Ore 20:45. Il Bellini è ricoperto di luci rosse e sembra quasi riporre il proprio abito elegante nell’armadio per concedersi una trasformazione, per qualche ora, in qualcos’altro. Un red light district dell’arte, una casa chiusa della parola, del corpo e della voce. È qui che prende vita l’edizione 2025 di Dignità autonome di prostituzione, lo spettacolo ideato e diretto da Luciano Melchionna, ormai da diciotto anni uno degli appuntamenti teatrali più radicali, inclusivi e necessari del panorama italiano.
Scrivere di Dignità autonome di prostituzione significa accettare una sfida. Perché non siamo davanti a una semplice rappresentazione, ma a un’esperienza che scardina i codici della grammatica tradizionale del teatro e ribalta il rapporto tra attore e spettatore. Qui non si assiste. Si entra, si sceglie, si contratta, si partecipa. Si è chiamati a prendere posizione, politica, sociale, ma anche emotiva.
Uno spettacolo che si rinnova e interroga il presente
Questa edizione 2025 rappresenta la diretta evoluzione del lavoro visto nel 2024, spingendo ancora più in là lo sguardo su un’Italia ferita, ridotta a madre empia, snaturata, incapace di proteggere i propri figli. Melchionna evita ogni forma di retorica. La denuncia passa attraverso l’intimità, il contatto ravvicinato, la fragilità esposta senza filtri.
Gli attori – rigorosamente in vestaglia o giacca da camera – si muovono come prostitute dell’arte, adescano e si lasciano avvicinare dagli spettatori, che diventano “clienti” muniti di dollarini. In cambio ricevono le celebri pillole di piacere: monologhi, spesso scritti dallo stesso Melchionna, che parlano di identità, desiderio, marginalità, amore, fallimento, sogni traditi e ostinatamente inseguiti.
È impossibile stabilire un percorso unico. Ogni spettatore costruisce il proprio viaggio attraversando stanze, corridoi, anfratti, seguendo l’istinto più che una mappa. Ed è proprio qui che Dignità autonome di prostituzione rivela la sua natura più profonda: un teatro che torna a essere rito fisico e civile, spazio politico, atto di responsabilità.
Le voci, i corpi, le storie
Il cast è ampio e stratificato, una vera comunità artistica che comprende, tra gli altri, Raffaella Anzalone, Maria Avolio, Antonio Barberio, Carlo Caracciolo, Federica Carruba Toscano, Betta Cianchini, Riccardo Ciccarelli, Enzo Colursi, Cinzia Cordella, Marika De Chiara, Giampiero De Concilio, Valentina De Giovanni, Dario Di Pietro, Veronica D’Elia, Alessandro Freschi, Priscilla, Martina Galletta, Diopuntointerrogativo, Luciano Giugliano, Irene Grasso, Her, Vincenzo Leto, Maldestro, Claudio Marino, Dolores Melodia, Raffaele Milite, Daniele Russo, Irene Scarpato, Simona Seraponte, Toto Casanova. Un mosaico di voci, anime e suoni che restituisce tutta la complessità del presente, che per l’occasione si arricchisce anche della voce dello special guest Giovanni Block.
Il nostro percorso parte da Mariano Gallo, in arte Priscilla, e dal suo “Speciale”. Un monologo che – anche quest’anno, come accaduto per “Diversamente diverso”, è stato cucito ad arte da Luciano Melchionna – colpisce per la capacità di parlare a chiunque abbia conosciuto il peso delle proprie fragilità. Priscilla non racconta solo la diversità sessuale o di genere. Racconta la difficoltà di stare al mondo quando quello stesso mondo ti chiede di essere sempre forte, performante, infallibile. In quel racconto si riconoscono le sfumature di sensibilità diverse, posture emotive, modi di abitare lo spazio e le relazioni che spesso vengono considerati sbagliati, fuori norma, ma che parlano dritto a una parte della storia di ogni spettatore.
Maria Avolio, che ha curato le coreografie dell’intero spettacolo, con La luna mi commuove – monologo scritto e diretto dal Papi Luciano Melchionna – offre un’esperienza sensoriale tra danza e parole. Le parole che accompagnano i suoi passi non si consumano nell’immediatezza di un rapporto, chiedono tempo, sedimentazione, ascolto profondo. Sono un invito a rallentare, a lasciare che lavorino dentro, come fanno certi ricordi che tornano solo quando smettiamo di difenderci.
Lia e il teatro come atto politico
Il finale del nostro percorso è affidato a Daniele Russo, straordinario nei panni di Lia, un travestito nel senso più fluido e autentico del termine. Non si riconosce nei codici assegnati, vive una doppia vita per necessità e per desiderio. Muratore di giorno, creatura notturna per aiutare la propria famiglia ma anche per sentirsi, finalmente, a fuoco.
Quando Lia prende parola, quell’immagine iniziale dell’Italia come madre empia smette di essere una metafora e assume un corpo preciso. È la madre che chiede sacrificio ma non offre protezione, che pretende silenzio e adattamento, che insegna a sopravvivere più che a vivere. Lia lavora di giorno, si espone di notte, si frantuma per tenere insieme una famiglia e una dignità possibile. Non (solo) per scelta ideologica, ma per necessità. È in questa doppia vita che si riflette un Paese incapace di riconoscere chi esce dai codici, chi non rientra nelle caselle, chi prova a esistere fuori dal perimetro rassicurante della norma.
Il monologo di Lia, personaggio tratto da una tragicommedia di Melchionna intitolata “Pausa”, riesce a tenere insieme ironia e amarezza, raccontando la marginalità sociale, la discriminazione ancora presente, ma anche le contraddizioni del sistema culturale e dello stesso mondo dello spettacolo. C’è una riflessione lucidissima sul sogno di fare l’attore, sui social network, sui ruoli televisivi, su tutto ciò che spesso allontana dall’arte invece di avvicinarla.
Una domanda che resta addosso
E poi arriva il finale. La festa, la musica, “What About Us?”, interpretata da una Priscilla magistrale sulle note jacksoniane di Earth Song. Una domanda semplice, quasi disarmante, che resta sospesa nell’aria. What about us? Che ne sarà di noi, delle nostre fragilità, dei nostri desideri, della nostra umanità?
La forza di Dignità autonome di prostituzione sta tutta qui. Nella sua capacità di rinnovarsi ogni anno, di non diventare mai formula stanca, di restituire allo spettatore un senso di responsabilità e, forse, un piccolo scarto di consapevolezza. Si esce dal Teatro Bellini diversi da come si è entrati. Più esposti, più vulnerabili, ma anche un po’ migliori.
Ed è questo, oggi più che mai, il compito più alto del teatro.
