Andrea Braido è un musicista che affronta l’atto di suonare come un esercizio di pensiero e di memoria fisica, dove ogni nota è il residuo di un gesto appreso, metabolizzato, riscritto.

Cresciuto tra Trento e Pergine Valsugana, dove all’età di quattro anni inizia sulla batteria lo sviluppo di un rhythmic mind che non lo abbandonerà mai, Braido attraversa generi e strumenti con la stessa curiosità e la stessa attudine con cui un narratore si muove tra epoche diverse: chitarra, basso, pianoforte e percussioni diventano capitoli di un unico racconto che unisce disciplina e libertà.

Il viaggio giovanile nella East Coast jazz tra Boston e New York non resta un semplice aneddoto biografico ma diventa un vettore di incontri, jam e l’urgenza di sviluppare un linguaggio musicale che non si ferma alle etichette.

Tornato in Italia, Braido plasma una carriera fatta di grandi collaborazioni – Vasco Rossi, Zucchero, Mina, per citarne tre – concerti entrati nella storia e progetti solisti di qualità eccelsa.

In questa conversazione, il suo mindset emerge chiaro: non un ritorno nostalgico a modelli codificati, ma una pratica fatta di esplorazione, dove groove, narrativa e virtuosismo convivono senza artifici, e dove la chimica tra tradizione e contaminazione genera le scelte sonore che lo hanno reso uno dei protagonisti più coerenti e autorevoli della scena italiana e oltre.

La chitarra, nel tuo percorso, è sempre stata un territorio di sperimentazione. In che misura il tuo background da bassista, pianista e batterista ha influenzato il tuo fraseggio chitarristico, soprattutto nella costruzione del groove, del timing e delle interazioni ritmiche all’interno di una band?

In primis la batteria! Tutto ebbe inizio da “lei” e ho sempre mantenuto un rapporto molto profondo e istintivo con la stessa.
Allo stesso modo, il basso ha agito da perfetto collante armonico-ritmico, facendo quadrare tutto in modo logico e sinergico.
Il pianoforte mi ha influenzato più dagli ascolti, cercando di eseguire con la chitarra parti legate a pianisti e tastieristi.
Senza la batteria e il basso non avrei mai suonato la chitarra con questa ritmicità, e ciò ha facilitato sempre l’interazione, specialmente con bravi batteristi e bravi bassisti.

Nel tuo lavoro solista ti muovi tra jazz, funk e fusion, senza mai dare l’impressione di un esercizio di stile. Come gestisci il cross-genre thinking nei tuoi progetti? Parti dal suono, dalla struttura armonica o dall’intenzione narrativa del brano?

È tutto legato al mio approccio fin dall’inizio.

Non mi è mai piaciuta la polarizzazione, comune a molte persone, che limita sia la visione sia la percezione di musiche e arti molto lontane tra loro, nonché della vita stessa.

Quindi ho sempre fuso il blues con il rock e poi molto jazz, che senza dubbio ha un forte legame alla base con il blues e alcuni classici della musica propriamente detta.

L’ispirazione spesso viene da una melodia spontanea.

Il viaggio a Boston e New York intorno ai vent’anni è spesso citato come un turning point. Quali incontri, jam o contesti musicali della East Coast hanno inciso davvero sul tuo modo di pensare la musica? E quali lezioni di quell’esperienza porti ancora oggi, consapevolmente o meno, nel tuo approccio compositivo?

Avendo “solo” 20 anni fu un’esperienza frenetica proprio com’era allora New York, e gli incontri vari — Eddie Gomez, David Liebman, Billy Hart, Art Blakey, giusto per citarne alcuni — in alcuni casi nacque la jam session.

Una delle lezioni fondamentali, e sicuramente la più importante, riguarda l’immediatezza della jam session: il cosiddetto attimo fuggente è importantissimo, senza alibi, scuse ecc.

Riguardo alla composizione, scrissi “Prime ore a New York”, contenuto nel mio primo lavoro solista: uno swing e latin furioso!

Hai attraversato decenni di rock italiano come session man e live guitarist, lavorando con artisti come Vasco Rossi, Mina e Zucchero. Dal tuo punto di vista, come cambia il mindset di un chitarrista quando passa dal ruolo di “servizio alla canzone” a quello di voce solista e narrativa autonoma?

