Ci sono dischi che non si limitano a raccontare un percorso, ma lo mettono a nudo. Bilancia, esordio di Myhoo, appartiene a questa categoria rara: lavora per sottrazione, restituendo un artista che ha passato dieci anni a pesare le proprie emozioni con la stessa attenzione con cui si custodisce un ricordo d’infanzia.

In Bilancia (uscito su etichetta SoundInside) Myhoo scava nei rapporti, nei ritardi, nella procrastinazione elevata a forma di autocoscienza. Quando una canzone lo commuove, per lui è il segnale di chiusura: quel brano ha trattenuto un frammento vero. È un approccio che si percepisce in Bella, in Mai, in Dormi, fino alla lettera finale che chiude l’album con una delicatezza quasi spiazzante.

Questa intervista nasce da lì, da un autore che non teme di dichiarare le proprie crepe e che prova, canzone dopo canzone, a costruirsi un posto nel mondo. Un posto che non sempre c’è, ma che Myhoo ha deciso di inventare.

Myhoo presenta “Bilancia”

“L’uomo della folla” apre il disco mettendo sul tavolo la tua inquietudine più primitiva, quella che ti accompagna da quando avevi vent’anni, e si ispira a un racconto di Edgar Allan Poe. Quali sono state le tue influenze letterarie principali nel corso della tua crescita personale e professionale?

Da bambino ero un accanito lettore, lo sono tutt’ora anche se gli dedico meno tempo di quanto vorrei, e tra le mie prime letture c’erano le fiabe, che credo siano state fondamentali per la mia crescita come essere umano e come musicista.

Leggevo di tutto, dai racconti dei fratelli Grimm alle novelle di Andersen, o Perrault, e non appena fui capace di gestire autonomamente un mangianastri, i miei genitori mi regalarono una raccolta a cui sono molto affezionato, la collana Fiabe Sonore, un cimelio che custodisco gelosamente. Successivamente, come molti ragazzini degli anni novanta, ho cominciato a collezionare i numeri della collana Piccoli Brividi di R.L.Stine, e da lì in avanti ho cercato sempre letture che stimolassero il più possibile la mia fantasia.

Quindi in definitiva, per rispondere alla tua domanda, al di là di tutti i romanzi, le poesie, i classici della letteratura, tutto quanto io possa aver letto, credo che i racconti dell’infanzia rappresentino un punto cardine della mia storia e di conseguenza di ciò che sono oggi.

In “Bella” ti muovi su un terreno fragile, affrontando i temi di immagine e femminilità evitando il frame tossico dell’uomo che “salva”. Quali paletti ti sei dato per non scadere nella retorica o nell’idealizzazione?

Per scrivere ‘Bella’ mi sono fidato delle sensazioni autentiche nate dall’esperienza personale, mi sono affidato alla mia sensibilità, come faccio quasi sempre, guidato dal rispetto con cui tratto tutti.

Sono cresciuto con due sorelle, e per anni ho frequentato una scuola di ballo in cui ero l’unico maschio, e credo che questa esperienza in particolare mi abbia aiutato tanto.

Ho un buon rapporto col mio lato femminile, e questo mi agevola nell’interazione e nella comprensione dell’altro sesso, almeno quel tanto che basta a camminare sereno su quel terreno fragile di cui parli.

“Mai” guarda al rischio di autosabotarsi procrastinando. Si percepisce che il brano nasce da una mappatura consapevole di un limite. Come si affronta una questione del genere, sulla base della tua esperienza?

 ‘Mai’ parla di quello non sei in grado di riconoscere subito come un disagio, poi se analizzi attentamente il quadro nella sua complessità e guardi indietro a cosa hai fatto e soprattutto a come, allora capisci anche perché hai impiegato dieci anni a registrare il tuo primo disco!

È un concetto ampio e delicato che trova l’apice della sua espressione nel profondo della sfera emotiva, e coinvolge tutto il tuo essere. Mi autoproclamo cintura nera di procrastinazione, ma la consapevolezza con cui, per citare la tua splendida chiosa, ho mappato il mio limite, mi pone in una condizione di vantaggio in cui cerco di affrontare il problema e migliorarmi.

È un argomento che merita un certo approfondimento, ma in generale credo sia sano anche farsi aiutare intraprendendo un percorso di terapia con uno specialista. 

