A volte la storia si nasconde in un oggetto fragile, inciso male, quasi muto.

Stephen Coates l’ha incontrata così: in un mercatino delle pulci di San Pietroburgo, tra tazze sovietiche, orologi che segnano l’ora esatta soltanto due volte al giorno e dischi che… non sembrano affatto dischi. Uno di quelli, semitrasparente, suonava Rock Around the Clock e lasciava intravedere un paio di mani scheletriche.

Da quella visione — perché non si può chiamarla altrimenti — è nato X-Ray Audio, un progetto di ricerca e narrazione che ha riportato alla luce la storia dei Bone Records: i dischi clandestini incisi nell’URSS tra gli anni Quaranta e Cinquanta, quando la musica occidentale era bandita e l’unico modo per ascoltarla era registrarla su radiografie scartate dagli ospedali.

Musicista, scrittore, collezionista e fondatore della band The Real Tuesday Weld, Coates ha trasformato la sua scoperta in un archivio vivente. Attraverso interviste, mostre e documentari, ha ricostruito l’universo di quei tecnici improvvisati che, con torni artigianali e pezzi recuperati da orologi rotti, incidevano il suono proibito della libertà su lastre che avevano già impresso la vita e la morte di qualcun altro.

Non è solo una storia di tecnologia o censura, ma di immaginazione e resistenza. Perché dietro ogni bone record c’è un gesto politico, anche se non dichiarato: quello di chi rifiutava che lo Stato decidesse cosa potesse essere ascoltato. Come racconta Coates, non erano dissidenti nel senso classico del termine — erano punk ante litteram, spiriti liberi che preferivano rischiare la prigione piuttosto che vivere nel silenzio.

Ed è proprio in questa tensione, tra suono e materia, che la vicenda delle bone records continua a parlarci oggi: in un mondo dove la censura ha cambiato forma ma non sostanza, e dove la libertà di ascoltare resta, ancora, un atto di resistenza culturale.

La storia delle Bone Records, dischi incisi su vecchie radiografie ospedaliere

Hai trovato il tuo primo “Bone record” in un mercatino delle pulci a San Pietroburgo. Raccontaci di quel momento: cosa hai visto, cosa hai provato e cosa ti ha spinto a sviluppare, da un singolo oggetto, un progetto pluriennale di archiviazione e narrazione?

Adoro i mercatini delle pulci russi. Sono posti davvero strani. Così, ogni volta che suonavo un concerto in Russia, avevo questa abitudine: il giorno dopo mi alzavo presto e andavo al mercato delle pulci. Sono luoghi folli, pieni di oggetti bizzarri dell’epoca sovietica e di persone altrettanto eccentriche, nel senso più affascinante del termine.

Quel giorno, vidi una bancarella con qualche disco e un po’ di cose curiose. Ma un vinile in particolare attirò la mia attenzione: era appeso, e riuscivo a vederci attraverso. Non capivo cosa fosse. Chiesi ai miei amici russi, ma nessuno di loro ne sapeva nulla. Allora lo domandai al venditore, che però era piuttosto restio a parlarne. Alla fine, lo comprai.

Fu solo una volta tornato a Londra che quell’oggetto mi colpì davvero. Quando lo misi sul giradischi, scoprii che girava a 78 giri. Il brano inciso era Rock Around the Clock di Bill Haley, del 1957. Ma il momento più sorprendente fu quando, avvicinando il disco alla finestra, vidi che su di esso erano impresse… un paio di mani scheletriche.

In quell’istante, mi sembrò di guardare attraverso un portale, una finestra, una soglia — chiamala come vuoi — verso un altro tempo, un’altra cultura. E d’istinto mi vennero in mente tre domande: chi aveva realizzato quel disco, perché l’aveva fatto e come era riuscito a farlo.

Sono state proprio quelle tre domande a spingermi a indagare, a voler scoprire e raccontare al mondo questa storia così strana, e allo stesso tempo meravigliosa.

Tecnicamente parlando, il processo necessario alla produzione di Bone Records era tanto ingegnoso quanto precario: puoi descrivere gli strumenti e i flussi di lavoro improvvisati che hai documentato e quale dettaglio tecnico ti ha sorpreso di più durante la tua ricerca?

Tecnicamente, il processo era molto insolito. Non era come pressare un vinile in fabbrica, dove da un’unica matrice puoi produrre centinaia di copie identiche. Le bone records venivano incise una per una, a mano, con macchine chiamate recording lathes, torni da incisione.

Queste macchine esistevano già prima della guerra — in Italia, nel Regno Unito, in Germania. Venivano usate nelle stazioni radio o dai giornalisti per registrare su disco, prima che arrivasse il nastro magnetico. Erano strumenti che permettevano di incidere direttamente il suono su un supporto fisico.

Le persone che producevano le bone records a Leningrado, nel dopoguerra — tra la fine degli anni Quaranta e i Cinquanta — ne avevano trovata qualcuna, forse recuperata in Germania dopo la guerra. Altri, invece, costruivano le proprie macchine da zero. Erano individui incredibilmente ingegnosi. Assemblavano i loro torni artigianali usando pezzi recuperati: ingranaggi d’orologio, frammenti di vecchi meccanismi, componenti costruiti su misura. Tutto senza manuali, senza materiali professionali.

