Un silenzio carico, inquieto, che anticipa una parabola umana comica e al tempo stesso disturbante. Migliore, interpretato da Valerio Mastandrea, non è solo un monologo teatrale. È un faccia a faccia con l’uomo contemporaneo, con le sue fragilità, le sue maschere, le sue scorciatoie morali.

Il monologo, scritto da Mattia Torre, porta in scena la storia di Alfredo Beaumont, un uomo normale, forse fin troppo. Un uomo che vive incastrato in una routine fatta di lavoro, disponibilità obbligata, associazioni che promettono felicità prefabbricata e obiettivi vuoti. Alfredo è uno di quelli che “ci crede”. Crede negli altri, nelle regole, in un’idea di bene condiviso che sembra sempre sul punto di tradirlo e di una bellezza che è sempre tale, anche quando non lo è. La sensazione costante è che la morte, o quantomeno il fallimento, sia sempre dietro l’angolo. Un’angoscia sottile, garbata, mai urlata, che Mastandrea restituisce con una precisione quasi chirurgica.

In questo senso, Migliore dialoga apertamente con una tradizione culturale italiana ben riconoscibile. Alfredo richiama la psiche di Fantozzi, italiano medio schiacciato da un sistema che lo vuole docile, produttivo, sorridente anche quando non dovrebbe. Ma se Paolo Villaggio raccontava la sconfitta come destino, Mattia Torre compie un passo feroce in avanti. Qui la sconfitta diventa trampolino. Un evento catastrofico, un incidente di cui Alfredo si sente responsabile pur venendo assolto, segna una frattura non sanabile. Da quel momento, qualcosa si spezza. O forse si accende.

La società, improvvisamente, smette di respingerlo. Quando Alfredo rinuncia alla sua natura leale e indifesa, quando abbraccia cinismo, spregiudicatezza e prevaricazione, tutte le porte si aprono. Cresce professionalmente, diventa desiderabile, sembra persino guarire dai suoi mali. È qui che Valerio Mastandrea affonda il colpo. Il testo non si limita a raccontare la trasformazione di un individuo, ma mette a nudo un paradosso collettivo. Viviamo in un mondo che disprezza l’arroganza, ma la premia. Che si dice scandalizzato dal cinismo, ma ne è affascinato, neanche troppo segretamente. I “migliori”, oggi, sono spesso quelli moralmente peggiori.

Mastandrea dà vita a questo cortocircuito senza cercare l’effetto né indulgere nella caricatura. Si muove in modo da far sì che siano le parole di Torre a scavare. Come ha raccontato lui stesso, il “migliore” non è chi è eticamente superiore, ma chi si allinea ai codici dominanti del mondo moderno: individualismo feroce, spietatezza, capacità di schiacciare l’altro senza rimorsi.

Un’idea violentissima, che a distanza di vent’anni dalla scrittura del testo non ha perso a sua attualità. Anzi, sembra essersi fatta sistema.

La regia è ridotta all’osso, coerente con il tono del racconto. Un fascio di luce accompagna Alfredo per tutto il monologo, come se fosse costantemente sotto interrogatorio. Nessuna via di fuga, nessun nascondiglio. Solo sul finale il rosso, colore della follia, come ammette lo stesso protagonista, invade la scena. Un segnale visivo che traduce in immagine ciò che è già avvenuto dentro l’uomo. Non una caduta improvvisa, ma una lenta, razionale deriva.

Il teatro, in questo caso, non è un luogo di conforto, ma di esposizione reciproca. Attore e spettatori condividono lo stesso spazio emotivo, lo stesso disagio, la stessa risata amara che spesso si strozza in gola.

C’è però un elemento nuovo, quasi impercettibile, che attraversa questa ultima edizione del monologo. Mastandrea parla di una speranza sottile, di qualcosa che forse oggi riesce a far filtrare tra le pieghe del testo. Non una redenzione, né un lieto fine, ma la possibilità di riconoscersi, di vedere il meccanismo all’opera e, almeno per un istante, prenderne le distanze.

Migliore, di Mattia Torre con Valerio Mastandrea, è uno di quegli spettacoli che non cercano di piacere a tutti, e proprio per questo restano addosso. Uscendo dal Teatro Bellini, la sensazione è quella di essere stati parte di una confessione collettiva. Un atto d’analisi scomodo quanto necessario per la sua profonda contemporaneità.

Una domanda senza risposta che continua a lavorare dentro, molto dopo l’ultimo lunghissimo applauso.

Corrado Parlati

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