti non cadono in piedi comincia così: senza clamore, ma con una promessa implicita: mettere fine a un silenzio durato troppo. “I poeti non cadono in piedi”, infatti, non è soltanto un titolo. È una dichiarazione vera di Franco Scaldati, una presa di posizione. È la sua voce che attraversa il tempo e arriva fino a noi, dentro uno dei luoghi simbolo del teatro italiano.

In mezzo, come narratore e complice, c’è Franco Maresco, che guida lo spettatore in un viaggio nella Palermo invisibile, quella che non entra nei dépliant turistici, ma vive nelle pieghe della lingua, nei margini della società, nelle storie che rischiano sempre di perdersi. Quella oscura, fatta di uomini spinti ai margini della città da colate di cemento e dai palazzinari, che nel mare e nel ciclismo vedono un modo per tenere lo sguardo fermo sull’orizzonte e sognare, nella lontananza, infiniti nuovi mondi.

Privata dei suoi poeti, diceva Scaldati, una città muore, sparisce. E mentre ascolti queste parole, seduto in platea, capisci che non sta parlando solo di Palermo. Sta parlando di tutte le città che smettono di ascoltare le proprie voci fragili.

La struttura dello spettacolo è volutamente frammentata, spigolosa, irregolare, simile a una raccolta di vecchie cassette trovate in soffitta. Ogni scena è un nastro che parte: Totò e Vicè, i venditori di ombrelli, i barboni del Pozzo dei pazzi, la processione, Don Paolino, Tirone.

Si segue il flusso della produzione artistica di Scaldati, in un vortice emotivo che alterna comicità brutale, lirismo, pornografia linguistica, tenerezza, tragedia storica.

E funziona, perché è così che parlava Scaldati. Con un palermitano musicale, ritmico, pulsante, lontano dalle sterilizzazioni e contaminazioni televisive. Una lingua che ti si appiccica addosso. Ti sporca. Ti costringe a restare.

In scena, Melino Imparato, che con Scaldati ha condiviso una delle parti più importanti della sua carriera, Ernesto Tomasini e Aurora Falcone non interpretano semplicemente dei personaggi. Li riporta in vita, attraversati dalla parola dell’autore. Ogni battuta sembra nascere lì, in quel momento, anche se arriva da decenni di scrittura.

È teatro vivo, non museale. Ed è una differenza sostanziale, soprattutto oggi.

Perché Scaldati, sarto per mestiere e per vocazione, cuciva storie con gli scarti della società. Maresco oggi ricuce quei frammenti per restituirli al presente. Guarda ai quartieri, con i loro riti e la loro spiritualità, la violenza e la tensione sessuale, la devozione per la Santuzza Rosalia, l’ironia amara di un popolo che nella sua tradizione ha la tragedia e l’opera dei Pupi.

Scaldati ti prende per mano e ti porta dove non vorresti andare. E Maresco lo segue, senza edulcorare nulla. E soprattutto mette in luce come Palermo abbia messo ai margini una delle menti più geniali del suo novecento, quasi dimenticandolo.

La domanda che attraversa tutto lo spettacolo è semplice e devastante: che spazio hanno i poeti in un mondo che corre verso il post-umano? Che fine fanno le voci lente, marginali, incoerenti, in un ecosistema dominato da algoritmi e performance metrics?

La risposta non è teorica. È scenica. È fisica. È in questo stare insieme, per due ore, a respirare le stesse parole. In questo senso, “I poeti non cadono in piedi” si impone come uno dei titoli più profondi tra gli spettacoli della stagione teatrale a Napoli.

Non perché “importante” in senso istituzionale, ma perché destabilizzante. Perché non ti lascia uguale.

Quando lo spettacolo finisce, non scatta subito l’applauso. C’è un secondo di silenzio. È il segno più chiaro che qualcosa è arrivato. Che qualcosa ha toccato.

In un’epoca in cui tutto scivola via in fretta, I poeti non cadono in piedi ci ricorda che il teatro serve ancora a questo: a modulare lo scorrere del tempo. A obbligarci a vivere. A incontrarci. A scontrarci. A non dimenticare.

E forse, soprattutto, a non lasciare cadere i poeti. Mai. Perché i poeti non cadono mai in piedi. Quello compete ai troppo furbi e i cretini di ogni età.

Corrado Parlati

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