Immagina di crescere tra le strade grigie di Aston, dove la musica non passava e il futuro era solo lavoro in fabbrica. È lì che nasce un patto con l’oscurità. A contrarlo è un ragazzo chiamato John Michael.

John Michael “Ozzy” Osbourne osservava il mondo dalla finestra di una piccola casa in Lodge Road, ad Aston, il quartiere operaio di Birmingham. Figlio di un operaio notturno e di una madre impiegata in una fabbrica di metalli, Ozzy affronta un’adolescenza tormentata da dislessia, bullismo e persino tentativi di suicidio, prima di lasciare la scuola a 15 anni e andare a ricoprire una serie di impieghi umili e pesanti .

La sua rivoluzione ha inizio con un semplice annuncio su un muro: “Ozzy Zig Needs Gig”. La scritta attira l’attenzione di altri due ragazzini, Bill Ward e Tony Iommi, che si convincono a bussare alla sua porta. È in quel momento che si pianta il seme da cui nasceranno i Black Sabbath (e sulla loro fondazione ti consiglio di leggere questo articolo pubblicato sul Birmingham Dispatch).

“Frequentavo la stessa scuola del chitarrista Tony Iommi. Lui suonava in una band chiamata Mythology con Bill Ward, il batterista. Io suonavo in un gruppo chiamato Rare Breed con Geezer Butler. Non mi piaceva la band. Quel fottuto chitarrista era un bullo; Geezer era d’accordo e decidemmo di andarcene. Misi un annuncio in un negozio di musica a Birmingham e Tony e Bill si presentarono. Ci chiamavamo Earth”, ha raccontato Ozzy Osbourne in questa intervista a GQ Magazine.

Cresciuti tra edifici bombardati, piogge incessanti e l’odore di metallo arrugginito, Ozzy e i suoi compagni plasmarono un sound che rifletteva quella desolazione urbana: cupa, greve, inevitabile.

The Guardian lo ha definito il simbolo di una working-class ribelle che ha trasformato la propria rabbia in heavy metal. Da quella Birmingham, densa di polvere di fabbrica e malinconia, è nata la leggenda.

È così che ha preso forma il tuono che è esploso nei primi album: dal cuore spezzato di un ragazzo che sognava di volare oltre le mura della propria città.

Qualche giorno fa, mentre ero in treno, di ritorno da Milano, ho provato a unire i puntini e creare una mappa per orientarsi attraverso le mille sfumature di un artista leggendario. Se non ci conoscessimo, sono Corrado Parlati e questo è MentiSommerse.it – un magazine ribelle, un luogo dove ti racconto le storie più belle legate al mondo della musica.

Black Sabbath: il meglio della Ozzy Era

Black Sabbath (1970)

Il primo. L’incipit. Il tuono. Pioggia, campane a morto, e un riff che sembra evocare Satana in persona. L’album omonimo ha inventato un genere – e lo ha fatto senza chiedere permesso. Nel 2023, Mojo lo ha celebrato come il più puro e inquietante tra i debutti hard rock. È il seme oscuro da cui è nato tutto.

Alla rivoluzione cupa e nichilista dei Black Sabbath abbiamo dedicato questo approfondimento nell’ambito della rubrica Rock or Dust.

Paranoid (1970)

Sette mesi dopo, arriva il capolavoro. Un album che letteralmente distrugge gli schemi mandandoli a fuoco.
“War Pigs”, “Paranoid”, “Iron Man”: ogni brano è diventato un affronto alla guerra, al sistema, al futuro.

Ozzy canta come un alieno che osserva l’umanità dall’abisso della propria follia.

Rolling Stone lo mette tra i 100 migliori dischi di sempre, ma chi ascolta lo sa: Paranoid è più di un classico. È il manifesto di un’intera generazione disillusa.

Master of Reality (1971)

La discesa agli inferi ha un groove. Accordature ribassate, muri di fuzz, testi sospesi tra spiritualità e disperazione.
Con Master of Reality, i Black Sabbath fondano il doom, influenzano lo stoner e insegnano al mondo che il peso può avere ritmo.

“Children of the Grave” è ancora oggi una marcia funebre per il mondo moderno.

Questo disco non è solo metal. È un rituale.

Vol. 4 (1972)

Un album psichedelico, disperato, pieno di contrasti. Vol. 4 è lo scarto imprevisto, più emotivo.

“Changes” mostra un Ozzy vulnerabile. “Supernaut” è devastante.

In un’epoca in cui tutto stava mutando, anche il metal ridefiniva i propri confini e, attraverso le sue crepe, imparava a piangere.

Sabbath Bloody Sabbath (1973)

Ribellione e consapevolezza, nato quando la band era al culmine creativo: riff apocalittici, testi dark e spirito progressivo. Alterna momenti heavy a melodie inquietanti (A National Acrobat, Sabbra Cadabra).

Nel 2025, è ancora considerato l’album più ambizioso e sofisticato dei Black Sabbath con Ozzy, che evidenzia come anche le tenebre portino mille sfumature al proprio interno.

Ozzy Osbourne solista: la resurrezione del Principe delle Tenebre

Blizzard of Ozz (1980)

Ozzy risorge. E domina.

Screditato e licenziato, Osbourne trova in Randy Rhoads il partner ideale per la sua rinascita. “Crazy Train” è pura adrenalina, “Mr. Crowley” è teatrale e mistica. Il Madman è più melodico, ma non ha perso il fuoco.

NME lo ha definito “uno degli esordi solisti più esplosivi della storia del rock”.

Ozzy è tornato. E ha portato l’inferno con sé.

No More Tears (1991)

L’ultima grande messa nera. Ozzy è sopravvissuto. E ha ancora molto da dire.

Più maturo, più oscuro, più epico. La title track è un viaggio visionario tra synth, riff infiniti e liriche taglienti.

È l’album della consapevolezza, quello con cui il “Madman” si prende sul serio, senza perdere la sua dannata ironia.

The Guardian, nel 2023, lo ha definito “l’ultimo grande grido della bestia”.

Ancora oggi, chi ascolta questi dischi sente il rumore delle fabbriche, la pioggia su Aston, la voce e il sound di un gruppo di ragazzi che hanno scelto il caos pur di non vivere in silenzio, in penombra.

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