Ogni volta che si parla di “rock oggi”, la tentazione è sempre la stessa: decretarne la fine o celebrarne la sopravvivenza. Due riflessi ugualmente sterili. Il 2025, invece, ci costringe a un’operazione diversa.
Non chiederci se il rock sia vivo, ma come parla, a chi, e soprattutto con quali posture.
I dieci dischi che seguono non formano una classifica né una mappa esaustiva. Sono dieci punti di attrito, dieci modi diversi di usare il rock come linguaggio culturale in un’epoca che ha smesso di riconoscerlo come genere dominante.
C’è chi lavora sul corpo, chi sulla forma, chi sulla scrittura, chi sull’ironia, chi sulla memoria. In mezzo, una certezza: il rock non morirà mai.
Table of Contents
Geese – Getting Killed
Se c’è un disco che fotografa l’ansia americana contemporanea senza filtri, è Getting Killed dei Geese. La critica lo ha letto come uno dei lavori più urgenti dell’anno non tanto per l’aggressività, quanto per la sua instabilità strutturale.
Non c’è catarsi, non c’è ordine. Il caos non è un effetto: è il contenuto.
Ritmo nervoso, chitarre sghembe, voci che sembrano sempre sul punto di scivolare fuori asse. Non c’è catarsi, non c’è ordine. Il caos non è un effetto: è il contenuto.
I Geese non cercano la canzone perfetta, ma una condizione emotiva permanente. È rock che non consola, non rassicura, non si offre come esperienza risolta.
Turnstile – Never Enough
Hardcore punk che ingloba melodie, dinamiche, spazi che un tempo sarebbero stati considerati eresia. I Turnstile riportano il corpo, con pogo e stage diving annessi, al centro.
In un’epoca di isolamento cronico e connessioni apparenti, il loro è uno dei pochi dischi rock del 2025 che funziona davvero come rito collettivo. Non per nostalgia, ma per necessità.
Suede – Antidepressants
Uno di quei dischi che rischiano sempre di essere fraintesi. Si lavora sulla memoria come materiale instabile, attraversando desiderio, fragilità, alienazione, resilienza, alienazione con una consapevolezza che solo una band storica può permettersi.
Wolf Alice – The clearing
Grunge, shoegaze, pop e silenzio convivono in un equilibrio raro. Non c’è mai l’impressione di un compromesso. Ogni scelta sembra necessaria, non strategica.
Wet leg – Moisturizer
Minimalismo, sarcasmo, canzoni che sembrano leggere e invece lavorano di sottrazione. Il rock che rifiuta il pathos ma non il senso. L’ironia diventa strategia critica.
The Last Dinner Party – From the Pyre
Teatralità, baroque pop, art rock dichiarato. Qui la musica è messa in scena consapevole, costruzione, gesto visibile fatto di eccessi pregni di significato sociale.
Qui il rock è messa in scena consapevole, costruzione, gesto visibile. La critica si è divisa, ed è esattamente il motivo per cui il disco conta.
CMAT – Eurocountry
La scrittura fa attrito, le canzoni parlano di classe, identità, fallimento europeo. Classe, appartenenza, identità europea vengono raccontate senza slogan, senza pose.
CMAT usa la canzone come strumento di precisione, e in questo senso Euro-Country è uno dei dischi più radicali dell’anno, anche se non lo dichiara mai apertamente, e fa quello che il rock ha sempre fatto nei suoi momenti migliori: dire cose scomode.
Sam Fender – People Watching
Vincitore del Mercury Prize 2025. Cori larghi, storie di classe, forti collegamenti personali, empatia. Quello di Sam Fender è un rock che vuole ancora parlare a molti.
Heartworms – Glutton for Punishment
Uno dei dischi più inquieti dell’anno. Post-punk scarnificato, trauma e controllo come temi sotterranei. Rifiuta l’immediatezza, preferendo lavorare per accumulo psicologico.
Biffy Clyro – Futique
Lo raccontano così: “un’esplorazione di idee, oggetti o relazioni che esistono attraverso il tempo”. E allo stesso modo la band scozzese attraversa solidamente quest’epoca.