“Dormi” è una dichiarazione notturna e “Mentre tu attraversi” racconta un amore che si consuma. Siamo nella zona più sentimentale dell’album. Come sono nati questi due brani e che tipo di editing emotivo hai fatto prima di considerarli “chiusi”?

Questi due brani nascono un po’ come tutti gli altri, e cioè scivolando via dalla mia pancia e dalla mia testa, attraverso la mia penna. Io sento che un brano è chiuso quando ricantandolo mi sento profondamente scosso, nella maggior parte dei casi mi commuovo e piango; quella è la prova che sono riuscito a fissare un’istantanea di ciò che provo, che una parte di me resterà per sempre in quella canzone.

‘Dormi’ è nata durante il primo lockdown della pandemia del 2020, in un momento in cui vivevo i primi mesi di storia con la mia attuale compagna, e la lontananza era veramente dura, soprattutto nella fase iniziale di un rapporto in cui non desideri nient’altro che perderti nella scoperta e nella condivisione con l’altro.

Invece ‘Mentre tu attraversi’ nasce da una serie di incontri di scrittura che organizzavo anni fa a casa mia. In questi incontri facevamo dei giochi con cui creare input per scrivere a braccio, inventando racconti o poesie, e una di queste storie, scritta da uno dei miei più cari amici, mi colpì al punto da dedicarci una canzone. È l’unica che non parla di una mia esperienza personale. 

“Distante” è un brano politico anche se non lo dichiara esplicitamente. Quel senso di non appartenere al proprio tempo parla di alienazione. Hai mai ragionato su questo pezzo in termini di “disidentification”? Quella fuga con la mente è una forma di difesa o un modo per reclamare spazio?

È il brano più giovane, scritto una settimana prima di entrare in studio, quindi in qualche modo si potrebbe considerare il più lucido e maturo, e sono felice di constatare dalle tue parole che emerge la vera essenza della canzone (che almeno a me lascia un po’ di amaro in bocca). Comunque mi piace che chi ascolta possa sviluppare una propria idea, o una personale interpretazione.

Dal mio punto di vista è assolutamente un brano che può essere approcciato antropologicamente, o meglio sociologicamente. In fase creativa non ho riflettuto sulla disidentificazione, però ora che me lo fai notare mi offri uno spunto di analisi diverso!

È certamente il brano più violento per certi versi, quello che grida di più, e si concentra su una fastidiosa condizione che caratterizza moltissime persone in particolare della mia generazione. Il senso di non appartenenza, l’alienazione, la frustrazione, sono tutte questioni relative al vissuto in un mondo che non ci piace troppo, in cui non ci riconosciamo, ed è una sensazione che conosco molto bene, fin da ragazzino faccio fatica ad accettare completamente la realtà in cui vivo, dunque fatico a trovarmi un posto al suo interno, ma è un posto che agogno, lo desidero.

La mia fuga è per reclamare spazio, evado come tutti quelli che si rifugiano nelle forme di espressione artistica, ma lo faccio per viaggiare e trovare il mio posto o meglio ancora, per crearlo da zero. 

“Ombre cinesi” chiude l’album con una lettera al te bambino. Era già pensata come chiusura del disco o lo è diventata quando avevi tutto il puzzle davanti? E se ti guardi indietro e apri l’album dei ricordi, quali sono le prime tre immagini che ti vengono in mente?

La lettera finale non era preventivata, è un’idea che ho maturato dopo aver ultimato il brano, e che subito mi è sembrata avere un senso come chiusura. La canzone è una metafora sulla conoscenza e lo scambio reciproco, ma è ispirata da un ricordo di infanzia, ovvero papà che gioca con me per farmi addormentare la sera.

Così ho deciso di scrivere a quel Mario, ed è stato bellissimo e devastante allo stesso tempo, catartico e terapeutico, non riesco ancora a riascoltarla senza dover trattenere le lacrime, ma per me non è un problema, anzi.

Se apro l’album dei ricordi, i primi che mi vengono in mente sono legati alla mia infanzia che è stata splendida, e sono tra quelli in cui mi rifugio quando ho bisogno di una carezza, quindi il sabato pomeriggio ad impastare pizze e fare torte con mamma, il Natale quando credevo ad una delle bugie più dolci, e il giorno in cui papà mi ha regalato la mia prima batteria. 

A Jex Sagristano va un sentito ringraziamento.

Foto di Alessandra Finelli

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