La città dei vivi è uno spettacolo che ti guarda negli occhi e ti chiede quanto sia davvero solido il confine che separa la normalità dall’abisso. E in quel momento, smetti di sentirti spettatore e inizi a riconoscerti come parte in causa.

In scena al Teatro Bellini di Napoli, La città dei vivi affonda le mani in una delle domande più scomode del nostro tempo: da dove nasce il male quando non ha un movente, quando non ha un perché leggibile, quando si manifesta come un gesto rituale, privo di senso e proprio per questo devastante. La drammaturgia di Ivonne Capece, liberamente ispirata al romanzo omonimo di Nicola Lagioia, non tenta di spiegare un delitto. Lo espone, lo attraversa, lo lascia sanguinare come una ferita aperta nella coscienza di ciascuno spettatore.

Lo spettacolo si apre con una citazione di Giulio Andreotti che, come una lama, inizia subito a far scorrere le prime gocce di sangue: “Non attribuiamo i guai di Roma agli eccessi di popolazione, quando i romani erano soltanto due, uno uccise l’altro”. È una chiave di lettura precisa. Il male non è un accidente statistico, non è un errore di sistema o di numeri. È una possibilità inscritta nell’umano. La città dei vivi lavora esattamente su quei pochi centimetri che separano un individuo qualunque da un potenziale assassino, mettendo in crisi l’idea rassicurante del “non potrebbe mai accadere a me”.

Roma, pur non essendo fisicamente presente, è una forza costante. Non uno sfondo, ma un organismo che respira, seduce, consuma. Una città che, come suggerisce lo spettacolo, tende a produrre indifferenza prima ancora che violenza. E in questo senso il lavoro risuona in modo potente anche a Napoli, città viva attraversata da contraddizioni simili, da stratificazioni sociali e morali che rendono il discorso universale.

Sergio Leone incarna con lucidità la disperazione delle due famiglie, attraverso la figura dei due padri. Da un lato quello borghese, incapace di accettare la realtà che si manifesta chiara davanti ai suoi occhi, protetto da una negazione che è anche privilegio. Dall’altro il padre di periferia, ferito, solo, in cerca di una giustizia che probabilmente non arriverà mai.

Pietro De Tommasi, Daniele Di Pietro e Cristian Zandonella attraversano, invece, con una performance fisica e nervosa, le vite dei tre ragazzi protagonisti. I loro corpi diventano superfici di proiezione per i temi centrali della drammaturgia: la confusione identitaria, il consumo di sostanze, la sessualità come territorio fragile, la corruzione morale che precede quella penale. La ricerca della parte invisibile delle cose che dà significato a tutto.
La scelta di portare questi elementi su un piano sociale, più che psicologico, è uno degli aspetti più riusciti della messa in scena.

Fondamentale è anche la dimensione multimediale. Le presenze in video – tra cui Tindaro Granata, Arianna Scommegna, Pasquale Montemurro, Marco Té e molti altri – compongono un universo spettrale, popolato da figure a grandezza naturale che sembrano osservare i vivi da un altrove indefinito. Non sono semplici inserti visivi, ma coscienze sospese, frammenti di memoria che contribuiscono a creare un’atmosfera onirica, disturbante, coerente con la natura del racconto.

La musica gioca un ruolo decisivo. Bassi profondi e ritmi cadenzati: la selezione musicale intona le emozioni inscenate, la doppia vita dei personaggi tra ciò che deve essere agli occhi di una buona società, produttiva e anonima, e un vissuto straziato, lento, turbolento, abissale. Note di pianoforte soffuse, graffiate da un solo di chitarra tagliente e morbido al contempo; musica da ballo, da “sballo”, macigni sonori da discoteca, che fanno da pendant al peso interiore di corpi che danzano, leggeri: questa la doppiezza della città dei vivi, tra l’apparente superficialità della routine di droghe e club e il calibro nauseabondo del quotidiano borghese.

Anche la scenografia insiste su una dialettica netta. Un appartamento di periferia, spoglio, quasi claustrofobico, si contrappone a statue rovinate, residui di un’antica grandezza che incombe su un presente fragile e su un futuro che sembra già compromesso. Ed è forse qui che si condensa il senso più profondo dello spettacolo: le uniche città davvero pacificate sono quelle dei morti. Le città dei vivi, soprattutto in Italia, sono spesso popolate da esistenze sospese, da identità schiacciate tra ciò che si deve essere e ciò che si è.

La città dei vivi, al Teatro Bellini, apre uno spazio necessario di riflessione, chiedendo allo spettatore di smettere di pregare “fa’ che non accada a me” e di iniziare, finalmente, a interrogarsi su “fa’ che non sia io a farlo”. È questo, oggi, uno dei compiti più importanti del teatro: non offrire comode risposte, ma aprire crepe nella coscienza dello spettatore attraverso cui, magari, far passare luce.

Corrado Parlati
Annamaria Pacilio

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