This is not a drill. Non è solo il titolo. È un avvertimento. È la premessa che Roger Waters rivolge a chi entra in sala, al pari di chi ha calcato gli spalti durante il suo farewell tour del 2023.
Ecco il punto: questo non è uno spettacolo che vuole intrattenere. È un atto di accusa. Un gesto estremo, musicale e politico, che colpisce dritto allo stomaco e costringe a guardare in faccia il disastro.

Il film-concerto, registrato il 25 maggio 2023 alla O2 Arena di Praga e ora distribuito in tutto il mondo come evento cinematografico, è il manifesto visivo e sonoro di un artista che ha deciso di chiudere il cerchio della propria carriera senza concedersi sconti. Nessuna nostalgia, nessun amarcord.
Solo domande. Scomode. Irrinunciabili. Ogni momento del concerto rappresenta una suite con messaggi, suoni e parole ben precise. Proviamo ad analizzarle insieme.

Entrare o uscire: il patto con lo spettatore

Waters prende il controllo della sala con un annuncio secco: “Se sei qui solo per sentire i brani dei Pink Floyd ma proprio non tolleri le mie idee, è il momento di andare al bar.”

È il momento in cui capisci che ciò che stai per vedere non è un concerto, ma un rito. E come ogni rito, anche questo ha le sue condizioni.

Dentro l’abisso: la messa in scena dell’umanità al collasso

Il palco è al centro. Una croce luminosa taglia in due lo spazio. Gli schermi, giganti e totalizzanti, costruiscono un mondo. Ma è un mondo in frantumi.

Il film si apre con una versione spettrale di Comfortably Numb, riscritta in tonalità funebre. Non c’è cura, non c’è guarigione. Solo apatia, schermi, corpi piegati dalla disconnessione. Un drone attraversa una città ridotta a uno scheletro di ferro e cemento. Siamo già ben oltre il baratro. Dalle viscere del brano si leva un vocalizzo femminile che ricorda The Great Gig in the Sky: è il grido di un’umanità senza più voce.

Poi il colpo di scena. Il megaschermo si solleva, il palco viene esposto, il suono di un elicottero rompe il buio. Waters appare. The Happiest Days of Our Lives, Another Brick in the Wall Parte II e III. E qui lo show comincia a colpire dove fa più male: sulle dinamiche di potere, sulla manipolazione, sul “noi contro loro” che i governi impongono come verità.

L’arte della denuncia: dal Guatemala a Minneapolis

The Powers That Be non è più solo una canzone. È una denuncia visiva. Sullo schermo scorrono nomi, età, motivazioni dell’arresto e della morte. George Floyd. Breonna Taylor. E decine di altri. Il crimine? Avere la pelle di un colore diverso. Essere poveri. Essere vivi nel posto sbagliato.

Con The Bravery of Being Out of Range, Waters scava ancora più a fondo: Reagan, il genocidio Maya, le bombe intelligenti. Poi Trump, Biden, le guerre che continuano a essere vendute come democrazia. Le immagini incalzano, inchiodano.

L’empatia, che passa anche attraverso immagini violente, è l’unica forma di vera resistenza.

The Bar: un piano, un uomo, la porta d’ingresso verso un mondo

Il momento più intimo arriva con The Bar, l’inedito nato durante il lockdown. Piano e voce. Niente effetti. Solo Waters, vecchio e vulnerabile, che chiede un luogo dove potersi incontrare, dove bere, raccontarsi, dissentire.
Un luogo che non esiste più.

Nel finale del film, The Bar (Reprise) diventa anche una preghiera laica per il fratello scomparso. Ed è qui che la dimensione pubblica e quella privata si intrecciano. Come se le guerre del mondo e le perdite della vita fossero due ferite dello stesso corpo.

And after all we’re only ordinary man

Pur attingendo a un repertorio scritto prevalentemente tra i primi anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, This Is Not a Drill non cede mai alla tentazione dell’amarcord. Il leader creativo dei Pink Floyd, al suo primo Farewell Tour, non celebra il passato: lo usa come strumento per interrogare il presente. Ogni brano è ricontestualizzato attraverso visual e introduzioni, riletto attraverso il prisma di un mondo sull’orlo del collasso e di un uomo che ha imparato a convivere con la perdita. Roger Waters, come nessun altro, ha saputo dare un valore sociale e culturale alla sua produzione artistica.

