È quando cala il sole su Caserta che si accade la magia. Il ritmo del basso comincia a pulsare, perché sul palco compare lui: Marcus Miller. Il bassista americano ha ripercorso la sua straordinaria carriera e riportato in vita l’eredità di giganti come Miles Davis, Jaco Pastorius e Billy Cobham, senza mai perdere l’equilibrio tra la potenza del groove e la delicatezza della memoria.

Ad attenderlo c’era una platea composta di amanti di jazz, soul, funk e fusion di ogni genere.

E Marcus Miller non si è fatto attendere.

Ma adesso concentriamoci sul concerto.

Se non ci conoscessimo, sono Corrado Parlati e questo è MentiSommerse.it – un magazine ribelle, un luogo dove ti racconto le storie più belle legate al mondo della musica.

Il Superman del soul e la sua Justice League sonora

Per il suo ritorno in Italia, Superman del Soul, bassista e compositore americano, si è affidato a una vera e propria “Justice League” musicale composta da:

  • Russel Gunn alla tromba – già al fianco di Maxwell, Wynton Marsalis e Cee-Lo Green
  • Donald Hayes al sax – collaboratore di Beyoncé e Earth, Wind & Fire
  • Anwar Marshall alla batteria – un cuore che pulsa con eleganza tra le geometrie complesse della musica di Miller
  • Xavier Gordon, alias Mr. X, alle tastiere – un ponte tra jazz, gospel e r’n’b contemporaneo

Il risultato? Un concerto strutturato come un film, con climax emotivi, ritorni, dissolvenze e una scrittura impeccabile.

Detroit, Laid Black, Red Baron: il funk come dichiarazione d’identità

La scaletta alterna brani originali a omaggi colti, in un continuo saliscendi emotivo. “Detroit” è un manifesto sonoro: duro, urbano, potente come la città da cui prende il nome. “Laid Black”, invece, è groove e sensualità: il basso di Miller guida ogni nota, si prende lo spazio, racconta e seduce.

Con “Red Baron”, omaggio al batterista Billy Cobham, la band esplode in una jam visionaria.

Miles Davis, Jaco Pastorius e il peso della memoria

I momenti più toccanti arrivano quando Marcus Miller decide di guardarsi alle spalle. Ma non è nostalgia: è consapevolezza.

Mr. Pastorius”, dedicata al genio tragico di Jaco, venne composta per Miles Davis e fu uno dei brani che convinsero il trombettista a rispolverare il suo vecchio stile. Sul palco di San Leucio, la tromba di Russel Gunn – anche lui originario di St. Louis, come Miles – diventa un ponte spirituale tra epoche, continenti e rivoluzioni musicali.

Subito dopo, il tributo più celebre: “Tutu”, l’omaggio all’arcivescovo Desmond Tutu, premiato con il Premio Nobel per la pace nel 1984 per la sua opposizione all’Apartheid. Scritta da Miller e registrata con Miles Davis, la canzone vinse il Grammy nel 1987. Trentotto anni dopo, risuona con la stessa forza. Non è solo un brano, è una dichiarazione politica e spirituale.

Goree e il clarinetto basso: quando il jazz racconta la Storia

Per il bis, Marcus Miller abbandona il suo iconico basso e impugna il clarinetto basso, tornando alle origini della sua storia da musicista, che lo vide diplomarsi in clarinetto alla High School of Music and Art di New York City. Il pubblico trattiene il respiro. Le note di “Goree (Go-ray)” sono un requiem dolce e al tempo stesso straziante. Tratto dall’album Afrodeezia, il brano è una riflessione sulla diaspora africana. Un viaggio sonoro e spirituale che celebra la sofferenza e la resilienza.

La “House of Slaves” sull’isola di Gorée, in Senegal, è stata per secoli uno dei porti principali della tratta degli schiavi. Miller ci conduce dentro le sue mura, con un brano che è lamento e speranza, testimonianza e redenzione.

Blast: l’epilogo di un viaggio

Il concerto si chiude con “Blast”, brano energico e potente che sancisce il ritorno al presente. Dopo aver esplorato le radici, i traumi e i trionfi, Marcus Miller ci riconsegna al qui e ora, ricordandoci che il jazz, il funk, il soul, insomma la musica tutta – come la storia – non si ferma mai.

Marcus Miller, ancora una volta, ha dimostrato che la musica può essere tecnica senza essere fredda, può parlare di dolore senza cedere al vittimismo, può far ballare e riflettere allo stesso tempo, senza aver necessariamente bisogno di parole.

E prima di lasciarci, ecco il racconto in foto di Arianna Di Micco

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