C’è un punto, nella scrittura di Valerio Bruner, in cui la mappa emotiva della città si sovrappone alla geografia immaginaria che scaturisce da certe canzoni di Bruce Springsteen. È lì che prende forma Spiriti nella notte, un progetto narrativo costruito come un attraversamento di paesaggi interiori più che come un semplice omaggio musicale. Una serie di racconti che funzionano come altrettante camere di risonanza: personaggi che si muovono tra bar di provincia, notti irrisolte, amicizie consumate e ferite mai davvero suturate, con quella sensibilità da songwriter che sa leggere il non detto e portarlo in superficie senza mai edulcorarlo.

Il libro, introdotto da voci autorevoli come Ernesto Razzano e Donato Zoppo, non è solo una declinazione letteraria di un immaginario rock. È un lavoro che interroga la crepa, la frizione, il punto in cui la luce passa e insieme svela e brucia. La sua estetica nasce da anni di raccolta sul campo, da un osservare costante ciò che la strada restituisce, e dal rifiuto di qualsiasi dinamica “a tavolino”: la fase di ricezione, per lui, è un processo quasi biologico, un listening profondo prima ancora che un gesto creativo.

In questa intervista, Valerio attraversa il nucleo di Maddalena, la sua postura nei confronti della città e del mito della perfezione, e il cambio di paradigma sonoro che la collaborazione con Morelli ha reso possibile. Ne viene fuori un ritratto nitido di un autore che lavora sulle vibrazioni sottili, sulle derive dell’animo e sulle ombre che Napoli continua a generare, proteggere e racconta

“Spiriti nella notte” nasce dai tuoi racconti che si intrecciano con le note di Springsteen. Vuoi presentarci il tuo nuovo lavoro?

Si tratta di un’antologia di 25 racconti, ognuno ispirato più o meno dichiaratamente ad una rispettiva canzone di Bruce Springsteen. È un lavoro che viene da molto lontano, uno dei primi racconti lo scrissi che avevo poco più di 20 anni. Mi piaceva immaginare delle storie che avessero come colonna sonora una canzone di Bruce, i cui personaggi si muovessero in quello scenario da lui descritto nella sua poetica musicale. Sono storie di lotte, di amicizie strappate con violenza, di musica da bar, di regole infrante, di viaggi e giovinezza, ma sono anche un viaggio nell’oscurità dell’animo umano, in quella spirale infestata da fantasmi metropolitani che vagano nella notte del sogno americano, eroi da marciapiede disillusi e sconfitti, angeli caduti alla ricerca della grazia perduta. Ha la prefazione di due teste di diamante del giornalismo e della narrativa musicale che abbiamo qui in Italia: Ernesto Razzano e Donato Zoppo.

Tu parli di “entrare nelle crepe dell’animo umano per vedere quanta luce possa passarci attraverso”. Quando scrivi, come ci arrivi? Parti da un flusso di coscienza e poi editi oppure costruisci già in funzione del concept dell’album?

Prendo ispirazione dalla strada e da quello che vi succede ogni giorno, da quello che i miei occhi vedono e l’anima trattiene. Non sono uno di quei cantautori che si siede a tavolino e decide di scrivere un album, almeno non lo faccio nella prima fase, quella della “ricezione”, che è in realtà la più delicata e la più bella. È quel momento in cui devi essere il più libero e aperto possibile a quello che il mondo intorno a te ti offre, avere la capacità di captare i segnali che ti vengono lanciati e poi, una volta fatti tuoi, trasformarli in parole, musica, canzoni. Possono essere segnali di gioia, di dolore, rabbia, quiete. Infiniti come le emozioni che abitano l’anima del mondo e le nostre. Il mio primo approccio alla creazione è sempre qualcosa che ha a che fare con il flusso di coscienza, lasciare che le parole, le melodie, gli accordi escano fuori di getto, senza ostacoli. Dopo, molto dopo o subito dopo, dipende dai momenti, capisci che da quel flusso hai acceso una scintilla e da lì ci inizi a soffiare sopra per far divampare il fuoco. Almeno così funziona per me.

In Maddalena c’è una dichiarazione chiara contro l’estetica della perfezione che sta prendendo Napoli. Secondo te questa pressione viene più dal mercato, dagli algoritmi, o dal bisogno delle stesse comunità di costruire una brand image della città?

Credo sia una somma di tutti questi fattori, sia di mercato ma anche dell’involuzione che la comunità umana sta attraversando in questi ultimi anni. Anni in cui mostrare le proprie debolezze, le proprie sconfitte, è un fallimento perché il mercato, gli algoritmi o chicchessia ci vogliono sempre al top, sempre perfetti, sempre felici e vincenti. I guai dell’altro non ci interessano, ci fanno paura e quindi li rigettiamo. Applica questa forma mentis anche all’immagine che una città deve dare di sé oggi per essere appetibile e ti rendi conto di come Napoli sia nel pieno di questa fase. Non dico che non ci siano anche dei risvolti positivi, anzi è bello e sacro vedere la mia città scrollarsi di dosso la nomea ignobile con cui abbiamo fatto i conti per tanti anni noi napoletani, ma non dobbiamo dimenticare quell’altra Napoli, quella delle ombre, quella di chi ha fallito, di chi è stato sconfitto, dimenticato. È qui che si misura il nostro valore di esseri umani come parte di una comunità.

