3021 di Angela Baraldi trova nel suono il suo asse portante, rinuncia alla comfort zone del concept testuale e costruisce un lavoro che vive di scarti, visioni, attriti tra memoria e presente.
In questa intervista si parla di libertà creativa come atto etico, di paura come materia da trasformare, di adolescenze che non passano mai davvero.
Angela Baraldi ragiona sul caos senza addomesticarlo, intrecciando Poe e Lucio Dalla, notiziari e sogni, glam e interiorità politica.
Ne esce un dialogo lucidissimo, intenso, mai autocelebrativo, che restituisce il senso profondo del suo ultimo album.
Angela Baraldi presenta 3021: l’intervista esclusiva
3021 nasce da un paradosso interessante: un disco che rifiuta l’idea di concept ma tiene insieme tutto attraverso il suono. Quando hai capito che il filo non doveva essere narrativo ma puramente sonoro, e quanto è stato liberatorio abbandonare l’idea di “coerenza” classica?
L’ho capito dopo che avevamo superato la prima metà della lavorazione, l’ho capito e l’ho voluto. È stato catartico non pensare a un interlocutore giudicante. Questo è fondamentale, perché la creatività è sempre liberatoria. Credo che la coerenza sia alla base della propria attitudine e della propria etica. Ma la creatività è materia dei sogni. È fantasia, immaginazione. Può solo essere libera, libera anche dalle proprie opinioni.
3021, il brano, è una riflessione potentissima sulla memoria, su ciò che resta. In un’epoca come quella che stiamo attraversando, ossessionata dall’archiviazione digitale e dall’iper-presenza, cosa ti fa più paura: non lasciare nulla o lasciare troppo, senza controllo?
Se parliamo di paura, nessuna di queste due cose mi spaventa, perché siamo anche figli del caos e non possiamo controllare tutto come la tecnologia ci fa credere.
Dovremmo rilassarci su questo tema, finirla con la mania di controllo che non ti fa godere la vita.
L’unica grande responsabilità, e non controllo, è quella di lasciare ai posteri un’aria che si possa respirare, in tutti i sensi.
In Cuore elettrico c’è una scrittura che oscilla continuamente tra alto e basso, analogico e blackout, poesia e notiziario, Edgar Allan Poe e le “stelle frittelle”. È un brano che sembra rifiutare ogni posa romantica e smontare l’idea stessa di profondità. Quanto è stato consapevole questo gesto, e quanto invece nasce dall’urgenza di raccontare un presente emotivamente instabile, dove anche il cuore è costretto a funzionare a intermittenza?
C’era indubbiamente l’urgenza di sopravvivere ai notiziari quando l’ho scritta e cantata. Ci ho messo pochissimo tempo e non l’ho presa sul serio. Poi l’ho tirata fuori dal cassetto e mi hanno convinta a non cestinarla.
Non è incredibile quello che sta succedendo da un po’ di anni a questa parte? Nonostante questo, mi sveglio la mattina e ringrazio.
Ma non la mattina che ho scritto “Cuore Elettrico”. Edgar Allan Poe e Edoardo Vianello, il gotico e gli anni ‘60… come dici tu, è un testo che oscilla come il nostro umore.
Abbiamo appena parlato di Edgar Allan Poe e di un possibile riferimento a Van Gogh. Quali sono stati, da un punto di vista artistico e personale, gli autori e gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato nel corso della realizzazione di questo disco?
Edgar Allan Poe è stato un compagno di avventure per tutta la seconda parte della lavorazione. All’inizio ero molto assorbita da un libro di Calasso. “L’Innominabile Attuale”. Tratta svariati temi che ci riguardano e di un presente non facile da tradurre in versi.
In Cosmonauti il coraggio è una conquista, non una dote. C’è una figura reale, non nominata, che diventa guida nello spazio e nella vita. Quanto è stato importante per te, nel tempo, riconoscere chi ti ha insegnato a non avere paura, anche senza dichiararlo apertamente? Qual è stato lo spirito guida nella realizzazione di questa canzone?
Questa canzone è ispirata a un sogno. Ero su una navicella spaziale con alla guida il mio amico Lucio, anzi, il nostro amico Lucio Dalla. Lo spirito guida era sicuramente lui.
Nel sogno si divertiva a scendere in picchiata urlando come un pazzo “non ti schianti!” per poi risalire in verticale.
La paura era uno dei temi ricorrenti nelle nostre conversazioni. È importante ascoltare quello che le persone brillanti hanno da raccontarti, e più in generale è importante in assoluto riconoscere chi ti può veramente insegnare qualcosa anche al di fuori della famiglia e della scuola. Anche questo ho imparato.
Corvi è forse il brano più esplicitamente politico del disco, anche se parla di interiorità. Il malessere adolescenziale, la vergogna, i pensieri predatori. Scriverlo è stato un gesto di cura verso chi ascolta o prima di tutto verso la tua memoria personale? Sulla base della tua esperienza, come si affrontano i “Corvi”?
C’è la mia memoria e anche la cura. Empatizzo con gli adolescenti, perché credo di non essermi mai veramente liberata dell’adolescente che ero e, soprattutto, perché il suono flebile delle loro angosce è sommerso da mille altri suoni più forti.
Per questo agli adolescenti cercano l’estremo, per un senso di compressione.
L’autolesionismo non è un fenomeno così tanto circoscritto. Non possiamo aspettarci cortei di adolescenti che urlano “ESISTIAMO MA NON CI TROVIAMO BENE”. Non lo faranno mai. In questo mondo non puoi essere debole.
I pensieri neri, i corvi in questo caso, vanno trasformati in confidenze, se va bene, o altrimenti in poesie o pagine di diari. Parlarne è importantissimo. Ma con chi? Sta a noi ascoltarli, noi adulti, non ti pare?
Il disco si chiude con Saturno, con tua madre, con il glam, con una discoteca anni Settanta sparata nello spazio. Dopo aver attraversato inquietudini, visioni apocalittiche e fragilità, scegli la leggerezza. È un congedo, un atto d’amore, o il modo più serio che conosci per parlare della fine di questo viaggio sonoro?
Un allegro congedo. Una DISCO anni ‘70 scintillante sparata nello spazio. Un omaggio a mia madre Odolia e al ‘900 con il suo rock’n’roll.
Ad Angela Baraldi e Giulia Orsi – Parole e Dintorni va un sentito ringraziamento
Intervista di Corrado Parlati
Foto di Claudia Pajewski Caravan
