C’è un’immagine che resta impressa, quando si attraversa Palazzo Reale durante il Campania Libri Festival: i cortili colmi di ragazzi con un libro in mano, le scale percorse da studenti, scrittori, attivisti, musicisti, lettori di ogni età che si muovono come dentro un unico respiro.

È la fotografia di un evento che non si limita a celebrare l’editoria, ma prova – anno dopo anno – a costruire una forma di cittadinanza culturale.

La quarta edizione del Campania Libri Festival, diretta da Ruggero Cappuccio e curata da Massimo Adinolfi, si è chiusa con un bilancio più che positivo: oltre 33.000 visitatori, in gran parte giovani, hanno attraversato i saloni di Palazzo Reale e la Biblioteca Nazionale, dove si sono svolti più di 300 eventi, con la partecipazione di 150 editori e oltre 500 autori.

Ma il dato numerico, per quanto imponente, dice solo una parte della verità. L’altra parte si legge nei dettagli: nelle parole che hanno attraversato il pubblico, nei silenzi che hanno dato peso a certe storie, nelle domande che nessuno ha voluto evitare.

Un festival che riflette il tempo presente

Finanziato dalla Regione Campania e organizzato dalla Fondazione Campania dei Festival guidata da Alessandro Barbano, il Campania Libri 2025 è arrivato in un momento particolare, segnato dalle manifestazioni pro-Gaza che hanno attraversato l’Italia negli stessi giorni. E proprio in quella tensione civile, nel rumore del mondo che filtrava dentro i saloni barocchi del Palazzo Reale, il festival ha trovato la sua cifra più autentica: essere uno spazio di parola e di confronto, di superamento di ogni stereotipo o narrazione distorta.

La quarta edizione sembra aver compiuto una maturazione precisa: meno vetrina, più dialogo. Meno passerella, più responsabilità.

Pegah Moshir Pour racconta l’Iran oltre gli stereotipi

La giornata conclusiva, domenica 5 ottobre, ha condensato lo spirito di tutto il festival. Si è aperta con le letture di “Nati per Leggere”, che hanno riempito le sale di voci bambine e famiglie, per poi attraversare incontri dedicati ai gruppi di lettura, al ruolo dei bibliotecari e alle “storie che curano”, come quelle raccontate nel progetto SBAM Off con la serie Mai giudicare un libro dalla copertina.

Ma il pomeriggio ha avuto un centro gravitazionale preciso: l’incontro con Pegah Moshir Pour, attivista italo-iraniana e voce di riferimento per i diritti civili e digitali, che ha presentato il suo libro “Teheran. Il fascino millenario e l’inquietudine contemporanea” (Paese edizioni) che segue “La notte sopra Teheran” (edito da Garzanti).

In un festival che aveva già toccato i temi della libertà e della memoria, il suo intervento ha assunto il valore di un atto politico e poetico insieme. Pegah ha parlato dell’Iran, della condizione delle donne, della rete come spazio di sorveglianza e possibilità, della censura che passa attraverso la tecnologia. Ma soprattutto, ha parlato di identità e resistenza. Di un Iran diverso da quello raccontato dai media, andando oltre ogni stereotipo culturale.

È questo, forse, uno dei punti più del festival: quando la letteratura smette di essere intrattenimento e diventa gesto civile, consapevolezza collettiva.

L’incontro con Atef Abu Saif

Tra gli appuntamenti più intensi di questa edizione, l’incontro con Atef Abu Saif, scrittore e Ministro della Cultura palestinese, ha rappresentato uno dei momenti di maggiore densità emotiva e politica del Campania Libri 2025. In dialogo con Monica Ruocco, docente dell’Università di Napoli L’Orientale, l’autore ha presentato Vita appesa (Polidoro, 2025), un romanzo che mette a nudo la fragilità e la resistenza di chi vive nella Striscia di Gaza.

Attraverso la storia di Na‘im, tipografo che stampa i manifesti dei giovani martiri, e di suo figlio Salim, ricercatore rientrato dall’Italia, Abu Saif costruisce un racconto che unisce tragedia privata e destino collettivo. Gaza diventa una metafora della condizione umana sotto assedio, una “macchina della vita” fatta di affetti e contraddizioni, di chi sogna la fuga e di chi sceglie la resistenza. Nelle sue pagine passano le ferite della Nakba, le Intifade, i caffè letterari, le prigioni, i tunnel, l’economia dell’assedio e l’invenzione quotidiana della sopravvivenza.

L’autore non cerca il pathos, ma la verità. Il suo linguaggio asciutto e visionario allo stesso tempo restituisce la materia viva del conflitto, la memoria che non si lascia archiviare. Ascoltarlo in una sala gremita, in giorni in cui il tema di Gaza attraversa le piazze italiane e divide le coscienze, ha avuto il peso di una testimonianza civile. Vita appesa non è solo un romanzo sulla Palestina: è un libro su cosa significa restare umani dentro una storia che sembra non finire mai.

Le altre voci, gli altri mondi

La domenica non è stata solo la giornata dell’attivismo. In Sala Segnatura, Raffaella Longobardi ha presentato Alexandra di Danimarca, aprendo un dialogo sulle “regine senza corona”: figure femminili dimenticate, donne di potere e fragilità. Poco dopo, Cristina Marra ha dialogato con Gianni Fiorellino sul suo esordio letterario Solo se c’è amore, un titolo che – in un giorno così denso di urgenze civili – ha assunto il suono di un contrappunto: perché la cura, in fondo, è una forma di militanza.

Nel frattempo, i bibliotecari dell’AIB Campania hanno raccontato le “resistenze quotidiane” del mestiere, la loro funzione sociale dentro territori spesso marginalizzati. Il CEPELL, invece, ha presentato la ricerca S.T.O.R.I.E. sui gruppi di lettura nel Sud, confermando quanto la pratica condivisa della lettura stia tornando a essere un atto politico di prossimità.

Un festival di intrecci

Campania Libri ha confermato la sua vocazione multidisciplinare: la letteratura come crocevia tra arti visive, teatro, filosofia, musica. Il dialogo tra Ruggero Cappuccio e Mimmo Paladino sull’“Isola della libertà” ha riportato al centro il tema del racconto come atto di liberazione. E nel gioco delle “ereticità” – letterarie, artistiche, identitarie – si è colto un respiro nuovo: il Sud come laboratorio di pensiero, non come retrovia del dibattito culturale nazionale.

La lezione che resta

Ogni festival, alla fine, lascia dietro di sé una domanda. Quella che resta dopo Campania Libri 2025 è semplice, e insieme enorme: che cosa significa oggi “avere voce”?
Non basta più pubblicare, non basta più leggere. Serve interrogare le parole, come si fa con le mappe. Serve attraversarle, sapendo che ogni libro, ogni incontro, ogni conversazione può ancora spostare qualcosa.

Perché in un tempo in cui la rete amplifica e disperde, Campania Libri è riuscito a fare l’opposto: concentrare, ascoltare, restituire senso.

E allora sì, forse ha ragione Cappuccio quando dice che “la letteratura è il luogo in cui il presente smette di fuggire”. In queste quattro giornate napoletane, la parola è tornata a essere resistenza. E la lettura, ancora una volta, un atto civile.

Corrado Parlati

Maria Cristina Pezzella

About The Author