Nel 1994 – anno in cui viene pubblicato l’album ‘Ngazzate nire’ – riproposto successivamente in una speciale edizione “Remastered 2023” – James Senese si presenta non semplicemente come sassofonista o cantante, ma come narratore urbano di una Napoli che è metropoli ferita e ancora viva. Il gruppo Napoli Centrale, già storico interprete del movimento jazz-rock italiano a partire dagli anni Settanta, con Senese e Franco Del Prete al timone, si riconfigura: il dialetto napoletano smette di essere ornamento folklorico e diventa linguaggio di testimonianza, radice culturale e vettore politico.

La copertina, il titolo – “‘Ngazzate nire’” (letteralmente “incazzato nero”) – e l’impianto musicale collocano l’album in un crocevia fatto di funk, jazz-rock e urbanità napoletana, un carnet in cui la rabbia non va intesa come aggressività gratuita. È piuttosto il modo di stare al mondo di James Senese, uno strumento di visione attraverso il quale si rifiutano canoni convenzionali e imposizioni provenienti dall’alto, seguendo una sola strada: la propria.

È un periodo in cui la città vive crisi economiche, trasformazioni sociali, emigrazione interna e globale: questo sfondo alimenta la scrittura dei testi, la tensione musicale e la dialettica fra appartenenza e resistenza.

‘Ngazzate nire: l’analisi track by track

Come accadeva in “Napoli Centrale”, che vi abbiamo raccontato in questo video, le musiche sono state composte di James Senese e i testi da Franco Del Prete. Il batterista di Frattamaggiore, però, in questo caso compare solo nelle vesti di autore: alla batteria c’è Agostino Marangolo, che con Senese aveva suonato già al fianco di Pino Daniele e nell’album Jesceallah, al basso Alfredo Paixao, alle percussioni Manolo Badrena, e Mitchel Forman (già collaboratore di musicisti del calibro di Bill Evans e Wayne Shorter) alle tastiere. Una band ulteriormente rinnovata rispetto al precedente lavoro (Jesceallah, pubblicato nel 1992, in cui hanno suonato anche Fredy Malfi alla batteria, Joe Amoruso e Savio Riccardi alle tastiere, Gigi De Rienzo e Rino Calabritto al basso).

La ristampa in edizione Remastered 2023 (in vinile numerato, pubblicata dalla storica etichetta “La Canzonetta”, contenente anche il DVD del videoclip, il booklet con i testi e fotografie dell’epoca) ne segnala il valore di classico contemporaneo nella discografia italiana: la cura del mastering restituisce brillantezza ai fiati, dinamica alle percussioni, e nello stesso tempo preserva con maggiore profondità l’energia del suono d’insieme. Quello che segue è un racconto affidato tanto all’ascolto quanto all’interpretazione: traccia per traccia, lì dove la musica e il testo si intersecano, lì dove il sassofono di Senese “parla”, esprimendo sentimenti autentici e profondi.

’Ngazzate nire
L’apertura è già un manifesto. Il titolo è forte, immediato. Qui la “rabbia” è vissuta come postura: “Sto’ ’ngazzato nire” diventa anche un’ironica affermazione identitaria. Il sassofono incede su una sezione ritmica portata in avanti. Il sax non solo solista, ma voce narrante. Qui Napoli non è solo luogo, ma condizione. L’arrangiamento punta alla tensione e alla chiarezza del messaggio: nella Remastered si avverte la separazione più netta fra fiati e ritmica, che consente di percepire i dettagli.
La rabbia non esplode in caos ma in disciplina, in controllo: diventa un invito a non cedere, a non cambiare pur sotto pressione.

Napule t’è scetà
“Napoli, devi svegliarti”: è la speranza di un risveglio collettivo, un richiamo a guardarsi dentro. I fiati si dilatano, la ritmica si modula più fluida, la lingua napoletana è strumento di connessione con la vita reale della città, non solo evocazione. È chiamata alla responsabilità, al cambiamento, che dopo trent’anni suona ancora attuale.

Malasorte
Titolo breve, essenza immediata. “Sfortuna” come condizione sociale, come destino che pesa. Le percussioni sono introdotte da un suono d’acqua che scorre, poi l’invocazione: “Malasorte, va’, vattenne, levate ‘a ‘nnanz’o sole. Io t’aggio aperta ‘a porta / E io mo’ te caccio fore”.

Non è una lamentela, ma il racconto della condizione esistenziale di chi è lasciato ai margini.

…e magnate ’o limone
“Ca nisciuno è fesso, dint’ ‘a ‘sta città, canuscimme l’arte e ce ‘mbruglià, ce facimme ‘e scarpe, frate, sore e zie, po’ se và a Pompei a supplicà..:”. Il limone diventa metafora di un qualcosa di amaro, quotidiano, familiare. Qui Napoli è anche sapore, gesto popolare, ironia sociale che accompagna la lotta quotidiana, la sopravvivenza con sorriso amaro. La canzone si regge su un ritmo incalzante di percussioni.

