Ci sono dischi che nascono per affermare una presenza e altri che arrivano quando quella presenza è stata messa radicalmente in discussione. Dopo la bomba di Pollio appartiene alla seconda categoria.

È il risultato di un tempo lungo, attraversato senza scorciatoie, in cui la scrittura ha continuato a lavorare sotto traccia mentre tutto il resto, al di fuori, cambiava forma.

In questa conversazione non c’è mitologia del silenzio né la retorica del “lungo stop creativo”, ma la cronaca emotiva di una trasformazione.

Le canzoni diventano così unità autonome, quasi documenti, ognuna legata a una crepa specifica del nostro tempo. Non cercano di suturare, ma di nominare.

Per presentare in anteprima il nuovo album, abbiamo scambiato due chiacchiere con Pollio.

“Mi sei mancata tanto” nasce, dici, come una confessione detta tutta d’un fiato. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che quella frase non poteva restare privata e doveva diventare una canzone, con tutto il rischio emotivo che comporta esporsi così?

Credo che quel momento coincida con la scrittura stessa del brano. Quando quella frase mi è uscita di bocca, aveva già smesso di essere privata. Forse è per questo che subito dopo arriva “adesso lo so dire”: perché in quel momento ho capito che dirla, anche solo a me stesso in una stanza, era stato come pubblicare un sentimento.

Parli di un amore adulto, imperfetto, fatto anche di silenzi e distanze. In un panorama musicale spesso attratto da sentimenti estremizzati o idealizzati, quanto è stato importante per te restare in una zona più scomoda ma autentica, dove l’amore non salva ma chiede responsabilità?

È stato fondamentale. Restare lì mi ha forgiato e mi ha portato in zone dei sentimenti che non avrei potuto esplorare in altro modo. Oggi anche la sfera più privata è spesso schiacciata sull’idealizzazione e, quando quell’immagine non regge la realtà, si trasforma in sofferenza.

Ho pensato di volermi addentrare in questa sofferenza con la volontà di risolverla o di trovarle un senso. Non so se ce l’ho fatta, ma intanto ho trovato una canzone che ne parli.

Dopo la bomba arriva dopo nove anni di silenzio discografico. Un tempo lungo, non neutro. Cosa è esploso davvero in questo intervallo: il mondo intorno, il tuo modo di scrivere, o l’idea stessa che avevi di te come artista?

Humus è nato dopo la perdita di mio padre, un vuoto che ho attraversato negli anni successivi. Poi sono arrivati il tour, Musicultura, il progetto su De André. Subito dopo, la pandemia: il lavoro che si ferma, un mutuo appena acceso, e nello stesso momento diventare padre. Un’esplosione di gioia mentre il mondo cambiava faccia sotto i nostri occhi. In quel contesto l’artista che ero fino a poco prima mi sembrava superato, ma sentivo che la nuova versione non era ancora pronta.

Ho scelto di aspettare, di tornare solo quando mi fossi sentito davvero “invecchiato”, nel senso buono: più consapevole. Nel frattempo la scrittura mi ha tenuto vivo. Ho lavorato ogni giorno su testi e melodie con pazienza, come un modellista che, nel frastuono, continua a costruire il suo galeone pezzo dopo pezzo.

Definisci il disco come un mosaico di singoli, ognuno legato a una frattura del presente. Guardandolo ora nel suo insieme, ti sembra più un lavoro di ricomposizione o una fotografia onesta di un’epoca che fatica a trovare un centro?

Ogni canzone è un singolo perché ognuna è una sintesi: una tematica, un’emozione che volevo salvare così com’era. Come se, in mezzo a una marea infinita di dati, mi fossi messo in tasca alcuni pensieri, cristallizzati in parole e musica.

Guardato oggi nel suo insieme, il disco è più una fotografia onesta di un’epoca che non sappiamo ancora nominare, perché la stiamo scrivendo adesso.

La ricomposizione è una promessa, un desiderio: nel caso restino macerie, l’idea è quella di provare a rimetterle insieme.

Dal percorso con gli io?drama a Humus, fino a questo nuovo capitolo, il live è sempre rimasto centrale nel tuo racconto. Il 30 gennaio all’Arci Bellezza porterai sul palco passato e presente insieme. Che ruolo ha oggi il corpo, il sudore, la band, nel dare un senso definitivo a canzoni nate spesso da un’urgenza intima e solitaria?

La presenza, nel senso più profondo del termine, è da sempre il vero valore del live. Oggi forse lo è ancora di più: è qualcosa di prezioso, che va protetto. Ascoltiamo musica in modo spesso distratto, bombardati come siamo da stimoli continui. Il concerto invece restituisce valore al tempo e all’attenzione, permette alle canzoni di spiegarsi meglio.

È lì che una canzone prende davvero vita, nella sua messa in scena. I corpi, il sudore, la band sono una rivendicazione fisica di presenza, di intimità condivisa. È per questo che la data del 30 gennaio mi emoziona così tanto.

In conclusione, se dovessi guardarti indietro e consegnarmi tre istantanee live della tua carriera, quali sceglieresti e perché?

Un hotel di Montesilvano. Avevo quindici anni, serata karaoke. Il tizio che suonava chiese se qualcuno volesse cantare al posto suo: doveva andare a bere e lasciò la chitarra lì. Cantai una roba smielata tipo Unchained Melody davanti ai miei genitori e a una decina di persone. Da quella sera qualcosa è iniziato, e non si è più fermato.

Il primo concerto degli io?drama, in un locale improbabile. Arrivò un sacco di gente che sapeva già i pezzi, mai pubblicati, scaricati illegalmente da eMule. Qualche anno dopo avremmo riempito l’Alcatraz, ma quella sera non lo sapevamo. Quella sera lo sognavamo, e quello vale oro.

Lo Sferisterio di Macerata. Venivo da un periodo buio e cantare Generico in un luogo così, con una band splendida al mio fianco, è stato un momento di pura speranza. Ha sancito definitivamente il mio percorso solista e amicizie che coltivo ancora oggi.

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