C’è una bellezza che non si lascia afferrare. Una traiettoria sottile, come la scia di una stella cadente o un verso che arriva dritto allo stomaco. Joe Barbieri insegue questa bellezza da trent’anni, e continua a farlo anche oggi, con la grazia di chi ha imparato a convivere con la vertigine dell’imperfezione.

Il suo nuovo album si intitola Big Bang, ma non ha nulla a che vedere con l’esplosione rumorosa che ci si aspetterebbe. Qui, l’origine dell’universo è una questione interiore. Un detonatore emotivo, silenzioso e preciso, capace di far collassare in pochi minuti la distanza tra le galassie e un bicchiere lasciato sul tavolo di una cucina.

Registrato in presa diretta, con pochi strumenti e molti respiri condivisi, Big Bang è un disco che racconta il cielo per spiegare l’anima. Il viaggio per raccontare la fragilità. E l’amore – come scriveva Kavafis – come occasione per smarrirsi, perdersi, e forse ritrovarsi.

Lo abbiamo intervistato per parlare di stelle, rotte invisibili, bellezza inafferrabile e delle domande che restano, anche quando la musica finisce.

“Big Bang” si muove tra stelle e sentimenti, tra l’infinitamente grande e il profondamente intimo. Cosa ti ha spinto, oggi, a tornare a guardare il cielo per raccontare ciò che accade dentro di te?

In realtà l’ho sempre fatto, sia concretamente (quando le condizioni di luce e meteo lo permettono, sto con gli al cielo) sia in senso figurato (una delle mie prime canzoni si chiama “Microcosmo” e una decina d’anni fa ho pubblicato un album che si chiamava “Cosmonauta Da Appartamento”); tornare alle stelle alla grandezza dell’infinito mi consente di mettermi in una corretta proporzione col “tutto”, mi rammenta la piccolezza di quel che sono e così tutto in qualche modo acquista il giusto valore.

In “Poco mossi gli altri mari” parli di fragilità, di disorientamento e del coraggio di mettersi in viaggio nonostante tutto. Com’è nata questa canzone “camminando a piedi nudi”, e quanto ha pesato nella scrittura la rilettura personale della poesia “Itaca” di Kavafis?

Tanto, perché è il viaggio a rivelare gran parte di te e non l’arrivare. “Itaca” parla proprio di questo, invita proprio a godere di tutti gli inciampi che il viaggio può offrirti, di tutte le scoperte, di tutte le nuove strade che l’andare ti riesce a regalare.

In un passaggio racconti che Big Bang è “l’album più liberatorio” della tua carriera. Cosa hai lasciato andare — o forse perdonato — per arrivare a questa forma di leggerezza e di verità?

Forse la necessità di inseguire una interiore perfezione formale. Accada quel che accada, sia quel che sia… oggi forse vivo più con questo motto accanto.

Il disco è stato registrato in quartetto, privilegiando la presa diretta e il suono condiviso. Che tipo di intimità e di energia si crea in questo tipo di registrazione, così fisica, quasi teatrale?

Intanto è la miglior garanzia che quelle stesse canzoni abbiano la giusta resa dal vivo, che resta il momento più importante per me assieme a quello della scrittura. E poi amo suonare con i musicisti con cui mi accompagno da anni, sono cari amici e virtuosi incredibili.

In “Anni luce”, “Il mio miglior nemico”, “Moltiplicato zero”, si percepisce un desiderio di affrontare i temi con delicatezza ma anche con una profondità vertiginosa. Cosa ti guida oggi nella scelta delle parole e degli accordi con cui raccontare la complessità della vita?

La bellezza resta sempre la mia stella polare. La ricerco con ostinazione, con tenacia; pur sapendo che non riuscirò mai ad afferrarla. Ma resto convinto che tentare di conquistarla è l’unico modo che ho per offrire qualcosa al mondo, alla vita.

Dopo un progetto dedicato alla Grande Canzone Napoletana, questo ritorno all’inedito sembra segnare un nuovo inizio. Che eredità ti porti dietro da quel lavoro e in che modo ha dialogato con la tua scrittura in Big Bang?

Quel tour prosegue ancora, ogni tanto mi viene chiesto un concerto con quel repertorio ed io sono felice di eseguirlo. “Vulìo” mi ha chiarito ancora una volta da dove vengo, qual è la mia origine; e questa consapevolezza si è sicuramente tradotta in una sorta di levità nella scrittura degli inediti di “Big Bang”.

 Se il tuo album è un viaggio, cosa speri che ciascun ascoltatore porti con sé al termine del percorso? C’è un’immagine, una sensazione o una frase che ti piacerebbe restasse, come una costellazione da custodire?

No, ma vorrei che ciascuno sentisse di poter prendere qualcosa da questo album. La musica, del resto, continuo a farla proprio per trovare un modo di offrirmi, per individuare qual è il mio posto nel mondo. Quando qualcuno mi dice che in quella certa canzone ha ritrovato sé stesso allora sento che è valsa la pena soffrire pur di scrivere nuova musica.

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