Buona sera Marì!
Buona sera Marì” è una veglia laica sul dolore di un popolo. Ogni figlio perduto – Pasquale, Giuanne, Totore, Tonino – è una stagione della nostra storia: la fame, l’emigrazione, l’eroina, il sistema che uccide i suoi stessi servitori. La voce che racconta non giudica, registra. E in quel “Buona sera, Marì” ripetuto come una preghiera, c’è la dignità di chi resiste al silenzio.
Alla fine resta solo una speranza fragile, una gravidanza che sa di miracolo: se il futuro sopravvive, può ancora chiamarsi Gesù Cristo.

Credo
“Io crido a ‘o Dio padre onnipotente, ca nun tene casa, oro, marme e argiento. Ca nun fa vencere ‘e fetiente e nun fa murì ‘e famme ‘e creature innocente”.
Brano breve, quasi essenziale. Una dichiarazione di fede laica: cosa credo, cosa tengo per vero. Musica minimale tra piano e sax delicato, pochi ornamenti, il messaggio è al centro.

E’ ’na bella jurnata
“È ’na bella jurnata” è la tregua dopo la tempesta, la luce che filtra tra le crepe della città e dell’anima. James Senese canta la possibilità di riscatto attraverso i gesti minimi: una parola sincera, un sorriso, un vecchio che non è più solo, il dolore che smette di essere catena e diventa preghiera.

Ogni verso scava nel quotidiano per dire che la bellezza non è assenza di ferite, ma la loro trasfigurazione. Quando il nero si fa blu, la disperazione lascia spazio a una fede umana, concreta, che non ha bisogno di santi né paradisi. È il canto di chi, dopo aver visto l’inferno, sceglie ancora di credere in uno spiraglio di luce.

’Ngazzate nire (Street version)
Versione alternativa, più “urbana”, più diretta. Mixing/arrangiamento più asciutto. Offre uno specchio della stessa tematica della traccia 1 ma in modalità differente: più immediata, forse più “da strada”.

Donna Flora
Chiusura che riporta verso la memoria. “Donna Flora” può essere persona, simbolo, richiamo, una donna che prende vita su uno strumentale che chiude il disco. Il tempo rallenta, il respiro si allar­ga. L’arrangiamento si fa più lirico, spirituale. Sax, piano e percussioni collaborano con delicatezza: siamo alla fine del viaggio, in un momento di riflessione e riconoscimento. La rabbia si placa, resta il legame con il vissuto.

Cosa significa, oggi, un album come ‘ngazzate nire?

‘Ngazzate nire resta il testamento di un artista che ha trasformato la ferita in linguaggio, l’identità in ritmo, la rabbia in forma di conoscenza, che ha sempre affrontato la creazione come una sfida del tutto personale, senza inseguire trend o mode.

La remaster del 2023 non è un’operazione nostalgica: è il segnale che quella Napoli – contraddittoria, fieramente popolaresca, spirituale e urbana – continua a parlarci con la stessa urgenza di allora.

James Senese non racconta una città “da cartolina”, ma una comunità che si rigenera ogni volta che prende parola, ogni volta che un fiato diventa suono, ogni volta che un dolore trova il coraggio di dirsi, in un processo simile a quanto accaduto con la sua creatura “Napoli Centrale”, che ogni volta si è rinnovata.

‘Ngazzate nire resta così un atto politico e poetico insieme: la dichiarazione d’amore di un uomo che non ha mai smesso di chiedere verità al proprio tempo, e di restituirla in musica.

La ristampa 2023 di ‘ngazzate nire pubblicata da La Canzonetta

Pubblicato originariamente su etichetta Blue Angel, Ngazzate nire rappresenta uno dei vertici creativi della stagione più sperimentale della La Canzonetta Record, nata nel 1978 come diramazione della storica casa editrice musicale napoletana fondata nel 1901. All’interno della struttura discografica ideata da Franco Fedele e Salvatore Marotta, la Blue Angel – riconoscibile dal logo ispirato a Marlene Dietrich nel film “Lili Marleen” – incarnava la linea più audace e “alternativa”, aperta alle nuove tendenze sonore: dal rock urbano alle contaminazioni funk e jazz, fino alle prime forme di elettronica e post-punk partenopeo. Era l’etichetta che dava voce ai fermenti dei centri sociali, delle cantine, delle strade.

In questo contesto, James Senese e i Napoli Centrale trovano nel marchio Blue Angel lo spazio ideale per pubblicare un disco ruvido, politico e visceralmente napoletano, che parla la lingua delle periferie e della rabbia sociale senza mediazioni.

La ristampa del 2023, curata proprio da La Canzonetta in una speciale edizione da collezione (qui i dettagli), riporta oggi quel suono in primo piano preservandone l’idea. Non si tratta solo di una remaster tecnica, ma di un’operazione culturale che riafferma il valore di un catalogo in cui Napoli sperimentava sé stessa, mescolando la sua anima antica con la modernità elettrica di un nuovo tempo.

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