La morte del padre in guerra, l’ombra lunga di Syd Barrett – ricordato con una Wish You Were Here dolente, accompagnata da video-testimonianze intime e commosse – fino all’esaurimento che lo travolse dopo la fine del primo matrimonio, da cui nacque Shine On You Crazy Diamond, eseguita nella sua parte più rarefatta e sospesa (V–VIII): Waters scava nelle sue ferite con lucidità chirurgica, trasformando la memoria in materia politica. Non c’è nostalgia. C’è solo verità.

Quando arriva Us and Them, l’arena (o il cinema) si trasforma. Le immagini sullo sfondo mostrano uomini comuni. Non i “grandi della Terra”, ma persone che resistono, vivono, cadono.
Money, Any Colour You Like, Brain Damage, Eclipse: il lato oscuro della luna è ancora tutto lì, ma filtrato attraverso la consapevolezza di chi ha attraversato la notte e non si è più voltato indietro.

Il sax di Seamus Blake è struggente. Le chitarre di Dave Kilminster e Jonathan Wilson tengono tutto in equilibrio tra memoria e presente.

Una pecora nel cielo, un dittatore sul palco

Se per Giordano Bruno, nel De Umbris Idearum, i porci bramavano volare proprio perché è un qualcosa di sconveniente per natura, e se quella stessa immagine venne recuperata sulla copertina di Animals come provocazione visiva, qui assistiamo a un nuovo rovesciamento.

In Sheep, è una pecora a prendere il volo, un enorme gonfiabile che fluttua sopra la folla. Ma non è libertà: è allegoria. L’umanità resta un gregge. E il pastore, stavolta, è armato.

Il brano contiene uno dei passaggi più taglienti dell’album: la parodia del Salmo 23.
“The Lord is my shepherd…” declama la voce filtrata, ma è un sermone svuotato, un atto liturgico deformato. Partendo da un’immagine biblica, Waters smaschera un mondo in cui anche la fede diventa ingranaggio del controllo.

Poi l’ennesima mutazione: Waters sale sul palco in uniforme nera, impersonando il dittatore di In the Flesh e Run Like Hell. Pink, il personaggio di The Wall, non è più solo una maschera narrativa. È diventato una seconda pelle. Un alter ego tragico. Una ferita che ancora sanguina.

La domanda che resta: è questa la vita che davvero vogliamo?

Is This the Life We Really Want? Waters non lo chiede solo a sé stesso. Lo chiede a te. Al pubblico. All’umanità.
E lo fa in un momento in cui i muri non sono solo metafora, ma realtà quotidiana.

Il film si chiude con Outside the Wall, quasi sussurrata. Una coda dolceamara che non assolve, ma accompagna.

Non è un addio, è un testamento

Non c’è retorica, non c’è trionfo. Waters si congeda così: da uomo che ha attraversato la musica per raccontare ciò che la musica non poteva più contenere.
La guerra, l’ingiustizia, la solitudine, la verità.

A Milano, uscendo dal forum, guardavamo i video sui nostri telefoni con le lacrime agli occhi. Ora, in sala, due anni dopo, gli occhi sono ancora lucidi. Ma qualcosa è cambiato: lo show non è più solo un concerto. È diventato documento, prova, eredità.

No, this is not a drill. Non lo era nel 2023, lo è ancor meno adesso. È tutto vero. Sta succedendo adesso. Sta succedendo a noi.

Ora anche su disco, per chi non c’era (o vuole tornarci)

A un giorno dalla proiezione nelle sale italiane, This Is Not a Drill – Live from Prague The Movie esce ufficialmente anche in versione fisica e digitale (4 LP, 2 CD, Blu-ray, DVD, streaming). È più di una pubblicazione live: è la possibilità di rientrare nel rito. Venti brani che attraversano il cuore dei Pink Floyd e la visione solista di Waters, da Comfortably Numb a The Bar, passando per Us and Them e Is This the Life We Really Want?. Registrato il 25 maggio 2023 alla O2 Arena di Praga, lo show diventa documento da conservare, da rivedere, da ascoltare. Un testamento lucido e militante, rimasterizzato in 8K e diretto da Sean Evans, che ora trova casa nel catalogo Legacy Recordings/Sony Music.

About The Author