A proposito della produzione, che cosa ha portato concretamente Morelli a quel “respiro diverso” di cui parli? In che punto della lavorazione hai avuto la prova che avevi innescato un cambio di sound design rispetto a Vicarìa?

Il sound dell’album, i suoi arrangiamenti. È questa la magia che abita l’anima di Maddalena, nata dall’incontro dell’anima napoletana e di quella romagnola. Grazie alla collaborazione con Gianluca Morelli sono riuscito a dare forma a quel suono che avevo da sempre in testa, con il quale raccontare in modo compiuto le storie contenute in questo album. La Napoli di cui canto io, quella in cui sono nato e cresciuto, parla il rock, il punk, il grunge. È diversa dalla narrazione musicale che guarda a suoni più tipici del Mediterraneo, a quelle melodie e armonie che rimandano alla world music e che sono altrettanto profonde e meravigliose, ma non sono quelle delle mie storie. Con Vicarìa c’era stata una prima scintilla in alcune canzoni, ma è con Maddalena e con la collaborazione di Gianluca e di tutti i meravigliosi musicisti con cui ho avuto il piacere di lavorare nei giorni di registrazione a Rimini che Maddalena ha raggiunto quello che Vicarìa aveva accennato.

Maddalena tiene insieme la Napoli di frontiera e l’America di frontiera. Qual è il filo che lega questi due mondi?

L’oscurità dell’animo umano, le storie ordinarie di persone ordinarie sospese tra le lotte quotidiane che la vita mette loro davanti, piccole vittorie e grandi sconfitte, rimorsi, rimpianti, speranze e desideri. Rabbia, amore, passione, energia. Raccontare di chi ce l’ha fatta è facile, ben più arduo è provare a dare voce a chi ha fallito. È questa la poetica che anima le canzoni di Vicarìa, di Maddalena e di Spiriti nella notte e, di certo, una delle più grandi lezioni che Bruce Springsteen mi ha dato con la sua musica.

Dici una cosa forte. “Racconto chi è stato messo al tappeto, non chi vince”. E in questo, ti avvicini molto ideologicamente a Bruce Springsteen. Quanto ha influenzato la tua formazione artistica e personale la musica di Bruce? Se ti trovassi davanti un ragazzo che sta per ascoltare The Boss per la prima volta, quali sarebbero i tre album che gli consiglieresti e perché?

Bruce è la mia più grande ispirazione musicale da quando ero ragazzo. Il mio pantheon è ampio e variegato, ma lui resta una costante. È proprio quella necessità, quella urgenza di raccontare la realtà americana degli sconfitti, dei perdenti, in totale opposizione all’immagine perfetta del sogno americano che mi ha da sempre ispirato, da quando ero adolescente e camminavo per strada con il walkman che sparava a palla le sue canzoni a oggi, che sono un cantautore con la medesima urgenza di raccontare il lato oscuro della mia città. Ad un ragazzo che si approccia per la prima volta alla musica di Springsteen suggerirei Born to Run, Nebraska e Darkness on the Edge of Town. I primi due sono proprio i primi due album con cui ho scoperto Bruce, due album agli antipodi per certi versi, l’uno proteso verso i sogni spensierati e ribelli della gioventù, l’altro che si addentra in quell’oscurità che alberga dentro ognuno di noi quando perdiamo contatto e connessione con la realtà e con l’altro. Il terzo perché c’è dentro tutta quella rabbia, quell’energia, quella passione di chi, nonostante le botte della vita, non smette mai di rialzarsi e credere che là fuori una Terra Promessa esiste davvero.

Tu vieni dal teatro. Che cosa resta, nella tua scrittura rock, di quell’educazione al palco e allo spazio vuoto?

La capacità di rilasciare l’energia quando è il momento giusto. Il teatro ti insegna e mi ha insegnato a stare fermo sul palco, da solo e immobile, capace di incamerare tutta l’energia necessaria per portare a termine uno spettacolo per rilasciarla poi al momento giusto e fare in modo di entrare in perfetta sintonia con il pubblico che ti guarda.

In conclusione, arriviamo al tuo concerto alla Casa della Musica. Cosa dobbiamo aspettarci da questo live?

Sarà un viaggio bellissimo, una messa rock da officiare ancora una volta dando tutto me stesso e di più. Sarà un’unione tra le canzoni di Maddalena e i racconti di Spiriti nella notte, accompagnato per l’occasione dagli Osmosis Duo, un duo di musicisti eccezionali e sensibili che sono Monia Massa al violoncello e Marcello Vitale alla chitarra e mandolino. Sarà un viaggio nella Napoli di frontiera più oscura e appassionata. Sarà un’esperienza da condividere con chi verrà ad ascoltare queste mie storie e si lascerà attraversare da loro.

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