C’è un detonatore nascosto tra le mani di ogni ragazza che prende uno strumento e osa urlare. Le Seventeen Fahrenheit l’hanno raccolto. E l’hanno innescato di nuovo. Non servono decine di Marshall impilati per far tremare le fondamenta del luogo in cui si suona. Basta una cover sincera, una lingua straniera e quattro ragazze che sanno bene cosa significa essere fuori posto, o meglio, essere “Freak”.
A 49 anni dall’uscita della versione originale, le Seventeen Fahrenheit rileggono il testamento di The Runaways catapultando “Cherry bomb” nella periferia a nord di Napoli.
Una scelta che si inserisce nel solco del messaggio lanciato con l’album Freak, uscito su etichetta SoundInside lo scorso aprile, il cui titolo nasce da un appellativo ricevuto in età adolescenziale. Nel loro primo album, le quattro ragazze di Grumo Nevano puntano la loro cinepresa su un mondo che nella scena napoletana nessuno aveva ancora raccontato in questo modo.
Adriana, Annamaria, Enza ed Eloise raccontano il mondo adolescenziale e post adolescenziale napoletano, completamente in inglese, con un linguaggio punk e un’estetica che sembrano venire direttamente dai club underground di Camden Town.
La versione delle Seventeen Fahrenheit di “Cherry Bomb” viene resa personale attraverso la rilettura delle parti strumentali in uno stile coerente con l’intero progetto ed è accompagnata da un video girato proprio a pochi passi dal luogo in cui tutto è nato con la partecipazione di amici e compagni di una vita.
Ma prima di immergerci nella storia del brano, ascoltiamo la loro cover:
Nel 1976, un gruppo di ragazze adolescenti da Los Angeles improvvisò un inno destinato a scuotere la scena rock: «Cherry Bomb». La canzone nacque sul momento come audizione per Cherie Currie — che aveva scelto «Fever», brano che il gruppo non conosceva bene. Così Joan Jett e il manager Kim Fowley scrissero il pezzo di getto, in presa diretta, mentre la band ascoltava: il titolo è un gioco di parole sul nome di Cherie e sull’immagine di una bomba tanto piccola quanto devastante.
Sul piano musicale, il pezzo è immediato: tempo serrato, ritmo incalzante, basso e batteria affilati, chitarre Jett e Ford incalzanti. Lita Ford costruisce un solo breve, rapido ma graffiante, la produzione di Fowley punta a catturare l’energia viva, con mix che enfatizzano la sezione ritmica, preservando l’autenticità del momento quasi come fosse una jam.
Il testo è una dichiarazione di identità e ribellione adolescenziale. A partire da versi come «Can’t stay at home, can’t stay in school» emerge la tensione con le regole imposte, mentre l’auto-definizione «I’m the fox you’ve been waiting for» rovescia le aspettative della generazione precedente.
Il ritornello – «Hello daddy, hello mom / I’m your ch‑ch‑ch‑ch‑cherry bomb» – è carico di ironia sessuale: la giovanissima Currie (16 anni al tempo, la stessa età che avevano le Seventeen Fahrenheit quando hanno iniziato a scrivere i primi pezzi e girare la Campania tra vari contest) si presenta come una forza esplosiva, un simbolo di emancipazione sessuale dentro la cultura patriarcale degli anni Settanta.
La metafora della “cherry bomb” è duplice: richiama la giovinezza e allo stesso tempo la potenza liberatoria. È una provocazione a ogni forma di controllo, un invito alle donne a reclamare il proprio desiderio e il proprio spazio.
Sul fronte dell’impatto culturale, «Cherry Bomb» divenne l’inno delle Runaways: prime ragazze a occupare la scena hard rock, dichiarata 52ª miglior hard‑rock song da VH1. Il successo del brano esplose prima di tutto in Giappone, dove la band ebbe enorme popolarità durante il tour del 1977.
Nel tempo la sua risonanza è cresciuta. È stata reinterpretata da Joan Jett con i Blackhearts nel 1984, da Currie stessa nel 1997 e inserita in film come Dazed and Confused o Guardians of the Galaxy (2014).
Quell’ordigno tanto piccolo quanto esplosivo ha aperto una breccia: l’armata delle band femminili anni dopo citerà le Runaways come predecessori fondamentali – Bangles, Go‑Go’s, L7, The Donnas e molte altre riconoscono la lezione in quel primo scoppio punk‑rock femminista, e che arriva fino alle Seventeen Fahrenheit.
E oggi, da un terrazzo di Grumo Nevano, torna a deflagrare attraverso la voce e il sound di quattro ragazze con lo sguardo rivolto lontano, ma i piedi ben piantati nella propria storia.
Corrado Parlati
Ph: Arianna Di Micco