La cosa più sorprendente è che ci riuscivano. Non era affatto semplice. Eppure alcuni di loro arrivarono a ottenere risultati straordinari. Certo, molte registrazioni su bone records suonano malissimo, ma altre sono davvero ottime. Io ne possiedo alcune, oggi, incise più di settant’anni fa, che suonano ancora incredibilmente bene.

Nelle tue interviste con contrabbandieri e collezionisti originali, quali motivazioni ricorrenti sono emerse – profitto, passione, sfida politica o altro – e in che modo queste motivazioni hanno plasmato l’estetica e la circolazione dei dischi?

Nelle interviste che ho condotto con chi realizzava o collezionava le bone records, le motivazioni erano esattamente quelle che hai scritto tu, Corrado: passione, innanzitutto. Erano veri amanti della musica.
C’era anche una componente di sfida politica, in un certo senso sì, ma non nel modo in cui lo erano gli scrittori del Samizdat — come Solženicyn o Pasternak. Non volevano abbattere il sistema. Semplicemente, non volevano che fosse il sistema, o le autorità, a decidere per loro quale musica potessero ascoltare e quale no.

Erano spiriti liberi, anti-establishment. Direi, a tutti gli effetti, dei punk. Punk ante litteram, ribelli al potere costituito.

Poi, col tempo, quando le persone iniziarono a comprare quei dischi, la rete si allargò. Entrarono in gioco anche motivazioni economiche, perché ormai si era formato un vero mercato nero. Non era tanto un grande affare, ma sì — si poteva guadagnare qualcosa. Anche se era rischioso. Quindi direi che, col passare degli anni, la spinta iniziale della passione si intrecciò con quella del profitto, ma sempre in un contesto di ribellione culturale.

Quali sono gli artisti più presenti tra le Bone Records?

È una domanda molto interessante, ma difficile da verificare con precisione, perché possiamo basarci solo sui dischi che sono sopravvissuti. E qui ci sono due possibilità: alcuni sono sopravvissuti perché erano così popolari che ne furono incisi moltissimi, altri invece proprio perché non li ascoltava quasi nessuno, quindi non si sono rovinati.

Tra gli artisti ricorrenti ci sono ovviamente Bill Haley e Rock Around the Clock. Ma, a mio avviso, quelli più importanti sono gli artisti russi — in particolare gli emigrati, i cantanti che vivevano all’estero e che erano stati banditi. Gente come Pyotr Ilychenko o Konstantin Tsiolkovsky. Erano amatissimi dal pubblico russofono, ma considerati traditori dal regime, semplicemente perché avevano scelto di vivere in Occidente.

Le loro canzoni compaiono spesso su queste incisioni. Ed è questo, secondo me, l’aspetto più toccante. Certo, adoro Rock Around the Clock, e i dischi jazz sono “cool”, ma li conosciamo già, fanno parte del nostro immaginario collettivo.
Ciò che mi commuove davvero sono le voci dei cantanti russi emigrati: quella era la vera bone music, nel senso più profondo. La musica proibita che parlava al cuore di chi l’ascoltava, nonostante tutto.

Oggi, con lo streaming e gli strumenti di elusione digitale, la censura assume forme diverse. Cosa ci insegna la storia di Bone Music sulla resilienza culturale oggi?

Purtroppo ci sono ancora molti luoghi nel mondo dove la musica è vietata. In alcuni Paesi islamici, ad esempio, i musicisti vengono puniti o messi al bando. E in Russia — di nuovo — la censura culturale è tornata, questo è certo.

È molto più difficile oggi, con Internet, proibire la musica. Direi quasi impossibile. Ma è ancora possibile impedire a un artista di suonare, se non aderisce alla linea politica corretta.
Oggi molti musicisti russi sono stati costretti a lasciare il Paese per poter continuare a fare ciò che amano. E in luoghi come la Corea del Nord, godersi la cultura pop rimane quasi impensabile.

Il punto è che la storia della musica proibita non si è mai davvero chiusa. Perché, qualunque cosa dicano le autorità, le persone troveranno sempre un modo per ascoltare la musica che amano, o per condividere la cultura che sentono propria.
Ecco il messaggio più vero delle bone records: la musica trova sempre una via. Sempre.

Ripensandoci, quale singola intervista, immagine o clip audio del tuo archivio vorresti che tutti ascoltassero o vedessero, e perché? Quale storia racconta che le storie standard della Guerra Fredda trascurano?

Penso subito alle interviste che ho fatto a un uomo di nome Rudolf Fuchs, a San Pietroburgo — o meglio, Leningrado, com’era allora. Sono state conversazioni profondamente toccanti.
Rudolf, quando lo intervistai, era ancora animato dalla stessa passione di sempre. Negli anni Sessanta era stato arrestato e imprigionato per aver inciso dischi proibiti, ma nonostante tutto non aveva perso l’amore per la musica, né la fiducia nell’importanza della cultura underground.

La sua è una storia non ufficiale, una storia sotterranea — e proprio per questo è fondamentale.
Perché racconta esattamente come si sentivano quelle persone in quegli anni, cosa significava rischiare la libertà per ascoltare o condividere un brano.

E ci ricorda quanto la cultura underground sia vitale: è quella che, ogni volta, restituisce linfa e autenticità alla cultura dominante. 

Intervista a cura di Corrado Parlati

A Stephen Coates va un sentito ringraziamento

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