“One day in your life… and you’ll remember.”
Bastano le prime note per capire che non sarà solo un concerto, ma un ritorno, una resa dei conti emotiva con il tempo. Anastacia è tornata in Campania per la rassegna Un’estate da BelvedeRE, e ha scelto il Belvedere di San Leucio tra le tappe del suo Not That Kind 25th Anniversary Tour. Un tour che, oltre a celebrare il disco che l’ha imposta sulla scena globale nel 2000, riesce a rimettere in gioco tutto ciò che Anastacia rappresenta oggi.

In due ore, ha intrecciato le hit con cui ha scalato le classifiche mondiali e gemme nascoste, in equilibrio tra passato e presente.

Ma adesso concentriamoci sul concerto.

Se non ci conoscessimo, sono Corrado Parlati e questo è MentiSommerse.it – un magazine ribelle, un luogo dove ti racconto le storie più belle legate al mondo della musica.

One Day in Your Life e le tante vite musicali di Anastacia

Dopo l’open act energico degli Acrobat, il set si apre come da tradizione con una sequenza surreale: la sigla dei Simpson, un flusso sonoro di radio, telegiornali e frammenti vocali che rievocano le tante vite musicali dell’artista americana. Poi, su “One Day in Your Life”, Anastacia irrompe sul palco, accolta da un pubblico trasversale che conosce ogni parola. “Now or Never” completa la doppietta iniziale: il tempo, da quel momento, sembra congelarsi in una sospensione emotiva.

Il messaggio dietro la musica: “Fermatevi ad ascoltare”

Anastacia non si limita a cantare. Parla, accompagna, guida. “Vorrei che rifletteste su quanto state ascoltando, quando non conoscete il brano”, dice, quasi volesse rompere il patto consumistico dell’hit e invitarci a uno scavo più profondo. Lo fa con brani meno noti come “Nobody Loves Me Better” e “Boxer”, ma anche con la dolente “Overdue Goodbye”, che nell’arrangiamento soul-gospel della serata acquista una nuova fragilità.

È un’impostazione che affronta il dolore con autoironia e forza, una narrativa coerente con la storia di chi ha affrontato la malattia e ha continuato a cantare come se ogni nota fosse un atto di resistenza.

Una band protagonista

L’intero concerto è costruito in quattro atti, ognuno scandito da piccoli interludi musicali in cui la band brilla di luce propria. Un dettaglio non scontato nell’epoca delle basi e dei set preconfezionati. Il basso di Diego Rodriguez, le percussioni di Viky Osterberg, la batteria di Paul Stewart: insieme formano una sezione ritmica solida, che permette alla voce di Anastacia di spaziare tra soul, pop, funk e hard rock.

Accanto a loro Louis Ricciardi e Nick Shirm alle chitarre (quest’ultimo protagonista assoluto nella reinterpretazione tricolore di “I Belong to You”, dove dà voce alla parte che fu di Eros Ramazzotti), Emlyn Maillard alle tastiere e i cori impeccabili di Holly Petrie e Tess Burraston.

Il ritmo della passione di Anastacia

C’è una tensione costante tra l’intimità e l’energia. È evidente in “Heavy on My Heart” e “You’ll Never Be Alone”, dove Anastacia si appoggia più al pianoforte che alla voce graffiante, quasi a volerci sussurrare parole che non può gridare. E poi la liberazione: “Paid My Dues”, “Sick and Tired”, “Stupid Little Things”. Ogni canzone è un tassello di un puzzle biografico.

Il picco emozionale arriva con “I Belong to You”: il momento in cui Nick Shirm canta in italiano è una finestra di connessione pura. Il pubblico del Belvedere lo sa: risponde in coro, come se ognuno stesse cercando il proprio “ritmo della passione”.

Omaggi e sorprese: tra pop culture e rock identitario

Anastacia è anche una pop icon con radici profonde nel rock. Lo dimostra con le cover scelte: da “All Right Now” dei Free a una personalissima rivisitazione di “Sweet Child o’ Mine” dei Guns ‘n’ Roses, contenuta anche nel disco di cover rock “It’s a man’s world”. E nel mash-up centrale (“Vogue / No Diggity / Everybody”) si diverte a giocare con gli archetipi del pop anni ’90, ricordando che il palco è anche spettacolo, corpo, ironia.

Il gran finale: come un canto liberatorio

Tre brani e un addio: “Left Outside Alone”, “Not That Kind”, “I’m Outta Love”. La triade che ha reso Anastacia una star globale chiude la serata con una forza quasi rituale. E poi, a sorpresa, il pubblico torna protagonista: l’artista lascia il palco, ma i presenti continuano a cantare a cappella il ritornello di “Left Outside Alone”. Non è solo una canzone sull’abbandono: è un inno alla sopravvivenza emotiva, al diritto di farsi sentire, di non restare più nell’ombra.

È un momento corale, che rappresenta il finale perfetto di una serata di musica ad alti livelli.

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