Sono due lavori un po’ diversi. In tutti gli anni dedicati ai vari cantanti lo scopo della mia partecipazione è sempre stato dare un valore aggiunto proprio da musicista.

Queste sono state per anni le regole della musica realizzata con criterio e conoscenza, un po’ l’opposto di ciò che sta capitando attualmente.

Personalmente, apprezzarono tutti il mio talento e versatilità stilistica, che mi ha permesso collaborazioni molto diversificate, e raramente ho trovato le parti scritte di ciò che avrei suonato — ma solo indicazioni di massima.
Come leader gestisci le parti di altri strumenti, i temi, e a volte si condividono visioni comuni con qualche collaboratore, ma con un controllo totale.

Fronte del palco ha codificato un’idea di rock italiano su grande scala. Riascoltandolo oggi, cosa riconosci come irripetibile di quell’esperienza e cosa, invece, senti di aver portato con te nel tempo?

Sicuramente di irripetibile c’è una certa fisicità che riguarda tutti indistintamente. Personalmente intervenni in studio sul finale di “Vivere senza Te” perchè si ruppe una corda ed avendo il ponte mobile si scordò lo strumento ma si tratta di una manciata di note.

Tutto il resto è frutto dei live scelti per il disco, ho sempre dato il massimo sia li che in tutte le situazioni musicali ma non ho mai smesso di progredire e studiare.

Con me porto la consapevolezza di essere stato il perno fondamentale che serviva alla nuova band ed alla Musica di Vasco
Rossi in quel particolare momento poi espresso anche in studio e altri live.

Se dovessi aprire l’album dei ricordi e consegnarmi tre istantanee di concerti memorabili della tua carriera, quali sceglieresti? Non per importanza storica, ma per ciò che hanno rappresentato a livello umano, musicale o emotivo.

Mi riesce difficile, perché ogni momento può essere più o meno memorabile e non riguarda solo i concerti; potrei dire la mia prima volta da batterista a 8 anni suonando “Oh, When the Saints Go Marching In” nel teatrino dell’oratorio, San Siro 1990 e molti dei miei concerti sia blues rock che jazz tra Germania, Austria, Rep. Ceca e Spagna, spesso suonando prima della star di turno come successe ad Amburgo prima di Eric Burdon — che si lamentò del fatto che avessi preceduto la sua performance in quanto la mia era troppo potente.

Nel 2002 hai preso parte con Mina al progetto Napoli secondo estratto. C’è un brano di quel lavoro che, da musicista, ti ha colpito in modo particolare per scrittura, arrangiamento o visione sonora? E perché proprio quello?

Ci sono vari momenti emozionanti, ma in particolare mi ricordo di due brani: uno, “Napule È”, con arrangiamento soul-blues a cui ho potuto dare un contributo nei soli presenti e anche nella ritmica; e poi “O Sole Mio”, dove ho il compito di introdurre la canzone da solo, ispirato ad alcuni miei maestri jazz come Joe Pass e Barney Kessel!

Quando si parla di “rock oggi”, il dibattito oscilla sempre tra necrologi e celebrazioni nostalgiche. Forse la domanda non è se il rock sia vivo, ma come parla, a chi e con quali posture. Dal tuo osservatorio privilegiato, qual è lo stato del rock nel 2026? Ci sono artisti o band contemporanee che senti davvero allineate a una visione autentica del linguaggio rock?

Per ogni tipo di musica ci sono regole, origini e sound, tutto può essere modificato ma tenendo presente questi elementi. Per modificare bisogna conoscere appunto la materia e la tradizione ma visto che da un po’ la musica è stata affidata in gran parte a persone che non sono musicisti, arrangiatori e produttori di effettiva esperienza, i risultati sono quelli attuali.

Aggiungo che fin dall’inizio ho dovuto combattere un sentimento esterofilo che pare manifestarsi dalla nascita in alcuni individui. Coloro non conoscono molte cose sia storiche che sul mood Americano e Inglese ma cosa ancora più grave negano o non sanno apprezzare il talento altrui anche davanti all’evidenza!

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