“Ho più paura di vivere di quanta non ne abbia di morire”. Non è solo l’attacco di Glory & Consequences, brano d’apertura del concerto, ma la dichiarazione con cui Ben Harper ha spezzato il silenzio durato 24 anni dalla sua ultima esibizione in Campania, partendo dal successo e dalle conseguenze che porta con sé.

Questa volta, il ritorno ha avuto il sapore dell’epifania: un live carico di pathos nell’Anfiteatro degli Scavi di Pompei. Un concerto in perfetto equilibrio tra tecnica ed emozione, che conferma Beats of Pompeii tra le rassegne più ambiziose e riuscite del panorama nazionale.

Ben Harper & The Innocent Criminals hanno proposto uno show in cui passato e presente si sono abbracciati lungo il repertorio del songwriter, con l’energia di chi sa di calcare un palco sacro. È il potere della musica dal vivo, quando incontra la storia, quando il groove incontra l’eco degli imperi perduti.

Ma adesso concentriamoci sul concerto.

Se non ci conosciamo: sono Corrado Parlati, e questo è MentiSommerse.it – un magazine ribelle, un rifugio narrativo dove vi racconto le storie più belle, soprattutto quando la musica si fa specchio dell’anima.

Un ponte tra mondi: la scaletta di Ben Harper come narrazione

L’apertura con Glory & Consequences – traccia del 1999 che ancora oggi suona come una confessione esistenziale – è stata solo l’inizio di un viaggio a ritroso nel tempo. Il ritorno a Diamond on the Inside ha subito creato un ponte con quell’indimenticabile performance all’Arena Flegrea nel 2003, quando Harper incantò Napoli con un live sospeso tra soul e militanza sulle note di “Excuse me Mr.” .

La band, seppur rinnovata rispetto agli esordi, non tradisce la sua anima. Il percussionista Leon Mobley – unico superstite della line-up originale – è il cuore pulsante della sezione ritmica, affiancato dal sempre più incisivo Oliver Charles alla batteria. Il loro intreccio non è solo tecnica: è un cuore che pulsa.

Il terzo brano, Don’t Give Up on Me Now, è una preghiera laica per chi ancora lotta, per chi ancora sogna. Come raccontato da Harper in un’intervista al New York Times, è una canzone scritta “per quando l’anima è in ginocchio, ma il cuore non vuole mollare”. La stessa energia attraversa Burn to Shine, un inno alla resilienza, mentre Finding Our Way e Attitude parlano del percorso, spesso impervio, verso la verità.

La sacralità dell’istante: Hallelujah tra le rovine

Il momento che ha segnato il vero picco emotivo del concerto è arrivato quando Harper è rimasto solo sul palco con la sua pedal steel guitar. Seduto, come un bluesman in preghiera, ha intonato Hallelujah di Leonard Cohen. Un’interpretazione cruda, viscerale, essenziale. Lì, tra le antiche mura di Pompei, la canzone ha assunto un valore ancora più liturgico. Una sospensione del tempo, una messa laica per il nostro tempo smarrito.
Harper, da vero protest singer vestito di blues, continua a usare la propria voce come strumento di coscienza collettiva.

Pace, memoria e rivoluzione

Nel corso del live, Harper ha più volte richiamato l’urgenza di “tornare umani”. E dove non arrivano le parole, arriva la musica a creare ponti tra mondi e culture diversi.
In un periodo storico segnato da guerre e polarizzazioni, la sua musica diventa antidoto, abbraccio, rigenerazione. Un’eredità raccolta fin dai suoi esordi con Welcome to the Cruel World (1994), un album che si chiudeva con I’ll Rise, ispirata ai versi di Maya Angelou, e che oggi riecheggia con forza nuova.

Il pubblico si lascia trasportare da un set sempre più potente: Give a Man a Home, Walk Away, Need to Know, Gold to Me – tutte ballate che raccontano di solitudini, abbandoni, ritorni potenti. Con Say You Will e Faded si entra nel cuore soul del live. Qui la voce di Harper si fa più scura, roca, bluesy. Con Better Way l’Anfiteatro esplode: un invito alla nonviolenza, alla rivoluzione gentile. Harper urla: “I believe in a better way”, e il pubblico risponde all’unisono.

Il finale è un’esplosione di Gospel e Blues. Come nel 2004, quando vinse il Grammy con i Blind Boys of Alabama per There Will Be a Light, Harper chiude il cerchio con un inno alla luce, alla speranza. Gli applausi sembrano non voler finire mai.

I suoi testi parlano di giustizia, amore, fragilità e speranza. Si fanno preghiera laica. Non è solo un cantautore: è una coscienza lucida.

Una voce fuori dal coro

Artista da 18 album in studio e tre Grammy Awards, Ben Harper resta una figura inclassificabile. Un artista che non rincorre il tempo, ma lo abita e lo analizza con sguardo lucido. Che non insegue le mode, ma le scava, come un archeologo del soul. Cresciuto tra corde di banjo e accordando fisarmoniche nelle liuterie familiari a Claremont, California, continua – a 55 anni – a portare in giro per il mondo una musica che non conosce compromessi. 

A Giulio Di Donna va un sentito ringraziamento.

Corrado Parlati
Annamaria Pacilio

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