C’è un suono che non appartiene al passato ma continua a vibrare nel presente. È quello delle voci del Sud, custodite per secoli nelle case, nei campi, nei cortili, e che oggi tornano a vivere grazie a chi ha scelto di rimetterle in circolo.
Vocazioni non è solo un disco: è un atto di resistenza culturale, un rito collettivo che intreccia memoria e futuro.
Ra di Spina raccolgono le tracce lasciate da Alan Lomax nei suoi viaggi, dalle figure potenti come Rosa Balistreri e Concetta Barra, e le portano altrove, dentro chitarre elettriche, elettronica, percussioni tribali.
Ne viene fuori un canto che educa all’ascolto, che chiede tempo, che non si consuma ma si abita.
Un canto che diventa politico proprio perché intimo.
“Vocazioni” è un disco che affonda le radici nella tradizione orale del Sud, ma con lo sguardo rivolto a sperimentazioni sonore contemporanee. Qual è stata la scintilla iniziale che vi ha fatto sentire questa ‘chiamata’ a rielaborare il canto popolare?
La scintilla è nata da una necessità profonda, quasi viscerale: ritrovare un legame autentico con la nostra terra, con le nostre madri, le nonne, con quelle voci che spesso sono rimaste ai margini, ma che continuano a vibrare dentro di noi. In pieno silenzio mi sono resa conto che la tradizione orale non è solo un patrimonio culturale, ma un richiamo intimo, quasi spirituale.
Da lì è iniziata una ricerca, non tanto filologica quanto emotiva, che ci ha portati a rielaborare i canti popolari come corpo vivo, in continua trasformazione.
Nel vostro lavoro, la voce non è solo strumento musicale ma soglia d’identità, corpo che vibra e si racconta. Come avete vissuto, nel corso della lavorazione del disco, il rapporto tra il canto individuale e quello collettivo?
È stata un’esperienza quasi rituale. Ogni voce ha portato con sé la propria storia, il proprio accento, il proprio modo di abitare il silenzio. Ma nel momento in cui ci siamo unite, quel canto ha smesso di appartenere al singolo ed è diventato corale, radicato in un respiro comune. Abbiamo lavorato molto sull’ascolto reciproco, sul cedere spazio all’altra. Il canto collettivo non è somma di voci, è creazione di un’identità altra, che vive solo nel momento in cui ci ritroviamo.
Da Carpino a Procida, dai canti delle surfarare a quelli delle saline: “Vocazioni” è anche un atto d’amore per le donne che hanno tramandato questi canti. Quanto è stato importante, per voi, ridare spazio e suono a queste voci femminili spesso dimenticate?
In realtà, è importante fare una precisazione: Surfarara e Canti dei salinai, che abbiamo rielaborato, provengono da registrazioni sul campo realizzate da Alan Lomax negli anni Cinquanta e sono testimonianze di canti di lavoro eseguiti prevalentemente da uomini. Le voci registrate in quei contesti sono maschili e spesso raccontano la fatica, la solitudine, la durezza del lavoro in condizioni estreme.
Tuttavia, nel nostro progetto Vocazioni, abbiamo voluto accogliere anche queste voci dentro un corpo femminile, attraverso le nostre voci. Accanto a questi canti, ci sono però anche molte melodie tramandate da donne – soprattutto nel repertorio legato al Sud e alle isole – come Procidana e Ciuriddi di lu chianu, interpretate rispettivamente da Concetta Barra e Rosa Balistreri, o Tarantella nananà, una melodia cantata da una donna in una registrazione risalente agli anni ’70 sul repertorio tradizionale di Montemarano, in provincia di Avellino. In questo senso, sì, il nostro è anche un atto d’amore verso quelle voci spesso dimenticate o relegate ai margini. Riaprire quegli archivi sonori, ascoltarli con il corpo, portarli sulla scena oggi, è per noi un gesto di cura e di restituzione.
Il vostro incontro è nato in pieno lockdown, in luoghi diversi e con esperienze vocali eterogenee. Come si è trasformata nel tempo quella prima intimità “a distanza” in una presenza scenica corale e così potente?
All’inizio era tutto fragilissimo: file audio scambiati via telefono, tentativi di intonarci senza esserci mai “incontrati davvero”. Quando finalmente ci siamo ritrovati fisicamente, quella prima intimità è esplosa in una forza collettiva.
Sul palco non portiamo solo le nostre voci, ma anche tutta la strada fatta per arrivare a cantare insieme.
È come se ogni esibizione fosse un piccolo rito di riconoscimento reciproco.
“Vocazioni” è un disco che sembra fatto anche per ‘educare l’ascolto’, per rallentare e ascoltare la memoria del corpo e dei luoghi. C’è una canzone alla quale siete particolarmente legate di cui volete raccontarci la genesi?
Sì, una delle tracce a cui sono più profondamente legata è Ciuriddi di lu chianu. È un brano che affonda le sue radici nella tradizione siciliana ed è stato interpretato da Rosa Balistreri, una figura potentissima che per noi rappresenta molto più di una voce: è una presenza, un’eco continua, una forza che attraversa il tempo.
Quando abbiamo deciso di includere questo brano in Vocazioni, ci siamo avvicinati con rispetto quasi religioso. Non volevo imitarla, né ricalcare la sua interpretazione, ma accogliere il suo canto come un seme da cui far nascere qualcos’altro, che appartenesse al progetto Ra di spina. La genesi di questo pezzo è stata lunga e delicata. Ho lavorato sulla voce come strumento emotivo, lasciando emergere le crepe, i sospiri, le tensioni che abitano la melodia.
L’arrangiamento è essenziale, perché volevo che il canto respirasse, che la parola potesse affondare nella memoria del corpo. In questo senso, Ciuriddi di lu chianu incarna perfettamente lo spirito di Vocazioni: è un invito a rallentare, a mettersi in ascolto, a lasciarsi attraversare da un’emozione che viene da lontano ma parla ancora a ciascuna e ciascuno di noi.
Per me, personalmente, è uno di quei canti che non smettono di insegnarti qualcosa.
Ogni volta che lo interpreto, mi costringe a scendere più in profondità, a farmi piccola di fronte a quella voce assurda e struggente che ancora chiede spazio per farsi sentire.
A Giulio Di Donna va un sentito ringraziamento
